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Al termine dell’Angelus, Papa Francesco ha rivolto un appello per il Medio Oriente, dicendo di seguire con trepidazione “le gravi tensioni e le violenze di questi giorni a Gerusalemme”. “Sento il bisogno di esprimere un accorato appello alla moderazione e al dialogo”, ha detto il Papa, che ha invitato di unirsi a lui nella preghiera, “affinché il Signore ispiri a tutti propositi di riconciliazione e di pace”.

Sul terreno, intanto, continua la tensione. Questa mattina i servizi segreti israeliani hanno arrestato in Cisgiordania almeno 25 persone, tra cui alcuni alti funzionari di Hamas e l’ex-ministro e parlamentare palestinese, il deputato Omar Abdel Razek. Negli scontri, iniziati venerdì scorso, sono morti finora cinque palestinesi, l’ultimo dei quali un 17enne, deceduto in seguito alle riferite riportate per l’esplosione di una molotov a nord-ovest di Nablus. Tre invece gli israeliani uccisi: si tratta di tre coloni accoltellati in un insediamento vicino Ramallah.

(Da Radio Vaticana)

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“La linea di confine tra il bene e il male passa nel cuore di ogni persona” perché "siamo tutti peccatori". Lo ricorda Papa Francesco ai fedeli raccolti in Piazza San Pietro per l’Angelus. Il Papa parte da una delle parabole proposte da Gesù nel Vangelo odierno: quella dove si parla del “grano buono” e della “zizzania”, una parabola che illustra “il problema del male nel mondo” e mette in risalto “la pazienza di Dio”. Ognuno di noi può dire: “Quanta pazienza ha Dio con me!”, esclama Francesco. 

Il padrone del mondo rappresenta Dio mentre il nemico rappresenta Satana. L’uno sparge il buon seme, l’altro l’erba cattiva. I servi vorrebbero strappare la zizzania ma il padrone si oppone perché il grano non venga sradicato assieme a questa e, quindi, invita a lasciarli crescere assieme fino alla mietitura. “Con questa immagine - spiega il Papa all'Angelus - Gesù ci dice che in questo mondo il bene e il male sono talmente intrecciati, che è impossibile separarli ed estirpare tutto il male. Solo Dio può fare questo, e lo farà nel giudizio finale”. Quindi “con le sue ambiguità e il suo carattere composito”, “la situazione presente è il campo della libertà, il campo della libertà dei cristiani, in cui si compie il difficile esercizio del discernimento fra il bene e il male”.

Papa Francesco esorta, dunque, i fedeli a conigare due atteggiamenti apparentemente contradditori: la decisione e la pazienza, cioè “la decisione di voler essere buon grano”, “con tutte le proprie forze”, prendendo, quindi, “le distanze dal maligno e dalle sue seduzioni”, e “la pazienza” che significa preferire una Chiesa “che non teme di sporcarsi le mani lavando i panni dei suoi figli” ad “una Chiesa di ‘puri’, che pretende di giudicare prima del tempo chi sta nel Regno di Dio e chi no”.

L’esortazione centrale del Papa all'Angelus è quindi quella di invitare tutti a riconoscere il peccato “che è in noi”: il Signore “oggi ci aiuta a comprendere che il bene e il male non si possono identificare con territori definiti o determinati gruppi umani: 'Questi sono i buoni, questi sono i cattivi'”. "Egli ci dice - prosegue il Papa - che la linea di confine tra il bene e il male passa nel cuore di ogni persona, passa nel cuore di ognuno di noi, cioè siamo tutti peccatori. A me viene la voglia di chiedervi: 'Chi non è peccatore alzi la mano'. Nessuno! Perché tutti lo siamo, siamo tutti peccatori”.

“Guardare sempre e soltanto il male che sta fuori di noi”, avverte Francesco, “significa non voler riconoscere il peccato che c’è anche in noi”. E’, infatti, Gesù che ci libera dalla schiavitù del peccato, ci dà la grazia di camminare in una vita nuova e ci ha dato la Confessione perché sempre “abbiamo bisogno di essere perdonati dai nostri peccati”.

Gesù ci insegna, quindi, ad osservare la realtà in un modo diverso, cioè ad imparare “i tempi di Dio”, che "non sono i nostri tempi", e il suo “sguardo” perché grazie all’attesa “ciò che era o sembrava zizzania, può diventare un prodotto buono”. “E’ la realtà della conversione. E’ la prospettiva della speranza!”, spiega il Papa. “Ci aiuti la Vergine Maria  - conclude - a cogliere nella realtà" non soltanto "la sporcizia e il male", ma anche "il bene e il bello”, smascherando “l’opera di Satana”, ma soprattutto confidando “nell’azione di Dio che feconda la storia”.

(Da Radio Vaticana)

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L’avvio di «azioni comuni e coordinate nei paesi di origine, transito e destinazione al fine di assicurare che tutti i minori migranti e rifugiati siano sempre protetti da ogni forma di abuso» è stata auspicato dallo scalabriniano Fabio Baggio durante la settimana di studio su mobilità umana e giustizia globale, promossa in Calabria dall’università cattolica del Sacro cuore in collaborazione con istituzioni che si occupano del fenomeno migratorio. Il sottosegretario della sezione migranti e rifugiati del Dicastero per il servizio dello sviluppo umano integrale ha espresso il rammarico della Chiesa «per la scarsità di politiche adeguate circa l’assistenza e l’inclusione dei migranti» mentre al contrario, un numero crescente di paesi sta «adottando politiche più restrittive al fine di eliminare ogni forma di irregolarità migratoria»; norme sempre più drastiche di cui «i minori sono vittime innocenti».

Giunta all’ottava edizione, l’iniziativa formativa, avviata per rispondere alle questioni legate alla mobilità umana comprendendo anche gli aspetti concernenti la giustizia, ha avuto quest’anno per tema «Bambine, bambini e adolescenti nei processi migratori». Una tematica che prende spunto dal messaggio di Papa Francesco per la giornata mondiale 2017 su «migranti minorenni, vulnerabili e senza voce». Il Pontefice invita a difenderli da ogni forma di abuso attraverso tre verbi: proteggere, integrare e puntare a soluzioni durature. E nel farlo riprende la linea tracciata dal predecessore, Benedetto XVI, che nel messaggio per la medesima occasione del 2008, aveva sottolineato le sfide poste da tre diverse situazioni: i minori non accompagnati, i fanciulli incarcerati nei campi di detenzione e i piccoli vittime della tratta. Papa Ratzinger aveva poi ripreso il tema due anni dopo denunciando il fatto che molti paesi erano inadempienti circa gli impegni assunti con la firma e la ratificazione della convenzione internazionale dei diritti dell’infanzia. E in tale contesto padre Baggio ha ribadito che «oltre allo scambio di informazioni, la cooperazione tra le organizzazioni e le istituzioni, sia religiose sia civili, deve declinarsi nella costituzione di reti transnazionali di protezione e assistenza».

Del resto il crescente clamore suscitato dai milioni di rifugiati e richiedenti asilo, pone davanti agli occhi di tutti come la migrazione sia «divenuta un fenomeno globale» e come oggi molti flussi siano «dovuti a conflitti, disastri, persecuzioni, cambiamento climatico, violenza, povertà estrema e condizioni di vita disumane». Per questo, ha fatto notare il sottosegretario, «emigrare oggi significa affrontare grandi sacrifici e spesso i bambini pagano il prezzo più alto, specialmente quando emigrano da soli». Spesso trascurati, discriminati ed emarginati, i fanciulli costituiscono tra i migranti il gruppo più vulnerabile per tre ragioni fondamentali: perché minori, perché stranieri e perché inermi. E non solo: «Quelli in situazione irregolare devono spesso nascondersi dalle autorità — è stata la denuncia del religioso scalabriniano — e non godono di un accesso equo all’istruzione e all’assistenza medica». Insomma la loro «situazione è particolarmente precaria, al punto che molti minori non accompagnati vengono sfruttati dai turpi mercati della prostituzione o della pedopornografia, resi schiavi del lavoro minorile o arruolati come soldati.

Urgono allora risposte durature, che consistono innanzitutto nell’«adoperarsi per eliminare le cause delle migrazioni forzate di tanti fanciulli: guerre — le ha elencate padre Baggio citando Papa Francesco — violazioni dei diritti umani, corruzione, povertà, squilibri e disastri ambientali». Al contrario, «un ambiente sicuro e giusto è la prima condizione per poter garantire uno sviluppo umano integrale per tutti e specialmente per tutti i bambini e le bambine» che rappresentano le speranze dell’umanità.

Infine il relatore ha espresso la gratitudine e incoraggiamento della Santa Sede a quanti «si adoperano per difendere e assistere i minori migranti in situazione di vulnerabilità», perché — ha concluso — «il loro servizio esprime tangibilmente l’amore materno della Chiesa nei confronti dei piccoli, la cui accoglienza permette di accogliere Cristo in persona».

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Sarà la baia della Cinta Costera Uno di Panamá, davanti all’oceano, a ospitare dal 22 al 27 gennaio 2019 le celebrazioni centrali della giornata mondiale della gioventù. Lo ha annunciato l’arcivescovo José Domingo Ulloa Mendieta che in una conferenza stampa ha spiegato come la scelta sia stata dettata da valutazioni logistiche — capacità di accogliere i pellegrini, accessi adeguati — e di sicurezza, tenendo presente il desiderio di semplicità espresso dal Papa e assicurando il minimo impatto ambientale.

La notizia, insieme al video della conferenza del presule e al testo integrale del comunicato distribuito per l’occasione, aprono l’home page del nuovo sito del Dicastero per i laici, la famiglia e la vita (www.laityfamilylife.va). Il portale da pochi giorni è stato ripensato e rinnovato nei contenuti e nella grafica per offrire agli utenti in rete non solo uno strumento di informazione e consultazione, ma un vero e proprio «luogo di incontro». Anche il logo è un richiamo in tal senso: spicca la silhouette della basilica vaticana con il colonnato del Bernini che si trasforma in un grande abbraccio capace di accogliere tutti i laici e le famiglie del mondo. Un abbraccio da cui scaturisce la vita nuova rappresentata da un germoglio fiorito. «È un popolo — si legge nella spiegazione dell’immagine disegnata da Anna Formaggio — fatto di donne, uomini, bambini, giovani, anziani e famiglie, “semplicemente l’immensa maggioranza del popolo di Dio” come la definisce l’Evangelii gaudium, che costituisce la Chiesa e che al tempo stesso gode della sua protezione materna. È un popolo che ha “il sogno missionario di arrivare a tutti” (Eg, 31)».

Il nuovo sito conserva una ricca parte documentaria con il magistero, articoli e approfondimenti relativi alle tre sezioni del dicastero (laici, famiglia e vita), così come un canale di notizie, arricchito di contenuti multimediali, che aggiorna gli utenti sulle attività in corso. Tra i contributi più recenti, quello dedicato al nuovo sito online dell’incontro mondiale delle famiglie a Dublino. Interessante anche un link dedicato ai bambini, con disegni e grafica adeguati per spiegare loro «Il catechismo di Papa Francesco». Ma l’aspetto che maggiormente risponde all’opzione preferenziale per l’incontro è quello social, con i collegamenti ai canali Twitter, Instagram e YouTube e i loro aggiornamenti multimediali che occupano una parte rilevante della pagina.

«Ci siamo interrogati — spiegano all’Osservatore Romano Francesca Acito e Vittorio Scelzo, i due laici che si sono occupati del portale — su quale potesse essere la funzione del sito web di un dicastero della curia romana, e ci siamo detti che, accanto a quella necessaria di documentare le attività, sarebbe stato bello farne un luogo di dialogo e di ascolto: uno spazio in cui vivere quella che Papa Francesco chiama la “pastorale dell’orecchio”. Il motivo per cui abbiamo voluto dare così tanto spazio ai social network. Il nostro Dicastero si occupa di famiglie, della tutela della vita, di giovani, del ruolo della donna nella Chiesa e nel mondo, cioè di persone concrete: vorremmo quindi utilizzare il web per farle parlare e per dare conto, per quanto possibile, di quello che fanno e che vivono».

Tweet, retweet, fotografie, video: il dialogo è partito. Si è ancora agli inizi, ma i numeri sono potenzialmente importanti. «L’idea — concludono Acito e Scelzo — è di far parlare i laici e le famiglie che sono la fetta più ampia del popolo di Dio. Il Dicastero vanta ormai una rete di contatti straordinaria che, al di là delle conferenze episcopali, abbraccia anche l’associazionismo: aggregazioni, movimenti ecclesiali, nuove comunità che coinvolgono i laici in vari contesti sociali e geografici. Da loro vogliamo raccogliere e rilanciare iniziative, testimonianze, storie che possano raccontare la vita della Chiesa». (maurizio fontana)

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Sarà la baia della Cinta Costera Uno di Panamá, davanti all’oceano, a ospitare dal 22 al 27 gennaio 2019 le celebrazioni centrali della giornata mondiale della gioventù. Lo ha annunciato l’arcivescovo José Domingo Ulloa Mendieta che in una conferenza stampa ha spiegato come la scelta sia stata dettata da valutazioni logistiche — capacità di accogliere i pellegrini, accessi adeguati — e di sicurezza, tenendo presente il desiderio di semplicità espresso dal Papa e assicurando il minimo impatto ambientale.

La notizia, insieme al video della conferenza del presule e al testo integrale del comunicato distribuito per l’occasione, aprono l’home page del nuovo sito del Dicastero per i laici, la famiglia e la vita (www.laityfamilylife.va). Il portale da pochi giorni è stato ripensato e rinnovato nei contenuti e nella grafica per offrire agli utenti in rete non solo uno strumento di informazione e consultazione, ma un vero e proprio «luogo di incontro». Anche il logo è un richiamo in tal senso: spicca la silhouette della basilica vaticana con il colonnato del Bernini che si trasforma in un grande abbraccio capace di accogliere tutti i laici e le famiglie del mondo. Un abbraccio da cui scaturisce la vita nuova rappresentata da un germoglio fiorito. «È un popolo — si legge nella spiegazione dell’immagine disegnata da Anna Formaggio — fatto di donne, uomini, bambini, giovani, anziani e famiglie, “semplicemente l’immensa maggioranza del popolo di Dio” come la definisce l’Evangelii gaudium, che costituisce la Chiesa e che al tempo stesso gode della sua protezione materna. È un popolo che ha “il sogno missionario di arrivare a tutti” (Eg, 31)».

Il nuovo sito conserva una ricca parte documentaria con il magistero, articoli e approfondimenti relativi alle tre sezioni del dicastero (laici, famiglia e vita), così come un canale di notizie, arricchito di contenuti multimediali, che aggiorna gli utenti sulle attività in corso. Tra i contributi più recenti, quello dedicato al nuovo sito online dell’incontro mondiale delle famiglie a Dublino. Interessante anche un link dedicato ai bambini, con disegni e grafica adeguati per spiegare loro «Il catechismo di Papa Francesco». Ma l’aspetto che maggiormente risponde all’opzione preferenziale per l’incontro è quello social, con i collegamenti ai canali Twitter, Instagram e YouTube e i loro aggiornamenti multimediali che occupano una parte rilevante della pagina.

«Ci siamo interrogati — spiegano all’Osservatore Romano Francesca Acito e Vittorio Scelzo, i due laici che si sono occupati del portale — su quale potesse essere la funzione del sito web di un dicastero della curia romana, e ci siamo detti che, accanto a quella necessaria di documentare le attività, sarebbe stato bello farne un luogo di dialogo e di ascolto: uno spazio in cui vivere quella che Papa Francesco chiama la “pastorale dell’orecchio”. Il motivo per cui abbiamo voluto dare così tanto spazio ai social network. Il nostro Dicastero si occupa di famiglie, della tutela della vita, di giovani, del ruolo della donna nella Chiesa e nel mondo, cioè di persone concrete: vorremmo quindi utilizzare il web per farle parlare e per dare conto, per quanto possibile, di quello che fanno e che vivono».

Tweet, retweet, fotografie, video: il dialogo è partito. Si è ancora agli inizi, ma i numeri sono potenzialmente importanti. «L’idea — concludono Acito e Scelzo — è di far parlare i laici e le famiglie che sono la fetta più ampia del popolo di Dio. Il Dicastero vanta ormai una rete di contatti straordinaria che, al di là delle conferenze episcopali, abbraccia anche l’associazionismo: aggregazioni, movimenti ecclesiali, nuove comunità che coinvolgono i laici in vari contesti sociali e geografici. Da loro vogliamo raccogliere e rilanciare iniziative, testimonianze, storie che possano raccontare la vita della Chiesa». (maurizio fontana)

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Di Benedetta Capelli

“Diaconi educati all’accoglienza e al servizio dei malati” è il tema del convegno presentato oggi nella Sala Marconi della Radio Vaticana  e promosso dalla Comunità del diaconato in Italia e dall’Ufficio Cei della Pastorale della Salute. Una 4 giorni che si terrà nella diocesi di Cefalù dal 2 al 5 di agosto.

Si tratta di un momento di approfondimento per il ministero diaconale in Italia che conta 4.450 diaconi, dislocati a macchia di leopardo nelle 250 diocesi italiane, 300 nella sola diocesi di Napoli. Un numero in costante crescita. “Attenzione – afferma Enzo Petrolino, presidente della Comunità del diaconato in Italia – la nostra è una realtà viva, oggi attenta alle emergenze di questo tempo come le immigrazioni, la situazione degli anziani ma noi non siamo sostituti del parroco”. “Il diacono – evidenzia Petrolino – è colui che anima il servizio, la diaconia che è di tutti i battezzati”. La crescita dunque non è legata alla carenza di presbiteri ma la risposta ad una vocazione e il convegno presentato è un modo per ribadire due pilastri della chiamata: l’accoglienza e il servizio in particolare dei malati.

“La carità è un tema del diaconato – sostiene don Carmine Arice, direttore ufficio nazionale pastorale della salute della Cei – ma è necessario ribadirlo anche nel Convegno di Cefalù. Papa Francesco ci ha spiegato che la Chiesa è un ospedale da campo e pertanto il diacono deve porsi a servizio dei malati, per farsi primo servo della carità”. Venerdì 4 agosto, don Carmine Arice terrà una relazione sui diaconi e la cura in un contesto multietnico e multireligioso “perché – afferma – è importante rispondere alle nuove sfide, comprendere il modo in cui essere segno della cura di Dio tra i malati”.

A trovare spazio nel convegno sul diaconato anche la figura della sposa del diacono, “una figura chiave – sottolinea Enzo Petrolino, presidente della Comunità del diaconato in Italia – nel cammino di discernimento”.

Ascolta e scarica il podcast:

Diaconato, accoglienza e servizio ai malati: il tema del convegno di Cefalù

 

(Da Radio Vaticana)
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Dirige da quasi vent’anni il Collège Carmel Saint-Joseph di Mechref, a sud di Beirut, istituto francofono riconosciuto in Libano (e non solo) per lo spirito di apertura e la promozione del dialogo interreligioso. In passato le era stata attribuita per due volte l’onorificenza francese della Palma accademica, il 14 luglio scorso è arrivata invece la nomina a cavaliere della Legion d’onore, unica responsabile religiosa a ricevere il prestigioso riconoscimento. Suor Mariam an-Nour, 66 anni, al secolo Antoinette Awit, carmelitana libanese, è stata premiata per i quarantaquattro anni di insegnamento nel collegio (cominciò nell’anno scolastico 1973-1974, fresca dei suoi studi in filosofia) ma soprattutto per le iniziative concrete che porta avanti quotidianamente sul terreno: dalle cerimonie islamico-cristiane per celebrare l’Annunciazione alla condivisione dell’iftar con gli studenti di tutte le confessioni durante il Ramadan, dalle sessioni di riflessione e analisi con i docenti sulle questioni religiose all’idea di una corale.

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In Africa centrale «la disoccupazione giovanile è una bomba a orologeria prossima all’esplosione e facilita il reclutamento tra le fila dei gruppi estremisti come Boko Haram. Per questo il dialogo tra le religioni è un dovere se si vuole disinnescare il pericoloso ordigno del fondamentalismo». Ne è convinto il vescovo Miguel Ángel Ayuso Guixot, segretario del Pontificio consiglio per il dialogo interreligioso, che ha partecipato a Yaoundé, dall’8 al 12 luglio, ai lavori dell’undicesima assemblea plenaria dell’Associazione delle Conferenze episcopali della regione dell’Africa centrale (Acerac).

Nella capitale camerunese si sono dati appuntamento i presuli dei sei Paesi prevalentemente francofoni che si trovano a cavallo dell’Equatore: il Ciad a nord, il Camerun e la Repubblica Centrafricana al centro, la Guinea equatoriale sull’Atlantico, il Gabon e la Repubblica del Congo a sud. Un’area abitata da 46 milioni di persone, in cui è in sensibile crescita la consapevolezza della necessità di un cammino ecumenico per fronteggiare, insieme, le minacce provenienti dai gruppi religiosi fondamentalisti, non solo islamici, che gettano il terrore e l’insicurezza tra le popolazioni civili, in un contesto politico non sempre adeguato a garantirne l’incolumità.

A tale scopo, le commissioni per l’ecumenismo e il dialogo interreligioso degli episcopati membri dell’Acerac si erano riunite già nello scorso mese di ottobre a N’Djamena, in Ciad, per una sessione di formazione e di confronto, dalla quale è poi scaturito l’Instrumentum laboris della plenaria di Yaoundé. E il dicastero vaticano, accogliendo l’invito delle Chiese dell’Africa centrale, ha partecipato sia per manifestare il sostegno della Santa Sede a tale linea pastorale, sia per offrire ulteriore incoraggiamento alle comunità di questa regione, così ricca di risorse umane, vista la giovane età media dei suoi abitanti, e di materie prime il cui sfruttamento non genera quasi mai reddito per le economie locali. Di ritorno dal Camerun — dov’è stato accompagnato da monsignor Lucio Sembrano, officiale del dicastero — il vescovo Ayuso Guixot traccia per «L’Osservatore Romano» un bilancio della missione.

«Con 200 milioni di africani di età compresa tra i 15 e i 24 anni — esordisce — il continente ha la più grande popolazione giovanile al mondo. E stando al rapporto della Banca mondiale dello sviluppo, questa dovrebbe raddoppiare entro il 2045». Purtroppo però, aggiunge, «sempre secondo gli stessi dati, i giovani rappresentano il 60 per cento di tutti i disoccupati africani e le giovani donne sono le più colpite. In particolare, nella maggior parte dei paesi della regione sub-sahariana e in quelli del Nord Africa, a parità di livello di esperienza e competenze, è più facile per gli uomini che per le donne ottenere un posto di lavoro».

Ciò, denuncia il presule comboniano, «è evidentemente inaccettabile per un continente con una riserva così impressionante di giovani talentuosi e creativi». Anche perché, fa notare, in tale contesto «la disoccupazione giovanile è una bomba a orologeria, che ora sembra pericolosamente vicina all’esplosione. Dieci, dodici milioni di giovani si affacciano ogni anno sul mercato del lavoro africano. Inoltre l’afflusso di giovani verso le aree urbane è destinato a far aumentare la disoccupazione. Nelle grandi città è facile imbattersi in giovani che girano alla ricerca di un lavoro, qualunque esso sia, dovendo affrontare numerosi ostacoli, tra cui la discriminazione a causa della mancanza di esperienza». Anche perché i più fortunati, quelli cioè «che riescono a trovare un impiego, sono primi a essere licenziati in caso di crisi economica». Tutto ciò, avverte monsignor Ayuso, costituisce un’occasione propizia «per i gruppi estremisti come Boko Haram» che grazie alla disoccupazione dilagante nel Nord della Nigeria e nei paesi vicini riesce a reclutare facilmente giovani, ben al di là della motivazione ideologica dei membri di questa setta».

Ecco allora che di fronte a una tale sfida, «la Chiesa cattolica non può restare ai margini»: al contrario «è chiamata a condividere la vita delle persone e imparare a scoprire i loro interessi, le loro aspirazioni, così come le loro ferite più profonde e cosa esse si aspettano da noi». Per evitare di cadere nella sterilità, il vescovo segretario ha raccomandato ai confratelli dell’Acerac che i mezzi di evangelizzazione non siano concepiti «a tavolino», seduti dietro una scrivania, «ma solo dopo essersi immersi tra la gente». Nella consapevolezza che «non esiste una soluzione miracolosa, se non quella di lottare contro la disoccupazione e la sottoccupazione, di agire a favore della creazione di posti di lavoro sicuri e decenti per i giovani, di incoraggiarli a optare per l’insegnamento tecnico e la formazione professionale, di prestare maggiore attenzione allo sviluppo rurale e agli investimenti in agricoltura, turismo ed edilizia e ai progetti d’impiego, vigilando affinché i giovani lavoratori specialmente quelli nelle zone rurali e poco qualificati, abbiano l’opportunità di acquisire le prime esperienze professionali. Dai giovani dell’Africa, il cui numero continua a crescere, dipende infatti la prosperità futura del continente».

di Gianluca Biccini

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Incontro don Mario Pecchielan, parroco di San Giovanni Battista de Rossi a via Cesare Baronio, zona Est di Roma. Prima però ricordo che questa trasmissione, curata e condotta da Fabrizio Mastrofini, insieme all’Ufficio Comunicazioni Sociali del Vicariato di Roma, ha una sua Pagina Facebook.

«La parrocchia conta 25 mila abitanti, un quartiere di ceto medio con molte famiglie anziane. Ora cominciano ad arrivare anche dei giovani e dunque abbiamo un certo ricambio. La parrocchia è nata nel 1940 ed oggi cerchiamo sempre di più di essere luogo di riferimento e aggregazione. Non solo ‘fontana del villaggi’ come diceva Giovanni XXIII ma anche luogo di irradiazione del Vangelo».

«La gente che vive la secolarizzazione ha difficoltà di inculturare il Vangelo. Però vedo che da un punto di vista umano c’è tanta solitudine e c’è un bisogno di verità e di riscoprire il senso della vita. Cerchiamo di intercettare anche un bisogno di comunione: nella grande città e nei condomini si vive una condizione di anonimato. La parrocchia come luogo di comunione diventa interessante ed attraente».

«Abbiamo fatto una scelta chiara: in uscita verso le famiglie. Abbiamo recepito lo stimolo di Papa Francesco. In realtà abbiamo cominciato dal Giubileo del 2000 con una apertura verso il quartiere. Quest’anno andiamo verso le famiglie. In pratica andiamo a visitare le famiglie, nelle loro case, a partire dalle famiglie più giovani che hanno chiesto il battesimo dei figli. Come parroco ed insieme ai miei collaboratori e catechisti andiamo nelle case dei battezzati, dei cresimandi, dei ragazzi della Prima comunione, delle coppie sposate nel corso dell’anno. Ogni sera usciamo e andiamo. È molto gradita la nostra presenza e per noi è un arricchimento di conoscenza e di approfondire le relazioni. La parrocchia vuole diventare famiglia di famiglie».

Quali stimoli lei riceve?

«Per me in quanto pastore è importante conoscere il mio gregge. È una conoscenza non formale, nelle case le persone si confidano, si crea un clima positivo. Questo mi permette di calibrare le iniziative pastorali, conoscendo problematiche e bisogni».

Altri gruppi e iniziative?

«Abbiamo diverse iniziative caritative. Una in particolare il giovedì quando andiamo nelle stazioni Tuscolana, Termini e Ostiense, a portare conforto ed un pasto caldo. Prepariamo circa 600 pasti preparati nel pomeriggio del giovedì e alla sera un gruppo di 60 volontari si divide tra le stazioni. Abbiamo anche un servizio docce e di cambio abito. Nell’inverno nella Casa della Carità accogliamo otto persone. La Casa è nei locali della parrocchia, al centro, ed è il locale più accogliente».

«Evangelizzazione e promozione umana sono legate. Il Vangelo è carità, è misericordia: non c’è uno stacco tra evangelizzazione e promozione umana bensì una continuità nel tendere la mano verso chi ha bisogno». E in questo senso, aggiunge don Pecchielan, «l rapporto con i laici è tutto. La comunità è fatta da loro. Noi sacerdoti siamo gli animatori e i laici formano l’architrave della vita parrocchiale».

Il sacerdote si protende verso gli altri. Come fronteggia la fatica e lo stress di fronte ai problemi delle persone?

«Fondamentale è una vita spirituale profonda. Vivendo una profonda vita interiore senza farsi troppo prendere dal fare, ti posiziona nella giusta dimensione dei problemi. Dobbiamo lavorare e fare del nostro meglio sapendo che noi siamo i seminatori; sarà il Signore a far crescere le persone al di là delle statistiche e di quello che possiamo rilevare. A volte ci troviamo di fronte a belle sorprese. E così dobbiamo saper anche rispettare i tempi degli altri. Questa consapevolezza aiuta a vivere un equilibrio personale. Si tratta sempre di accettare la logica di Dio e il suo modo di condurre le persone».

Lei è Prefetto della 19esima Prefettura. Vuol dirmi qualcosa?

«La Prefettura serve a darci una mano uno con l’altro. Ci incontriamo noi parroci ma cerchiamo di far incontrare i laici. Abbiamo creato un consulta per la pastorale familiare per le nostre 13 parrocchie. Abbiamo creato un Centro per rilanciare le tematiche culturali alla luce della fede. La Prefettura cresce sia nel rapporto con i sacerdoti sia con i laici. Il Centro culturale vuole far diventare le nostre parrocchie luogo anche di cultura, per aiutare i laici ad incarnare il Vangelo e confrontarsi con i problemi e le sfide di oggi. C’è una equipe con rappresentanti delle 13 parrocchie e con loro stiamo facendo un calendario di temi. Abbiamo fatto ad esempio un incontro sui social e c’è stata grande partecipazione e interesse. Vogliamo mettere su una scuola di formazione alla Dottrina sociale, per i giovani, per preparare ad un impegno sociale. Dobbiamo lavorare in questo senso per non annunciare un Vangelo fuori dalla storia. Dobbiamo formare cristiani che ogni settimana possano incarnarsi nella realtà».

L’atteggiamento che funziona è dunque il dialogo e l’accoglienza. Come si fa? Non si impara in seminario...

«Quando uno esce dal seminario ha un suo normale idealismo. Poi si impara nella pratica ad accogliere le persone come sono, con i loro limiti e a volte con le loro spigolosità. Occorre imparare ad accettare le persone. L’ho imparato. Nei primi anni ero più rigoroso; ora so essere più misericordioso e paziente. Ho imparato a cogliere il positivo che esiste al di là degli schemi mentali, anche dei miei".

Dopo don Mario Pecchielan la trasmissione prosegue dando la parola al prof. Raffaele Mantegazza, pedagogista, docente a Milano, che ci spiega il significato del suo ultimo libro: «Sono solo un ragazzo. Figure giovanili nella Bibbia» (Edizioni Dehoniane, Bologna, 144 pagine, euro 12,50).

La Bibbia è un libro giovane; richiede un rinnovamento dell’anima e del mondo che è proprio della gioventù, richiede cuori e occhi giovani per essere letta e interpretata, insieme ovviamente agli adulti e agli anziani. E la Bibbia è piena di figure giovanili, sia dal punto di vista anagrafico, sia dal punto di vista dell’atteggiamento del cuore. Questo libro racconta le storie di alcuni di loro cercando di agganciarle ai problemi e alle sfide dei ragazzi di oggi: dal rapporto tra fratelli narrato dalla vicenda di Esau e Giacobbe, alla questione del potere che affascina il giovane Davide; dalla forza di resistenza dell’adolescente Daniele alla bellissima vicenda del ragazzo Tobia che compie un vero e proprio viaggio di iniziazione, all’amore giovanile dei due protagonisti del Cantico dei Cantici. Analizzare i desideri, le speranze e le paure di questi giovani narrati dal testo biblico può aiutare i ragazzi e le ragazze di oggi a capire come la gioventù sia anche uno stato d’animo oltre che una età della vita; e soprattutto a comprendere come crescere possa essere una bella avventura perché la Bibbia è anche piena di figure adulte forti, autorevoli e bellissime. La Bibbia è un libro giovane che fa crescere. La speranza è che, chiuso questo librettino, sempre più ragazzi e ragazze aprano il testo sacro; per trovare se stessi e gli altri e per capire che non c’è età per legger queste straordinarie storie; che per immergersi in esse non vale l’alibi “sono solo un ragazzo”.

Grazie dell’ascolto. È tutto. Alla prossima. 

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