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Cosa possiamo fare noi bambini per salvare il mondo? E' la domanda rivolta al Papa domenica 21 giugno a Casal Bernocchi, periferia sud di Roma, da un bambino, durante la visita del Papa alla parrocchia di San Pier Damiani. E cosi questa puntata del mercoledì di "Roma: la Chiesa nella Città", entra di nuovo nel "Laboratorio Pastorale" di Papa Francesco, riproponendo l'audio integrale del colloquio del Papa con questi giovanissimi.

"Roma: la Chiesa nella Città": Il "laboratorio pastorale" di Papa Francesco a Casal Bernocchi. I bambini come possono salvare il mondo?

"Roma: la Chiesa nella Città" è la trasmissione della Segreteria per la Comunicazione - sezione Radio, curata e condotta da Fabrizio Mastrofini, in collaborazione con l'Ufficio per le Comunicazioni Sociali del Vicariato di Roma.

La trasmissione ha una sua pagina Facebook.

Ed ora ecco il dialogo del Papa con i bambini:

Incontro con i bambini

Domande:

Cosa possiamo fare noi bambini per salvare il mondo?

Come ha fatto a capire la sua vocazione sacerdotale?

Cosa possiamo fare per seguire meglio Gesù?

Papa Francesco, ti volevo chiedere che sport praticavi quando avevi la mia età – io ho 11 anni. Mi piacerebbe anche sapere se giocavi a calcio e che ruolo ricoprivi.

Papa Francesco:

E’ una bella domanda!…

Voi avete fatto quella: “Cosa possiamo fare noi per salvare, per aiutare…”. Avete detto “salvare il mondo”. Ma il mondo è grande! Un bambino – pensate, pensate bene prima di rispondere – un ragazzo, un bambino, una ragazza, una bambina, può aiutare per la salvezza del mondo?... Può o non può?

Bambini:

Non può…

Papa Francesco:

Non può far niente?… Voi non contate niente?... Può o non può?

Bambini:

Può!

Papa Francesco:

Ecco! Un po’ più forte, che non sento…

Bambini:

[gridano] Può!

Papa Francesco:

E io vorrei sentire voi, chi di voi è la più brava o il più bravo a rispondere a questa domanda, pensate bene: come io posso aiutare Gesù a salvare il mondo? Come posso io aiutare Gesù a salvare il mondo? Alzate la mano, quelli che vogliono rispondere… Alzi la mano chi vuole rispondere. [qualcuno dice: “Con la preghiera”] Con la preghiera possiamo aiutare Gesù a salvare il mondo? Possiamo o non possiamo?

Bambini:

Possiamo!

Papa Francesco:

Ma cosa succede? Siete tutti addormentati?

Bambini:

No!

Papa Francesco:

Ah, è il sole, è il sole… Il sole fa dormire… Con la preghiera. Benissimo. Un’altra cosa. Tu…

Bambino

Rispettando le persone.

Papa Francesco:

Rispettando le persone. E le persone, vanno rispettate?

Bambini:

Sì!

Papa Francesco:

Papà, mamma, nonno, nonna: vanno rispettati?

Bambini:

Sì!

Papa Francesco:

E le persone che io non conosco, che abitano nel quartiere, vanno rispettate?

Bambini:

Sì!

Papa Francesco:

E le persone che abitano sulla strada, i barboni, vanni rispettati?

Bambini:

Sì!

Papa Francesco:

Sì. Tutti, tutte le persone vanno rispettate. Lo diciamo insieme?

Papa e bambini:

Tutte le persone vanno rispettate!

Papa Francesco

E quello che non mi vuole bene, io devo rispettarlo?

Bambini:

Sì!

Papa Francesco:

Sicuro?

Bambini:

Si!

Papa Francesco:

Ma non sarebbe meglio dargli uno schiaffo?

Bambini:

No!

Papa Francesco:

Davvero?

Bambini:

Sì.

Papa Francesco:

Ecco: anche quello che non mi vuole bene, va rispettato.

Papa e bambini:

Anche quello che non mi vuole bene, va rispettato.

Papa Francesco:

E quello che mi ha fatto del male, una volta, pensate bene a questo: cosa debbo fare? Se una persona mi ha fatto del male, io posso fare del male a lui?

Bambini:

No!

Papa Francesco:

No. Non è bello. Posso telefonare alla mafia perché faccia qualcosa?

Bambini:

No…

Papa Francesco:

Non siete convinti… Si può fare questo?

Bambini:

No!

Papa Francesco:

Si possono fare accordi con la mafia?

Bambini:

No!

Papa Francesco:

No! Anche quelli [che ci fanno del male] vanno rispettati. Avete risposto bene. Vedete con quante cose possiamo aiutare Gesù a salvare il mondo. E questo è bello, è molto bello! E se io ho fatto i compiti a casa e la mamma mi lascia uscire a giocare con le amiche o con gli amici, o a fare una partita, questo è bello?

Bambini:

Sì!

Papa Francesco:

Giocare – pensate bene – giocare, giocare bene, aiuta Gesù a salvare il mondo?

Bambini:

Sì…

Papa Francesco:

Non siete convinti…

Bambini:

Sì!

Papa Francesco:

Sì! Perché la gioia aiuta Gesù a salvare il mondo. Diciamolo tutti insieme.

Papa e bambini:

La gioia aiuta Gesù a salvare il mondo.

Papa Francesco:

La gioia è una cosa molto bella, molto bella. Voi, oggi, siete gioiosi?

Bambini:

Sì!

Papa Francesco:

Sì? Siete gioiosi?

Bambini:

Sì!

Papa Francesco:

E questo è molto bello.

E credo che con questo ho risposto a “cosa possiamo fare per aiutare Gesù per salvare il mondo”. E voi pensateci, dopo, sempre.

Poi, io quando avevo la tua età giocavo a calcio. Sai, io non ero bravo nel calcio, e da noi, quelli che non sono bravi nel calcio si chiamano “pata dura” (gamba dura). Capito? Io ero un pata dura, e per questo di solito facevo il portiere, per non muovermi: era il mio ruolo… Non è una parolaccia, questa, si può dire, pata dura, non è parolaccia.

E un’altra domanda era: come ho fatto a capire la vocazione. Ognuno di noi ha un posto nella vita. Gesù vuole che uno si sposi, che faccia una famiglia, vuole che un altro faccia il prete, un'altra faccia la suora… Ma ognuno di noi ha una strada, nella vita. E per la maggioranza è che siano come voi, come tutti, come i vostri genitori: fedeli laici che fanno una bella famiglia, che fanno crescere i figli, che fanno crescere la fede… E io ero in famiglia: noi eravamo cinque fratelli, eravamo felici. Papà lavorava, veniva dal lavoro… - in quel tempo c’era, il lavoro - e giocavamo… Una volta – vi farò ridere, ma non fate questo che vi dico! – abbiamo fatto un concorso per giocare ai paracadutisti, e abbiamo preso l’ombrello e siamo andati sul terrazzo e uno dei miei fratelli si è buttato per primo, giù, dal terrazzo. E si è salvato la vita per poco! Sono giochi pericolosi, quelli. Ma eravamo felici. Perché? Perché papà e mamma ci aiutavano ad andare avanti, a scuola, e anche si preoccupavano di noi. E’ molto bello, è molto bello… Sentite bene: è molto bello nella vita essere sposati, è molto bello. E’ molto bello avere una famiglia, un papà e una mamma, avere dei nonni, gli zii… Avete capito questo? E’ molto bello, è una grazia. E ognuno di voi ha genitori, ha i nonni, ha gli zii, ha una famiglia. E perché non li salutiamo adesso? Un applauso a tutti loro, a tutti loro… [applauso] I vostri genitori si sacrificano per voi, per farvi crescere, e questa è una cosa bella, è una bella vocazione: fare una famiglia.

Ma c’è anche l’altra vocazione: fare la suora, fare il prete. E io un giorno ho sentito – ma di colpo – avevo 16 anni e ho sentito che il Signore voleva che io fossi prete. Eccomi! Sono prete. Questa è la risposta. Si sente nel cuore: quando un ragazzo sente nel cuore simpatia e poi quella simpatia va avanti, e sente amore per una ragazza e poi si fidanzano e poi si sposano, così si sente nel cuore quando il Signore ti dice: “Tu devi andare avanti sulla strada per diventare prete”. E così ho sentito io. Come si sentono le cose belle nella vita. Perché è una cosa bella! Capito?

Bene, voi siete stanchi di stare qui, il sole è forte…

Bambini:

No!

Papa Francesco:

Adesso c’è un po’ di venticello, ma…

Io non ricordo: a quello che non mi vuole bene, devo dare uno schiaffo?

Bambini:

No!

Papa Francesco:

Ah! Avevo dimenticato. E devo pregare per le persone che mi odiano?

Bambini:

Sì!

Papa Francesco:

Sì, sì: pregare per quello che non mi vuole bene, per quello… devo pregare. E debbo essere obbediente a mamma e a papà?

Bambini:

Sì!

Papa Francesco:

Io, o il vicino?

Bambini:

Tutti!

Papa Francesco:

Ah, ognuno! Ognuno dica “io”.

Bambini:

Io!

Papa Francesco:

Io devo obbedire a papà e mamma: tutti!

Bambini:

Io devo obbedire a papà e mamma.

Papa Francesco:

E’ molto importante, perché loro si sacrificano per noi. Avete capito?

Bambini:

Sì.

Papa Francesco:

Benissimo. E adesso, che cosa facciamo?

Ecco, facciamo una preghiera. Nella prima domanda abbiamo parlato della preghiera. Adesso facciamo una preghiera gli uni per gli altri. Prendetevi per mano, tutti. Come fratelli, come amici. Prendetevi per mano, tutti. E preghiamo la Madonna, che è la nostra Madre: Ave o Maria,…

E adesso darò a tutti voi la benedizione. In silenzio, ognuno di voi pensi ai genitori, ai parenti, agli amici, pensi anche ai nemici, alla gente che vi odia o che non vi vuole bene. E che questa benedizione scenda anche su di loro, su tutti.

[Benedizione]

Grazie!

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Il Gaslini attende il Papa con grande entusiasmo. Francesco oggi si è collegato in diretta radiofonica con i bambini dell'ospedale pediatrico genovese grazie a "Radio fa le note", emittente web fondata da don Roberto Fisher. Ha salutato e pregato con i piccoli dandogli appuntamento a sabato prossimo quando visiterà la città. La tappa ospedaliera vedrà Francesco entrare nel reparto di rianimazione e di terapia intensiva. Massimiliano Menichetti ha intervistato il presidente dell’ospedale Giannina Gaslini, Pietro Pongiglione:

Il Papa parla a "Radio fa le note" e saluta i bambini del Gaslini

R. – L’ospedale si appresta ad accogliere il Papa con grandissimo entusiasmo. L’attività che l’ospedale svolge nei confronti dei bambini, in primis, ma anche dei genitori di questi piccoli che soffrono è molto difficile, delicata: il Papa viene per loro. L’aspettativa è alta: stiamo preparando questo evento perché veramente lo sentiamo significativo per ora, e per il futuro.

D. – Il “Gaslini” è un ospedale d’eccellenza, in Italia: 20 palazzi, 73 mila metri quadrati … Molti lo definiscono un po’ un paese della speranza, anche se c’è tanta sofferenza, chiaramente …

R. – E’ così: è un “paese della speranza” e spesso la speranza è ben riposta, perché le soluzioni alle problematiche di salute dei bambini oggi sono sempre più frequenti. Siamo un riferimento a livello nazionale, oltre ad essere l’ospedale regionale, ma anche internazionale, perché da noi ci sono ogni anno circa 700 bambini che vengono da una settantina di Paesi del mondo.

D. – Vi fate carico, per quanto possibile, anche delle famiglie …

R. – L’ospedale ha sempre presente l’uomo: io direi che questa è una sfida già vinta. Il personale, a tutti i livelli, ha sempre avuto una particolare attenzione alle persone: chiaramente ai bambini ricoverati, ma anche a tutto quello che sta loro intorno, quindi i genitori, i nonni, i parenti… E’ una tradizione che ha voluto il nostro fondatore, Gerolamo Gaslini, e questo è un elemento che noi non possiamo perdere e che, anzi, cerchiamo di sviluppare sempre più perché è veramente qualcosa che fa la differenza, che dà quel di più, che non può che venire dall’animo umano. Poi noi abbiamo la grande fortuna di avere una parrocchia all’interno del nostro ospedale e questo ovviamente è un valore aggiunto per chi crede, come tanti di noi, ma anche per chi non crede – perché poi, quando tocca con mano quello che l’assistente spirituale può dare, trova che c’è una differenza.

D. – Che cosa vuol dire per lei essere a capo di questo ospedale che si prende cura dei più piccoli?

R. – Quando ho avuto la notizia di questo incarico dal cardinale Bagnasco, per un paio di settimane non ho dormito. E ora ho sulle spalle una responsabilità molto grande che però condivido innanzitutto con il Consiglio d’Amministrazione, poi con il management dell’ospedale che a tutti i livelli è veramente di grandissima professionalità. Questo incarico è anche un onore, quasi una missione … anche un dono, devo dire, perché consente di capire quali siano i veri problemi. E’ un’esperienza di vita, è un arricchimento senza eguali. Spero di poter dare un altrettanto contributo perché quello che il Gaslini offre ed ha sempre offerto, possa essere fatto sempre meglio.

D. – Il Papa verrà nel reparto di rianimazione e di terapia intensiva …

R. – E’ un po’ il cuore dell’ospedale, è il reparto forse più impattante dal punto di vista emotivo. Questo sarà l’unico reparto che verrà visitato per una questione anche di tempo; sarà simbolicamente un essere vicino a tutti, sarà un segno significativo che non potremo mai dimenticare.

D. – Lei personalmente che cosa si aspetta da questa visita?

R. – Un’ulteriore carica. Vorrei dire al Papa, ovviamente, mille cose, ma il tempo non ci sarà; quello che gli dirò sicuramente è un grazie. Lui pregherà con noi perché ne abbiamo bisogno e credo che sarà veramente il centro del significato della sua visita.

(Da Radio Vaticana)
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Nell’incontro di Gesù con i discepoli di Emmaus «c’è tutto il destino della Chiesa», che «non sta rinchiusa in una cittadella fortificata, ma cammina nel suo ambiente più vitale, vale a dire la strada»: lo ha ricordato Papa Francesco commentando l’episodio evangelico all’udienza generale di mercoledì 24 maggio in piazza San Pietro.

«Lì — ha spiegato il Pontefice riferendosi allo “scenario” della strada — incontra le persone, con le loro speranze e le loro delusioni, a volte pesanti. La Chiesa ascolta le storie di tutti, come emergono dallo scrigno della coscienza personale; per poi offrire la parola di vita, la testimonianza dell’amore di Dio, amore fedele fino alla fine. E allora il cuore delle persone torna ad ardere di speranza».

È quanto è accaduto ai discepoli che sulla strada verso Emmaus «camminano delusi, tristi, convinti di lasciare alle spalle l’amarezza di una vicenda finita male». I due, infatti, «coltivavano una speranza solamente umana, che ora andava in frantumi». La croce issata sul Calvario era per loro «il segno più eloquente di una sconfitta che non avevano pronosticato».

L’incontro con Gesù segna invece l’inizio di una vera e propria «terapia della speranza». Il Signore «domanda e ascolta», poi parla «attraverso le Scritture», quindi ripete «il gesto-cardine di ogni Eucaristia: prende il pane, lo benedice, lo spezza e lo dà». Una «serie di gesti» che diventano «il segno di che cosa dev’essere la Chiesa». Egli, infatti, «ci prende, ci benedice, “spezza” la nostra vita e la offre agli altri».

«Tutti noi — ha riconosciuto in proposito Francesco — abbiamo avuto momenti difficili, bui; momenti nei quali camminavamo tristi, pensierosi, senza orizzonti, soltanto un muro davanti». Ma Gesù «sempre è accanto a noi per darci la speranza, per riscaldarci il cuore». Qui sta «il segreto» della strada che conduce a Emmaus: «Anche attraverso le apparenze contrarie, noi continuiamo a essere amati, e Dio non smetterà mai di volerci bene». Egli, ha assicurato il Papa, «camminerà con noi sempre, sempre, anche nei momenti più dolorosi, anche nei momenti più brutti, anche nei momenti della sconfitta: lì c’è il Signore. E questa è la nostra speranza».

La catechesi del Papa 

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Si celebra domani in Argentina la Festa nazionale della Repubblica. Per questa occasione, il Papa ha inviato un telegramma di felicitazioni al presidente Mauricio Macri, estese a tutta la popolazione argentina, chiedendo al Signore che accompagni l’amato Paese “nel suo sviluppo materiale e spirituale, propiziato da un clima di serenità. Pace e rispetto reciproco”. (R.G.) 

(Da Radio Vaticana)
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Nella mattina di mercoledì 24 maggio, il presidente degli Stati Uniti d’America, Donald Trump, è stato ricevuto in udienza dal Papa e, successivamente, si è incontrato con il cardinale Pietro Parolin, segretario di Stato, accompagnato dall’arcivescovo Paul Richard Gallagher, Segretario per i Rapporti con gli Stati. Nel corso dei cordiali colloqui è stato espresso compiacimento per le buone relazioni bilaterali esistenti tra la Santa Sede e gli Stati Uniti d’America, nonché il comune impegno a favore della vita e della libertà religiosa e di coscienza. Si è auspicata una serena collaborazione tra lo Stato e la Chiesa cattolica negli Stati Uniti, impegnata a servizio delle popolazioni nei campi della salute, dell’educazione e dell’assistenza agli immigrati. I colloqui hanno poi permesso uno scambio di vedute su alcuni temi attinenti all’attualità internazionale e alla promozione della pace nel mondo tramite il negoziato politico e il dialogo interreligioso, con particolare riferimento alla situazione in Medio oriente e alla tutela delle comunità cristiane.

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La comunità cristiana non vive in una “cittadella fortificata” ma va per la strada, ascolta le storie di tutti e poi offre la testimonianza dell’amore. Lo ha detto Papa Francesco all’udienza generale, stamani, in Piazza San Pietro. Proseguendo il ciclo di catechesi sulla speranza cristiana, Francesco ha concentrato la sua riflessione sull'incontro dei discepoli di Emmaus con Gesù e ha ricordato che anche nei momenti più brutti, Dio cammina sempre con noi. Infine, è tornato ad invocare la pace per “la cara terra ucraina”. Il servizio di Debora Donnini:

Francesco: terapia della speranza inizia ascoltando

E’ un incontro rapido quello di Gesù con i discepoli di Emmaus nel quale però c’è “tutto il destino della Chiesa”, sottolinea Papa Francesco all’udienza generale. Una vicenda significativa, dunque, per capirne la missione:

“Ci racconta che la comunità cristiana non sta rinchiusa in una cittadella fortificata, ma cammina nel suo ambiente più vitale, vale a dire la strada. E lì incontra le persone, con le loro speranze e le loro delusioni, a volte pesanti. La Chiesa ascolta le storie di tutti, come emergono dallo scrigno della coscienza personale; per poi offrire la Parola di vita, la testimonianza dell’amore, amore fedele fino alla fine. E allora il cuore delle persone torna ad ardere di speranza”.

Quando incontrano Gesù, i discepoli di Emmaus fuggivano da Gerusalemme. Dopo la sua morte in croce, erano delusi, convinti di essersi lasciati alle spalle una sconfitta che non avevano immaginato. Prima della Pasqua, infatti, erano pieni di entusiasmo, pensando che Gesù avrebbe manifestato la sua potenza ma la Festa si era invece trasformata nel giorno più doloroso della loro vita. E allora Gesù inizia la sua “terapia della speranza”

"E questo che succede in questa strada è una terapia della speranza. Chi la fa? Gesù. Anzitutto domanda e ascolta: il nostro Dio non è un Dio invadente. Anche se conosce già il motivo della delusione di questi due, lascia a loro il tempo per poter scandagliare in profondità l’amarezza che li ha avvinti. Ne esce una confessione che è un ritornello dell’esistenza umana: 'Noi speravamo, ma… Noi speravamo, ma …'".  

Quante tristezze, quanti fallimenti, quante speranze poi deluse nella vita di ciascuno, rileva Francesco, ma Gesù camminando con le persone sfiduciate, “in maniera discreta”, riesce a ridare speranza. E parla prima di tutto con le Scritture dove non si trovano “fulminee campagne di conquista”:

“La vera speranza non è mai a poco prezzo: passa sempre attraverso delle sconfitte. La speranza di chi non soffre, forse non è nemmeno tale. A Dio non piace essere amato come si amerebbe un condottiero che trascina alla vittoria il suo popolo annientando nel sangue i suoi avversari. Il nostro Dio è un lume fioco che arde in un giorno di freddo e di vento, e per quanto sembri fragile la sua presenza in questo mondo, Lui ha scelto il posto che tutti disdegniamo”.

Poi il segno di cosa deve essere la Chiesa: come ha spezzato il pane, Gesù “spezza” la nostra vita e la offre a tutti, “perché – sottolinea – non c’è amore senza sacrificio” .

Tutti nella vita vivono momenti bui nei quali sembra ci sia solo un muro davanti ma Francesco ricorda che “Gesù è sempre accanto a noi per ridarci speranza”, dicendoci: “Vai avanti, io sono con te”. Questo “il segreto della strada che conduce a Emmaus”: anche attraverso le apparenze contrarie, Dio non smetterà mai di volerci bene:

“Dio camminerà con noi sempre, sempre, anche nei momenti più dolorosi, anche nei momenti più brutti, anche nei momenti della sconfitta: lì è il Signore. E questa è la nostra speranza: andiamo avanti con questa speranza, perché Lui è accanto a noi camminando con noi. Sempre”.

Al termine della catechesi, Francesco invoca la pace "per la cara terra ucraina", salutando un gruppo di ucraini, che hanno partecipato al pellegrinaggio militare internazionale a Lourdes. Nel rivolgersi, poi, ai pellegrini provenienti da Siria, Terra Santa e Medio Oriente, sottolinea che tante persone vivono come i discepoli di Emmaus, “con il cuore spezzato a causa delle guerre”. Solo Il Risorto, dice, può riaccendere nell’umanità delusa “la fiamma della speranza che non delude mai”. Ai pellegrini italiani, infine, ricorda l’odierna memoria di Maria Ausiliatrice, “aiuto dei cristiani”.

(Da Radio Vaticana)
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Il cardinale Gualtiero Bassetti è il nuovo presidente della Conferenza episcopale italiana: l’annuncio della nomina di Papa Francesco, è stato dato dal card. Angelo Bagnasco, presidente uscente della Cei, al termine della messa da lui presieduta stamattina nella Basilica vaticana, nell'ambito dei lavori della 70esima Assemblea generale dei Vescovi che si chiude domani.

Il card. Gualtiero Bassetti, è Arcivescovo di Perugia – Città della Pieve. Nasce il 7 aprile 1942 a Popolano, frazione del comune di Marradi (Firenze), nel territorio della Diocesi di Faenza-Modigliana. Vive tutta la sua formazione presbiterale nell'Arcidiocesi di Firenze, nella quale è ordinato sacerdote il 29 giugno 1966 dal cardinale Ermenegildo Florit.

Dal 1968 presta servizio presso il Seminario minore, come assistente e responsabile della pastorale vocazionale e, quindi, dal 1972 come rettore. Nel 1979 il cardinale Giovanni Benelli lo nomina rettore del Seminario maggiore. Nel 1990 diventa pro-vicario generale e dal 1992 vicario generale dell'Arcidiocesi di Firenze.

Il 9 luglio 1994 viene eletto da Giovanni Paolo II vescovo di Massa Marittima-Piombino; il cardinale Silvano Piovanelli lo consacra vescovo l’8 settembre 1994. Il 21 novembre 1998 è trasferito alla Diocesi di Arezzo-Cortona-Sansepolcro, nella quale fa il suo ingresso il 6 febbraio 1999; la guida per undici anni, finché è eletto alla sede arcivescovile perugina.

Il 16 luglio 2009 papa Benedetto XVI lo nomina Arcivescovo di Perugia-Città della Pieve e, il 29 giugno 2010 nella Basilica di San Pietro a Roma, riceve il pallio, insegna propria degli arcivescovi metropoliti.

Il 16 dicembre 2013, papa Francesco lo chiama a far parte della Congregazione dei Vescovi e il 12 gennaio 2014 ne annuncia la nomina a Cardinale, creandolo tale nel Concistoro del 22 febbraio 2014 e affidandogli il titolo di Santa Cecilia.

Il card. Bassetti è stato vice-presidente della CEI dal 2009 al 2014. Dall’ottobre 2012 è presidente della Conferenza Episcopale Umbra. È membro della Congregazione per i Vescovi e di quella per il Clero e del Pontificio Consiglio per la promozione dell’unità dei cristiani.

(Da Radio Vaticana)
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All'udienza generale Papa Francesco prosegue il ciclo di catechesi sulla speranza cristiana. Di seguito un'ampia sintesi.

"Oggi vorrei soffermarmi sull’esperienza dei due discepoli di Emmaus, di cui parla il Vangelo di Luca. Immaginiamo la scena: due uomini camminano delusi, tristi, convinti di lasciare alle spalle l’amarezza di una vicenda finita male. Prima di quella Pasqua erano pieni di entusiasmo: convinti che quei giorni sarebbero stati decisivi per le loro attese e per la speranza di tutto il popolo. Gesù, al quale avevano affidato la loro vita, sembrava finalmente arrivato alla battaglia decisiva: ora avrebbe manifestato la sua potenza, dopo un lungo periodo di preparazione e di nascondimento. Questo era quello che loro aspettavano, e non fu così. I due pellegrini coltivavano una speranza solamente umana, che ora andava in frantumi. Quella croce issata sul Calvario era il segno più eloquente di una sconfitta che non avevano pronosticato. Se davvero quel Gesù era secondo il cuore di Dio, dovevano concludere che Dio era inerme, indifeso nelle mani dei violenti, incapace di opporre resistenza al male".

"Così, quella mattina della domenica - ha proseguito - questi due fuggono da Gerusalemme. Negli occhi hanno ancora gli avvenimenti della passione, la morte di Gesù; e nell’animo il penoso arrovellarsi su quegli avvenimenti, durante il forzato riposo del sabato. Quella festa di Pasqua, che doveva intonare il canto della liberazione, si era invece tramutata nel più doloroso giorno della loro vita. Lasciano Gerusalemme per andarsene altrove, in un villaggio tranquillo. Hanno tutto l’aspetto di persone intente a rimuovere un ricordo che brucia. Sono dunque per strada, e camminano. Tristi. Questo scenario – la strada – era già stato importante nei racconti dei vangeli; ora lo diventerà sempre di più, nel momento in cui si comincia a raccontare la storia della Chiesa. L’incontro di Gesù con quei due discepoli sembra essere del tutto fortuito: assomiglia a uno dei tanti incroci che capitano nella vita. I due discepoli marciano pensierosi e uno sconosciuto li affianca. È Gesù; ma i loro occhi non sono in grado di riconoscerlo. E allora Gesù incomincia la sua “terapia della speranza”. E questo che succede in questa strada è una terapia della speranza. Chi la fa? Gesù".

"Anzitutto domanda e ascolta: il nostro Dio non è un Dio invadente. Anche se conosce già il motivo della delusione di questi due, lascia a loro il tempo per poter scandagliare in profondità l’amarezza che li ha avvinti. Ne esce una confessione che è un ritornello dell’esistenza umana: «Noi speravamo, ma… Noi speravamo, ma …» . Quante tristezze, quante sconfitte, quanti fallimenti ci sono nella vita di ogni persona! In fondo siamo un po’ tutti quanti come quei due discepoli. Quante volte nella vita abbiamo sperato, quante volte ci siamo sentiti a un passo dalla felicità, e poi ci siamo ritrovati a terra delusi. Ma Gesù cammina: Gesù cammina con tutte le persone sfiduciate che procedono a testa bassa. E camminando con loro, in maniera discreta, riesce a ridare speranza".

"Gesù parla loro anzitutto attraverso le Scritture. Chi prende in mano il libro di Dio non incrocerà storie di eroismo facile, fulminee campagne di conquista. La vera speranza non è mai a poco prezzo: passa sempre attraverso delle sconfitte. La speranza di chi non soffre, forse non è nemmeno tale. A Dio non piace essere amato come si amerebbe un condottiero che trascina alla vittoria il suo popolo annientando nel sangue i suoi avversari. Il nostro Dio è un lume fioco che arde in un giorno di freddo e di vento, e per quanto sembri fragile la sua presenza in questo mondo, Lui ha scelto il posto che tutti disdegniamo".

"Poi Gesù ripete per i due discepoli il gesto-cardine di ogni Eucaristia: prende il pane, lo benedice, lo spezza e lo dà. In questa serie di gesti, non c’è forse tutta la storia di Gesù?  E non c’è, in ogni Eucaristia, anche il segno di che cosa dev’essere la Chiesa? Gesù ci prende, ci benedice, “spezza” la nostra vita – perché non c’è amore senza sacrificio – e la offre agli altri, la offre a tutti. È un incontro rapido, quello di Gesù con i due discepoli di Emmaus".

"Però in esso c’è tutto il destino della Chiesa. Ci racconta che la comunità cristiana non sta rinchiusa in una cittadella fortificata, ma cammina nel suo ambiente più vitale, vale a dire la strada. E lì incontra le persone, con le loro speranze e le loro delusioni, a volte pesanti. La Chiesa ascolta le storie di tutti, come emergono dallo scrigno della coscienza personale; per poi offrire la Parola di vita, la testimonianza dell’amore di Dio, amore fedele fino alla fine. E allora il cuore delle persone torna ad ardere di speranza. Tutti noi, nella nostra vita, abbiamo avuto momenti difficili, bui; momenti nei quali camminavamo tristi, pensierosi, senza orizzonti, soltanto un muro davanti. E Gesù sempre è accanto a noi per darci la speranza, per riscaldarci il cuore e dire: 'Vai avanti, io sono con te. Vai avanti'”, ha aggiunto a braccio. "Il segreto della strada che conduce a Emmaus è tutto qui: anche attraverso le apparenze contrarie, noi continuiamo ad essere amati, e Dio non smetterà mai di volerci bene. Dio camminerà con noi sempre, sempre, anche nei momenti più dolorosi, anche nei momenti più brutti, anche nei momenti della sconfitta: lì è il Signore. E questa è la nostra speranza: andiamo avanti con questa speranza, perché Lui è accanto a noi camminando con noi. Sempre".

(Da Radio Vaticana)
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Un “attacco barbaro”, una “violenza senza senso”: così il Papa definisce la strage avvenuta ieri a Manchester, costata la vita ad almeno 22 persone. In un telegramma a firma del cardinale segretario di Stato Pietro Parolin, Francesco esprime il suo profondo dolore per l’attentato che ha causato una così “tragica perdita di vite”. Elogia “i generosi sforzi del personale di emergenza e di sicurezza e assicura le sue preghiere per i feriti e per quanti sono morti”. Rivolge, quindi, un pensiero particolare “ai bambini e ai giovani che hanno perso la vita e alle loro famiglie”, invocando le benedizioni di Dio per la pace, la guarigione e la forza su tutta la nazione.

(Da Radio Vaticana)
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