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Martedì 20 giugno, Papa Francesco si recherà in pellegrinaggio a Bozzolo, in provincia di Mantova, e a Barbiana, in provincia di Firenze, per pregare sulle tombe di don Primo Mazzolari e di don Lorenzo Milani. La visita si svolgerà in forma privata e non ufficiale. Il Papa partirà alle 7.30 in elicottero dall’eliporto vaticano. Alle 9.00 l'arrivo nel campo sportivo di Bozzolo, accolto dal sindaco e dal vescovo di Cremona, mons. Antonio Napolioni. Nella Parrocchia di San Pietro, il Papa prega sulla tomba di don Primo Mazzolari (1890-1959) e poi tiene un discorso commemorativo ai fedeli presenti in chiesa. 

Poi, sempre in elicottero, si trasferisce a Barbiana dove l'arrivo è previsto alle 11.15. Il Santo Padre è accolto dal cardinale Giuseppe Betori, arcivescovo di Firenze, e dal sindaco di Vicchio. Visita in privato il Cimitero e prega sulla tomba di don Lorenzo Milani (1923-1967), in occasione del 50.mo anniversario della sua morte. Nella chiesa si svolge l'incontro con i discepoli di don Milani ancora viventi e fa una breve visita nella canonica nel giardino adiacente: qui tiene un discorso commemorativo, alla presenza dei discepoli, di un gruppo di sacerdoti della Diocesi e di alcuni ragazzi ospiti di case-famiglia. Alle 12.30 la partenza per il Vaticano dove il rientro è previsto per le 13.15.

(Da Radio Vaticana)
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Non dimenticarsi mai che la nostra fede è concreta e rifiuta compromessi e idealizzazioni. Così Papa Francesco nella Messa mattutina a Casa Santa Marta, alla quale hanno preso parte anche i cardinali consiglieri del C9 che da oggi al 26 aprile si riuniscono con il Santo Padre. Il Pontefice ha messo l’accento sulla libertà che ci dona lo Spirito Santo che fa sì che l’annuncio del Vangelo avvenga senza compromessi e rigidità. Il servizio di Alessandro Gisotti:

L’incontro di Nicodemo con Gesù e la testimonianza di Pietro e Giovanni dopo la guarigione dello storpio sono state al centro dell’omelia di Papa Francesco a Casa Santa Marta, nella prima Messa mattutina nella Domus dopo la pausa per le Festività pasquali. Gesù, ha osservato, spiega a Nicodemo con amore e pazienza che bisogna “nascere dall’alto”, “nascere dallo Spirito” e dunque passare “da una mentalità a un’altra”. Per capire meglio questo, ha detto, ci si può soffermare proprio a quanto narra la Prima Lettura, tratta dagli Atti degli Apostoli. Pietro e Giovanni hanno guarito lo storpio e i dottori della legge non sanno come fare, come “nascondere” questo, “perché la cosa è pubblica”. E nell’interrogatorio, “loro rispondono con semplicità” e quando gli intimano di non parlarne più, Pietro risponde: “No! Non possiamo tacere quello che abbiamo visto e ascoltato. E … continueremo così”.

Il Verbo si è fatto carne, la nostra è una fede concreta
Ecco, ha detto il Papa, “la concretezza di un fatto”, “la concretezza della fede” rispetto ai dottori della legge che “vogliono entrare nei negoziati per arrivare a compromessi”: Pietro e Giovanni “hanno coraggio, hanno la franchezza, la franchezza dello Spirito”, “che significa parlare apertamente, con coraggio, la verità, senza compromessi”. Questo è “il punto”, “la concretezza della fede”:

“Alle volte noi dimentichiamo che la nostra fede è concreta: il Verbo si è fatto carne, non si è fatto idea: si è fatto carne. E quando recitiamo il Credo, diciamo tutte cose concrete: ‘Credo in Dio Padre, che ha fatto il cielo e la terra, credo in Gesù Cristo che è nato, che è morto …’, sono tutte cose concrete. Il Credo nostro non dice: ‘Io credo che devo fare questo, che devo fare questo, che devo fare questo o che le cose sono per queste …’: no! Sono cose concrete. La concretezza della fede che porta alla franchezza, alla testimonianza fino al martirio, che è contro i compromessi o la idealizzazione della fede”.

A volte anche la Chiesa è caduta in una “teologia del si può e non si può”
Per questi dottori della legge, ha proseguito, il Verbo “non si è fatto carne: si è fatto legge: e si deve fare questo fino a qui e non di più”, “si deve fare questo” e non altro:

“E così erano ingabbiati in questa mentalità razionalistica, che non è finita con loro, eh? Perché nella storia della Chiesa tante volte, ma, la Chiesa stessa che ha condannato il razionalismo, l’Illuminismo, poi tante volte è caduta  in una teologia del ‘si può e non si può’, ‘fino a qui, fino a là’, e ha dimenticato la forza, la libertà dello Spirito, questo rinascere dallo Spirito che ti dà la libertà, la franchezza della predica, l’annuncio che Gesù Cristo è il Signore”.

Il Signore ci doni lo Spirito per annunciare il Vangelo senza rigidità
“Chiediamo al Signore – è stata l’invocazione del Papa – questa esperienza dello Spirito che va e viene e ci porta avanti, dello Spirito che ci dà l’unzione della fede, l’unzione delle concretezze della fede”:

“‘Il vento soffia dove vuole e ne senti la voce, ma non sai da dove viene né dove va. Così è chiunque è nato dallo Spirito’: sente la voce, segue il vento, segue la voce dello Spirito senza conoscere dove finirà. Perché ha fatto un’opzione per la concretezza della fede e la rinascita nello Spirito. Il Signore ci dia a tutti noi questo Spirito pasquale, di andare sulle strade dello Spirito senza compromessi, senza rigidità, con la libertà di annunciare Gesù Cristo come Lui è venuto: in carne”.

(Da Radio Vaticana)
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Papa Francesco ha inviato un video messaggio dedicato a don Lorenzo Milani, il priore di Barbiana, alla manifestazione “Tempo di Libri”, a Milano, dove questo pomeriggio sarà presentata l’edizione completa di “Tutte le Opere” del sacerdote, con alcuni inediti, curata dallo storico Alberto Melloni per la collana dei Meridiani Mondadori. Questo l’audio e il testo del videomessaggio:

Videomessaggio del Papa a “Tempo di Libri” dedicato a don Lorenzo Milani

“Non mi ribellerò mai alla Chiesa perché ho bisogno più volte alla settimana del perdono dei miei peccati, e non saprei da chi altri andare a cercarlo quando avessi lasciato la Chiesa” Così scrisse don Lorenzo Milani, priore di Barbiana, il 10 ottobre 1958. Vorrei proporre questo atto di abbandono alla Misericordia di Dio e alla maternità della Chiesa come prospettiva da cui guardare la vita, le opere ed il sacerdozio di don Lorenzo Milani. Tutti abbiamo letto le tante opere di questo sacerdote toscano, morto ad appena 44 anni, e ricordiamo con particolare affetto la sua “Lettera ad una professoressa”, scritta insieme con i suoi ragazzi della scuola di Barbiana, dove egli è stato parroco. Come educatore ed insegnante egli ha indubbiamente praticato percorsi originali, talvolta, forse, troppo avanzati e, quindi, difficili da comprendere e da accogliere nell’immediato. La sua educazione familiare, proveniva da genitori non credenti e anticlericali, lo aveva abituato ad una dialettica intellettuale e ad una schiettezza che talvolta potevano sembrare troppo ruvide, quando non segnate dalla ribellione. Egli mantenne queste caratteristiche, acquisite in famiglia, anche dopo la conversione, avvenuta nel 1943 e nell’esercizio del suo ministero sacerdotale. Si capisce, questo ha creato qualche attrito e qualche scintilla, come pure qualche incomprensione con le strutture ecclesiastiche e civili, a causa della sua proposta educativa, della sua predilezione per i poveri e della difesa dell’obiezione di coscienza.

La storia si ripete sempre. Mi piacerebbe che lo ricordassimo soprattutto come credente, innamorato della Chiesa anche se ferito, ed educatore appassionato con una visione della scuola che mi sembra risposta alla esigenza del cuore e dell’intelligenza dei nostri ragazzi e dei giovani. Con queste parole mi rivolgevo al mondo della scuola italiana, citando proprio don Milani: <<Amo la scuola perché è sinonimo di apertura alla realtà.  Almeno così dovrebbe essere! Ma non sempre riesce ad esserlo, e allora vuol dire che bisogna cambiare un po’ l’impostazione. Andare a scuola significa aprire la mente ed il cuore alla realtà, nella ricchezza dei suoi aspetti, delle sue dimensioni. E noi non abbiamo diritto  ad aver paura della realtà!  La scuola ci insegna a capire la realtà. Andare a scuola significa aprire la mente e il cuore alla realtà, nella ricchezza dei suoi aspetti, delle sue dimensioni. E questo è bellissimo! Nei primi anni si impara a 360 gradi, poi piano piano si approfondisce un indirizzo e infine ci si specializza. Ma se uno ha imparato ad imparare, ha imparato ad imparare, - è questo il segreto, imparare ad imparare! – questo gli rimane per sempre, rimane una persona aperta alla realtà! Questo lo insegnava anche un grande educatore italiano che era un prete: Don Lorenzo Milani>> Così mi rivolgevo all’educazione italiana, alla scuola italiana, il 10 maggio 2014. La sua inquietudine, però, non era frutto di ribellione ma di amore e di tenerezza per i suoi ragazzi, per quello che era il suo gregge, per il quale soffriva e combatteva, per donargli la dignità che, talvolta, veniva negata. La sua era un’inquietudine spirituale, alimentata dall’amore per Cristo, per il Vangelo, per la Chiesa, per la società e per la scuola che sognava sempre più come “un ospedale da campo” per soccorrere i feriti, per recuperare gli emarginati e gli scartati. Apprendere, conoscere, sapere, parlare con franchezza per difendere i propri diritti erano verbi che don Lorenzo coniugava quotidianamente a partire dalla lettura della Parola di Dio e dalla celebrazione dei sacramenti, tanto che un sacerdote che lo conosceva molto bene diceva di lui che aveva fatto “indigestione di Cristo”.

Il Signore era la luce della vita di don Lorenzo, la stessa che vorrei illuminasse il nostro ricordo di lui. L’ombra della croce si è allungata spesso sulla sua vita, ma egli si sentiva sempre partecipe del Mistero Pasquale di Cristo, e della Chiesa, tanto da manifestare, al suo padre spirituale, il desiderio che i suoi cari “vedessero come muore un prete cristiano”. La sofferenza, le ferite subite, la Croce, non hanno mai offuscato in lui la luce pasquale del Cristo Risorto, perché la sua preoccupazione era una sola, che i suoi ragazzi crescessero con la mente aperta e con il cuore accogliente e pieno di compassione, pronti a chinarsi sui più deboli e a soccorrere i bisognosi, come insegna Gesù (cf Lc 10, 29-37), senza guardare al colore della loro pelle, alla lingua, alla cultura, all’appartenenza religiosa. Lascio la conclusione, come l’apertura, ancora a don Lorenzo, riportando le parole scritte ad uno dei suoi ragazzi, a Pipetta, il giovane comunista che gli diceva “se tutti i preti fossero come Lei, allora …”, Don Milani rispondeva: “il giorno che avremo sfondato insieme la cancellata di qualche parco, istallato la casa dei poveri nella reggia del ricco, ricordati Pipetta, quel giorno ti tradirò, quel giorno finalmente potrò cantare l’unico grido di vittoria degno di un sacerdote di Cristo, beati i poveri perché il regno dei cieli è loro.

Quel giorno io non resterò con te, io tornerò nella tua casuccia piovosa e puzzolente a pregare per te davanti al mio Signore crocifisso” (Lettera a Pipetta, 1950) Accostiamoci, allora, agli scritti di don Lorenzo Milani con l’affetto di chi guarda a lui come a un testimone di Cristo e del Vangelo, che ha sempre cercato, nella consapevolezza del suo essere peccatore perdonato, la luce e la tenerezza, la grazia e la consolazione che solo Cristo ci dona e che possiamo incontrare nella Chiesa nostra Madre”.

 

 

 

 

(Da Radio Vaticana)
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Nella domenica della Divina Misericordia, il Papa sottolinea che la violenza, il rancore, la vendetta non hanno alcun senso e chi nutre tali sentimenti ne resta vittima. Il servizio di Roberta Gisotti

 

Dobbiamo a san Giovanni Paolo II – ha ricordato Papa Francesco – la scelta nell’Anno 2000 di dedicare alla Divina Misericordia questa domenica, chiamata una volta in albis, in riferimento alla veste bianca, alba, indossata per una settimana da quanti avevano ricevuto il Battesimo nella Veglia pasquale.

"E’ vero, è stata una bella intuizione! Da pochi mesi abbiamo concluso il Giubileo straordinario della Misericordia e questa domenica ci invita a riprendere con forza la grazia che proviene dalla misericordia di Dio".

Ha rievocato il Papa dal Vangelo domenicale, le parole di Gesù risorto, apparso ai discepoli riuniti nel cenacolo “a coloro a cui perdonerete i peccati, saranno perdonati”

"Ecco il senso della misericordia che si presenta proprio nel giorno della risurrezione di Gesù come perdono dei peccati".

Primo compito, trasmesso da Gesù alla Chiesa è “la sua stessa missione di portare a tutti l’annuncio concreto del perdono”.

"Questo segno visibile della sua misericordia porta con sé la pace del cuore e la gioia dell’incontro rinnovato con il Signore".

La misericordia alla luce della Pasqua, diviene “vera forma di conoscenza” del mistero che viviamo”, che si aggiunge ai sensi, all’intuizione, alla ragione e altre forme.

"Bene, si può conoscere anche attraverso l’esperienza della misericordia!"

La misericordia “apre la porta della mente…”

“..per comprendere meglio il mistero di Dio e della nostra esistenza personale.Fa capire che la violenza, il rancore, la vendetta non hanno alcun senso, e la prima vittima è chi vive di questi sentimenti, perché si priva della propria dignità”.

La misericordia "apre anche la porta del cuore…"

"...e permette di esprimere la vicinanza soprattutto con quanti sono soli ed emarginati, perché li fa sentire fratelli e figli di un solo Padre".

“Favorisce il riconoscimento di quanti hanno bisogno di consolazione e fa trovare parole adeguate per dare conforto”.

"La misericordia riscalda il cuore e lo rende sensibile alle necessità dei fratelli con la condivisione e partecipazione".

“Impegna tutti ad essere strumenti di giustizia, di riconciliazione e di pace”, ha raccomandato Francesco.

“Non dimentichiamo mai che la misericordia è la chiave di volta nella vita di fede, e la forma concreta con cui diamo visibilità alla risurrezione di Gesù”.

Dopo la preghiera mariana, il Papa ha reso omaggio alla figura di Luis Antonio Rosa Ormières, fondatore nel XIX secolo della Congregazione delle Suore dell’Angelo Custode.  

"Il suo esempio e la sua intercessione aiutino in particolare quanti lavorano nella scuola e nel campo educativo".

Infine i saluti ai numerosissimi fedeli e turisti raccolti in piazza San Pietro, tra questii partecipanti alla ‘Corsa per la Pace’, in partenza una staffetta per raggiungere Wittenberg in Germania. 

(Da Radio Vaticana)
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Papa Francesco ha presieduto questo pomeriggio nella Basilica di San Bartolomeo all’Isola Tiberina, a Roma, la Liturgia della Parola in memoria dei “Nuovi Martiri” del XX e XXI secolo, promossa  dalla Comunità di Sant'Egidio. Nell’omelia Francesco ha ribadito che la Chiesa è Chiesa se è Chiesa di martiri, di quelli che danno la vita, ma anche dei testimoni della fede nel quotidiano. Il Papa non ha mancato inoltre di ricordare il dramma dei profughi spesso non accolti dall’Europa e il bisogno di maggiore solidarietà nei loro confronti. Durante la celebrazione due familiari e un amico di cristiani uccisi perché seguaci di Gesù, hanno offerto le loro testimonianze. Il servizio di Adriana Masotti:

Il Papa all'Isola Tiberina ricorda i "Nuovi Martiri" e il dramma profughi

Assume un valore tutto particolare, la preghiera di oggi del Papa, visti i tempi segnati dalla sofferenza di tanti cristiani nel mondo, ricordiamo l’ultimo attentato in Egitto, nel 4° anniversario del rapimento dei vescovi di Aleppo, e alla luce della Pasqua. Storia antica di martirio e nuovi martiri fanno un’unica memoria. La veglia del Papa nella Basilica di San Bartolomeo all’Isola Tiberina, dal Giubileo del 2000 memoriale dei martiri contemporanei, inizia con l’atto di venerazione delle reliquie di San Bartolomeo e dell’Icona dei “nuovi martiri”. Prende poi la parola Andrea Riccardi, fondatore della Comunità di Sant’Egidio che ringrazia il Papa e ricorda:

“I martiri ci ricordano che come cristiani non siamo vincenti per il potere, le armi, il denaro, il consenso, e loro non sono eroi ma abitati da una sola forza, quella umile della fede e dell’amore; non rubano la vita ma la donano, come fece Gesù che non salvò se stesso e non fuggì da Gerusalemme”.

Quindi tre testimonianze: Karl Schneider, il figlio di Paul Schneider, pastore della Chiesa riformata, ucciso in un campo di sterminio nel 1939:

“Noi tutti, anche oggi, facciamo troppi compromessi, ma mio padre è rimasto fedele unicamente al Signore e alla fede, (….)anche nel campo di concentramento”.  

Roselyne Hamel, sorella di padre Jacques, ucciso neanche un anno fa in Francia da fondamentalisti islamici dice:

“Possa il sacrificio di Jacques portare dei frutti, dice Roselyn, perché gli uomini e le donne del nostro tempo possano trovare la via per vivere insieme in pace”.

E infine Francisco Hernandez, un amico di William Quijano, ucciso nel 2009 da bande armate in Salvador:

“Quale è stata la sua colpa? Sognare un mondo di pace. William non ha mai rinunciato a insegnare la pace, anzi il suo impegno ha spezzato la catena della violenza”.

All’omelia Papa Francesco ricorda che la Chiesa è Chiesa se è Chiesa di martiri, cioè coloro che hanno avuto la grazia di confessare Gesù fino alla morte.

"E ci sono anche tanti martiri nascosti, quegli uomini e quelle donne fedeli alla forza mite dell’amore, alla voce dello Spirito Santo, che nella vita di ogni giorno cercano di aiutare i fratelli e di amare Dio senza riserve".

Gesù che ha parlato sempre di amore, sottolinea Francesco usa una parola forte, la parola “odio” quando avverte i suoi: “Non spaventatevi! Il mondo vi odierà; ma sappiate che prima di voi ha odiato me”. E l’odio è quello del principe di questo mondo verso quanti sono stati salvati da Gesù.

"E l’origine dell’odio è questa: poiché noi siamo salvati da Gesù, e il principe del mondo questo non lo vuole, egli ci odia e suscita la persecuzione, che dai tempi di Gesù e della Chiesa nascente continua fino ai nostri giorni. Quante comunità cristiane oggi sono oggetto di persecuzione!"

E in questi tempi difficili, il Papa dice che la Chiesa ha bisogno di martiri, di testimoni, ma precisa:

“Il martire può essere pensato come un eroe, ma il fondamentale del martire è che è stato un “graziato”: c’è la grazia di Dio, non il coraggio, quello che ci fa martiri.

E ribadisce, la Chiesa ha bisogno di questi, ma anche dei santi di tutti i giorni, sono il sangue vivo della Chiesa e la portano avanti. Poi Francesco aggiunge a braccio:

“Io vorrei, oggi, aggiungere un’icona di più, in questa chiesa. Una donna. Non so il nome. Ma lei ci guarda dal cielo. Ero a Lesbo, salutavo i rifugiati e ho trovato un uomo trentenne, [con] tre bambini. Mi ha guardato e mi ha detto: “Padre, io sono musulmano. Mia moglie era cristiana. E nel nostro Paese sono venuti i terroristi, ci hanno guardato e ci hanno chiesto la religione e hanno visto lei con il crocifisso, e hanno chiesto di buttare giù, questo. Lei non lo ha fatto e l’hanno sgozzata davanti a me. Ci amavamo tanto!”. Questa è l’icona che porto oggi come regalo qui. Non so se quell’uomo è ancora a Lesbo o è riuscito ad andare altrove; non so se è stato capace di uscire da quel campo di concentramento, perché i campi di rifugiati – tanti – sono di concentramento, per la folla di gente che sono lasciati lì. E i popoli generosi che li accolgono anche devono portare avanti questo peso, perché gli Accordi internazionali sembra che siano più importanti dei diritti umani. E quest’uomo non aveva rancore: lui, musulmano, aveva questa croce del dolore portata avanti senza rancore”.

Infine, a chiudere l’omelia una preghiera: "

O Signore rendici degni testimoni del Vangelo e del tuo amore; effondi la tua misericordia sull’umanità; rinnova la tua Chiesa, proteggi i cristiani perseguitati, concedi presto la pace al mondo intero".

Al termine della Liturgia il Papa si intrattiene con un gruppo di rifugiati nei locali della Basilica. Sono profughi arrivati in Italia attraverso i corridoi umanitari  organizzati dalla Comunità di Sant' Egidio insieme alla Tavola Valdese. Parla con ciascuno e poi a tutti:

"Una parola di saluto e ringraziarvi per tutto quello che voi ci date. Grazie tante. Il Signore vi benedica".

All’uscita ancora un saluto alla folla di fedeli che l’attendevano sul Sagrato:

"Vi ringrazio per la presenza e per la preghiera in questa chiesa dei martiri. Pensiamo alla crudeltà, la crudeltà che oggi si accanisce sopra tanta gente; lo sfruttamento della gente … la gente che arriva in barconi e poi restano lì, nei Paesi generosi come l’Italia e la Grecia che li accolgono, ma poi i Trattati internazionali non lasciano … Se in Italia si accogliessero due – due migranti per municipio, ci sarebbe posto per tutti … E questa generosità del Sud, di Lampedusa, della Sicilia, di Lesbo possa contagiare un po’ il Nord. E’ vero: noi siamo una civiltà che non fa figli, ma anche chiudiamo la porta ai migranti. Questo si chiama suicidio. Preghiamo".

 

 

(Da Radio Vaticana)
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Oggi Papa Francesco ha ricevuto in udienza il Principe Regnante Hans Adam II e il Principe Ereditario Alois del Principato di Liechtenstein, che poi si sono incontrati con il card. Pietro Parolin, segretario di Stato, accompagnato da mons. Antoine Camilleri, sotto-segretario per i Rapporti con gli Stati.

“Nel corso dei cordiali colloqui - riferisce la Sala Stampa vaticana - sono state rilevate le buone relazioni bilaterali tra la Santa Sede e il Liechtenstein ed è stato riconosciuto il ruolo storico della Chiesa cattolica e il positivo contributo che essa continua ad offrire alla vita del Paese. Successivamente, si è espresso apprezzamento per l’impegno del Principato in ambito internazionale, particolarmente nella tutela dei diritti umani”.

(Da Radio Vaticana)
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Oggi c’è «necessità urgente di promuovere una cultura di pace e non violenza»: con questo appello all’impegno comune si apre il messaggio inviato dal Pontificio Consiglio per il dialogo interreligioso ai buddisti in occasione della festa di Vesakh 2017. «Mentre molti credenti si impegnano a promuovere la pace — si legge nel testo firmato dal cardinale presidente Tauran e dal vescovo segretario Ayuso Guixot — altri sfruttano la religione per giustificare i loro atti di violenza e odio». Allo stesso modo, «si fa strada la cooperazione religiosa globale, ma si assiste anche alla politicizzazione della religione». E pur essendoci «una consapevolezza della povertà endemica e della fame nel mondo», continua «la deplorevole corsa agli armamenti». Questa situazione esige, secondo il dicastero, «un appello alla non violenza» basato su un netto «rifiuto della violenza in tutte le sue forme».

Il testo del messaggio 

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«La tutela delle ricchezze culturali costituisce una dimensione essenziale della difesa dell’essere umano» ha affermato il Pontefice lo scorso 30 novembre, ribadendo come tale custodia rappresenti «una nuova tappa nel processo di attuazione dei diritti umani». Da queste affermazioni di Francesco è partito l’arcivescovo Bernardito Auza, osservatore permanente della Santa Sede presso l’Organizzazione delle Nazioni Unite, intervenendo il 19 aprile a New York a un incontro dedicato proprio alla protezione del patrimonio culturale a rischio a causa dei conflitti bellici.

La necessità di tutelarlo, ha detto Auza, riprendendo le parole di Papa Francesco, «è una preoccupazione drammaticamente 

attuale».

E se «Al Qaeda si è avvalsa del sostegno di ricchi benefattori per alimentare le proprie attività terroristiche, l’Is si è spianato la strada verso la ricchezza saccheggiando, rapendo ed estorcendo, e il saccheggio industriale di “antichità che grondano sangue” è diventato una parte centrale della sua strategia economica, con il suo cosiddetto “ministero delle antichità” che addirittura rilascia licenze a chi scava per saccheggiare, imponendo una tassazione del 20-50 per cento, e favorendo una rete di contrabbando nel mercato nero, con elementi del crimine organizzato di tutto il mondo. È una strategia di guerra deliberata e sistematica, che l’Unesco ha opportunamente definito “epurazione culturale” e che, secondo l’Assemblea generale delle Nazioni Unite, in base al diritto internazionale, equivale a un “crimine di guerra”. Il fatto che accada in Medio Oriente, che è così importante per la storia della civiltà e della religione, lo rende ancor più ripugnante».

La protezione dei tesori culturali – ha proseguito -- è una dimensione essenziale nella difesa della persona umana. «È in atto un tentativo, da parte dei terroristi, di cancellare la storia, privare le persone delle loro radici e identità, colpire il loro passato, il loro futuro e la loro speranza. È un attacco non solo contro cose, per quanto preziose, ma anche contro le persone del passato, del presente e del futuro che le apprezzano. È un’aggressione all’ambiente culturale, educativo e religioso di cui esse hanno bisogno per il loro sviluppo integrale».

«È una guerra non soltanto contro tesori insostituibili — ha concluso Auza — ma anche contro coloro che li custodiscono, li hanno custoditi e devono custodirli nelle generazioni future. Così come esiste una responsabilità di proteggere le persone dai crimini contro l’umanità, secondo me esiste anche il dovere di difendere la dimensione culturale di persone e civiltà contro la dissacrazione ora in atto e di promuovere e proteggere i diritti umani delle persone alla propria storia, identità, ambiente, luoghi di apprendimento, culto, ispirazione e altro».

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La Chiesa rinnovi sempre il suo impegno perché il messaggio del Vangelo giunga al mondo di oggi: così, in sintesi, Papa Francesco nella Lettera all'arcivescovo di Gniezno Wojciech Polak, in occasione del sesto centenario del titolo di Primate di Polonia.

“Sei secoli fa, durante il Concilio di Costanza – ricorda il Papa - l’arcivescovo di Gniezno Mikołaj Trąba ottenne per sé e i suoi successori il titolo di Primate di Polonia. Non senza ragione, l'onore e la priorità di questo ministero di amore per la comunità della Chiesa in Polonia è toccato alla città di Gniezno. E’ infatti associata alle origini del cristianesimo, nelle terre dei Piast, con l'attività missionaria e il martirio di Sant’Adalberto. E’ qui - dove riposano le sue reliquie - che nel 1000 gli inviati di Papa Silvestro II si sono incontrati con l'imperatore Ottone III e Boleslao, il principe coraggioso. Poi Gniezno divenne la prima capitale del centro metropolitano e della Chiesa locale. Consegnando, nel 1417, il titolo di Primate della Chiesa polacca  è stato riconosciuto e sigillato questo ruolo unico che ha agito nella storia di Gniezno, nelle menti e nei cuori dei polacchi”.

Anche nei secoli successivi – scrive il Papa – “la città di Gniezno è rimasta un punto di riferimento” per il popolo polacco nella ricerca della libertà e della crescita spirituale.

Oggi - conclude il Papa – “si deve guardare al futuro e chiedere a Dio di essere testimoni di Sant’Adalberto, fonte viva di ispirazione nell'opera di evangelizzazione delle future generazioni”.

(Da Radio Vaticana)
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Cristiani e buddisti percorrano insieme la via della non violenza: è l’appello lanciato dal Pontificio Consiglio per il Dialogo Interreligioso nel Messaggio in occasione della festa di Vesakh, che ricorda la nascita, l'illuminazione e la morte di Buddha.

Il documento riflette “sulla necessità urgente di promuovere una cultura di pace e non violenza. La religione – si legge - è in prima pagina nel nostro mondo, benché talvolta in modi contrapposti. Mentre molti credenti si impegnano a promuovere la pace, altri sfruttano la religione per giustificare i loro atti di violenza e odio. Vediamo offrire alle vittime della violenza guarigione e riconciliazione, ma anche tentativi di cancellare ogni traccia e memoria dell' ‘altro’. Si fa strada la cooperazione religiosa globale, ma si assiste anche alla politicizzazione della religione; c’è una consapevolezza della povertà endemica e della fame nel mondo, eppure continua la deplorevole corsa agli armamenti. Questa situazione esige un appello alla non violenza, un rifiuto della violenza in tutte le sue forme”.

Il Dicastero vaticano ricorda che Gesù e il Buddha “hanno promosso la non violenza e sono stati costruttori di pace”. “Pur riconoscendo l'unicità delle nostre due religioni, verso le quali rimaniamo impegnati - sottolinea il Messaggio - concordiamo che la violenza scaturisce dal cuore dell'uomo, e che i mali della persona sfociano in mali strutturali. Perciò siamo chiamati a un'impresa comune: studiare le cause della violenza; insegnare ai nostri rispettivi seguaci come combattere il male nei loro cuori; liberare dal male sia le vittime sia coloro che commettono la violenza; formare i cuori e le menti di tutti, specialmente dei bambini, ad amare e vivere in pace con tutti e con l'ambiente; insegnare che non c'è pace senza giustizia, né vi è vera giustizia senza perdono; invitare tutti a collaborare alla prevenzione dei conflitti nella ricostruzione delle società frantumate; incoraggiare i mezzi di comunicazione  sociale ad evitare e combattere il discorso dell'odio, e i rapporti di parte e provocatori; incoraggiare le riforme dell'educazione per prevenire la distorsione e la cattiva interpretazione della storia e dei testi  scritturistici; e pregare per la pace nel mondo percorrendo insieme la via della non violenza”.

Il Messaggio si conclude così: “Cari amici, possiamo dedicarci attivamente a promuovere nelle nostre famiglie, e nelle istituzioni sociali, politiche, civili e religiose, un nuovo stile di vita in cui la violenza venga rifiutata e venga rispettata la persona umana. È in questo spirito che vi auguriamo  nuovamente una  pacifica e gioiosa festa di Vesakh!”.    

(Da Radio Vaticana)
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