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«Roma: la Chiesa nella città» di mercoledì 20 settembre è una puntata con molti ospiti: il primo è mons. Angelo De Donatis, Vicario del Papa a Roma, parla del convegno diocesano concluso lunedì 18 settembre.

La seconda ospite è la prof.ssa Heather Hyde Minor per parlare della nuova sede del Rome Global Project dell’University of Notre Dame a Roma e delle attività collegate.

Nella parte finale della trasmissione presentiamo poi due libri delle Edizioni Dehoniane di Bologna (EDB): una raccolta di racconti e un testo più impegnativo di don Giacomo Panizza, sacerdote bresciano che vive e lavora in Calabria, impegnato contro la criminalità organizzata.

La trasmissione curata e condotta da Fabrizio Mastrofini ha una sua pagina Facebook.

Mons. Angelo De Donatis al termine del convegno diocesano nota che il «pessimismo, la chiusura, il mettere i remi in barca» è la più pericolosa tentazione. Si vince con l’annuncio del Vangelo e «cambiando l’atteggiamento del cuore attraverso una grande passione che attinge dall’insegnamento di Gesù attivando processi di comunione da cui nascono le comunità cristiane». Per una pastorale dei giovani e delle famiglie, la Chiesa vuole «mettersi accanto ai genitori» per poter dare un futuro ai giovani e alla Chiesa perché «in questa maniera si costruisce la nuova comunità cristiana».

La prof.ssa Heather Hyde Minor, Direttrice del Rome Global Project, racconta prima di tutto la pionieristica fondazione dell’University of Notre Dame nell’Indiana – alla metà dell’Ottocento – quando un gruppo di sacerdoti della Congregazione della Sancta Croce, provenendo dalla Francia, si stabiliscono nell’Indiana e con l’aiuto del vescovo locale decidono la fondazione di una Università. Era un luogo di snodo dove affluivano immigrati dall’Europa, soprattutto cattolici, per costruire strade e ferrovie. Il campus che sorge oggi deriva dal lavoro incredibile svolto all’epoca, nel freddo, in mezzo ai disagi, con pochi mezzi e strumenti. E dall’Indiana, l’Università è dal 2003 anche a Roma con il «Rome Global Gateway». È «una iniziativa dell’Università – dice la prof.ssa Hyde Minor – che vuole sostenere i nostri rapporti con la Chiesa e metterci in contatto con partners e istituzioni accademiche a Roma – Gregoriana, Sapienza, Roma Tre – per sviluppare progetti di ricerca con docenti e studenti. È una iniziativa presente dal 2003».

«Il Progetto ha due sedi al Celio. In via Ostilia c’è un palazzo degli anni Venti che viene usato per i docenti ed ha una cappella ed una biblioteca e sale per le conferenze e seminari. Una seconda sede, vicina, che viene inaugurata venerdì 22 settembre, accanto a Santa Maria in Domnica, è un edificio per gli studenti ed attrezzato per creare una comunità: dalla cucina agli spazi per studiare e incontrare altri studenti».

«Siamo una piccola università americana con 8 mila studenti, nello stato dell’Indiana e per noi è importante dare un senso di internazionalità agli studenti stessi. Qui arrivano da ogni Facoltà ed ogni anno abbiamo 200 studenti, di primo livello o già laureati per una post specializzazione. Abbiamo concordato con le altre università romane di svolgere attività insieme. Per uno studente della Facoltà di Economia, ad esempio, possiamo preparare un curriculum adatto a lui facendogli frequentare corsi alla Sapienza, alla Luiss o a Roma Tre. Può seguire le lezioni in inglese e svolgere attività specifiche. Abbiamo anche un accordo con la John Cabot University; tuttavia vogliamo soprattutto inserire i nostri studenti nell’ambito accademico italiano, per farli partecipare e far vedere le attività universitarie in un modo diverso».

«Gli studenti che vengono sono ben preparati e bravissimi. Possono fermarsi un semestre o un anno o possono anche venire qui per tutta la durata del loro percorso accademico. È una possibilità che viene offerta, unica in quanto non ci sono altre università statunitensi che forniscono l’occasione di un curriculum fatto su misura». «Vogliamo poi creare un centro di ricerca per studi umanistici e per altre Facoltà del nostro Campus, qui a Roma».

Prof.ssa Hyde Minor, perchè Global Gateway? «È un Gateway, come l’Arco di Costantino qui vicino: un portone per aprirci al mondo e far entrare il mondo nei nostri progetti. Abbiamo progetti simili in Irlanda, a Londra, a Gerusalemme, a Pechino. L’idea è allargare l’orizzonte di esperienza. Quest’anno appunto abbiamo 200 studenti, tra cui 47 architetti».

Un altro obiettivo – spiega la prof.ssa Hyde Minor – riguarda l’opportunità di far vivere anche una esperienza di Chiesa a Roma. «Ogni studente segue almeno un corso di teologia o alla Gregoriana o qui da noi. Per loro la vita spirituale è importante ed è parte integrante della particolarità del nostro progetto come università cattolica e da questo punto di vista Roma fornisce opportunità straordinarie».

La prof.ssa Hyde Minor è una stimata e conosciuta docente per gli studi sul Seicento e Settecento artistico a Roma; e aggiunge con un pizzico di ironia e orgoglio: il «mio posto preferito al mondo non è una spiaggia ma un archivio o una biblioteca a Roma dove sfogliare le carte e leggere i libri antichi. Per me Roma non è un luogo di lavoro ma molto di più».

Nella parte finale parliamo di due libri. Daniela Leoni, la traduttrice, ci presenta di Shalom Aleichem la «Stazione di Baranovitch» (EDB, euro 9.50).

Un vecchio treno è il luogo d’azione delle storie raccontate in questa raccolta. Un vecchio treno in movimento verso una destinazione ignota, alla quale non giungerà mai. Un vecchio treno sul quale si intrecciano situazioni tragicomiche e grottesche, narrate da un “commesso viaggiatore” che altro non è se non l’alter ego di Shalom Aleichem, il quale racconta con il suo inconfondibile tono, tenero e umoristico assieme, il suo rapporto con il mondo e con la storia e la nostalgia per un passato che sta scomparendo. Il lettore che si accosta a questi brevi racconti dovrà soltanto salire su questo vecchio treno e mettersi in viaggio in compagnia dei personaggi che ne popolano i vagoni. Prestando attenzione alle storie che verranno narrate, sarà trascinato in un percorso a ritroso nel tempo e nello spazio, che gli permetterà di cogliere la poliedrica realtà del mondo dello shtetl, il microcosmo esclusivo entro i cui confini spesso l’ebreo dell’Europa orientale consumava tutta la sua esistenza, in grande povertà, ma con l’orgoglio di possedere una enorme ricchezza spirituale. Ad ogni stazione i vagoni del vecchio treno si popolano di personaggi diversi e pur sempre identici, testimoni di tenerissimi rapporti famigliari e capaci di esprimere solidi principi di solidarietà e fratellanza che paiono sempre più sfumare nel nuovo che incombe. Il vecchio treno però, nonostante tutto, non si ferma, prosegue nel suo viaggio verso l’ignoto, suggerendo al lettore che i parametri con i quali l’uomo – e non solo l’ebreo dello shtetl –sa interpretare e decifrare il presente devono aprirgli una prospettiva di comprensione più profonda anche del futuro. E perché non pensare che possa proprio essere il riso che sgorga dalle lacrime a offrire all’uomo la possibilità di allontanare i fantasmi, le paure, le offese, e trovare, in questo approccio alla vita, una sorta di balsamo per l'anima, capace di restituire calore e dignità all’esistenza dell’uomo, nel presente come nel futuro?

Don Giacomo Panizza sacerdote che vive e opera in Calabria, presenta il suo volume «Cattivi Maestri» (EDB, euro 13,50) dove esplora le modalità di una vera pedagogia contro la mafia e le mafie.

Buona giornata a tutti e a tutte. Sono Don Giacomo Panizza e vengo a presentarvi il libro “Cattivi maestri”. Le Edizioni Dehoniane di Bologna mi hanno coinvolto su un argomento - che è il sottotitolo del libro - : “Una sfida educativa alla pedagogia mafiosa”. Sì, la mafia educa. Non fa soltanto prepotenze e sparatorie, uccisioni e imbrogli vari, ma anche educa. Educa facendo paura, chiedendo il pizzo, ricattando, mettendo bombe, coinvolgendo in affari sporchi: è costretta a educare a fare clan e non popolo, a sottomettere e non a formare autonomie e libertà. Altrimenti cesserebbe di esistere! Quando un commerciante, una famiglia o una città si rassegnano, la loro educazione ha vinto. La mafia diventa mafiosità, una cultura omertosa dominante. A quel punto c’è bisogno di cattivi maestri. Di maestri e maestre controcorrente. Il libro racconta “come” si può educare all’autonomia e alla libertà in contesti mafiosi. Descrive episodi ribelli a una vita piatta e asservita. La mafiosità va contrastata e abbattuta con una pedagogia utile a tutte le età, e non solo per i piccoli a scuola. Perciò il libro riporta episodi accaduti nel mezzogiorno, e non soltanto, in cui ci sono gruppi, ci sono parrocchie, scuole, associazioni antiracket, imprenditori e commercianti che dicono no ai mafiosi. Il libro spiega anche perché contro le mafie non può bastare qualche eroe. Non serve che pochi facciano tanto, ma che in tanti facciamo il poco essenziale. Perciò, mi raccomando, esercitiamoci insieme, tutti e tutte, a una vita giusta, sociale e attiva. Coi miei più cordiali saluti.

Ed è tutto per il momento. Alla prossima!

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Presentato oggi in Sala Stampa Vaticana, il XXIV Congresso mondiale dell'Apostolato del Mare che si terrà a Kaohsiung, Taiwan, dal 1° al 7 ottobre 2017.

"Caught in the net" (prigioniero nella rete) è il titolo di questa edizione, i cui argomenti esprimono la premura e l’attenzione dell'Apostolato del Mare non solo verso le risorse naturali, ma anche e soprattutto nei confronti di quelle umane. Il riferimento è in particolare ai pescatori e alle loro famiglie, ai pericoli a cui sono esposti e alle condizioni disumane in cui sono costretti a lavorare. Accade così che la vita di molti pescatori, anche minorenni, scivoli nelle mani della criminalità organizzata.

"Da una parte ci sono gli armatori che vogliono fare sempre più profitto - spiega padre Bruno Ciceri, delegato del Vaticano per l'Apostolato del Mare - e dall'altra parte c'è un elevatissimo numero di migranti in cerca di un lavoro a qualsiasi prezzo e a qualsiasi costo". Due richieste che creano i presupposti per una realtà di sfruttamento fino alla schiavitù, nella quale rimangono caught (intrappolati!) anche molti minorenni.

Frequente il caso di equipaggi ingannati sul salario, vittime di abusi, ingiustamente criminalizzati per incidenti marittimi e abbandonati in porti stranieri: "Una tratta legalizzata, si potrebbe dire, e purtroppo anche accettata da queste persone perché - prosegue padre Ciceri - condannate altrimenti a morire di fame".

Ascolta e scarica il podcast dell'intervista integrale a p. Bruno Ciceri, delegato del Vaticano per l'Apostolato del Mare, Officiale del Dicastero per lo Sviluppo Umano Integrale:

Apostolato del Mare contro la schiavitù dei pescatori

 di Emanuela Campanile

(Da Radio Vaticana)

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di Roberta Gisotti

Hiroshima: vivere come costruttori di pace
La pace “non è soltanto assenza di violenza o di guerra”, lo ha ribadito stamane il card. Fernando Filoni, prefetto della Congregazione per l’Evangelizzazione dei popoli, incontrando ad Hiroshima, sacerdoti, religiosi e fedeli laici, nel quarto giorno della sua visita in Giappone.

Nella città martire dove il 6 agosto del 1945 fu gettata la prima bomba atomica nella storia, il porporato ha lodato l’impegno profuso dalla “diocesi di Hiroshima, assieme a tutti i cittadini di buona volontà” per promuovere la pace in Giappone e nel mondo, come “risposta alla voce della coscienza viva per l’umanità”.

Ha ricordato il card. Filoni le vittime – centinaia di migliaia, oltre l’85% civili innocenti, non solo giapponesi ma anche di altri Paesi - di quell’evento drammatico, la cui memoria volta a “riflettere sulle conseguenze terribili del male è sempre una grande medicina”, nella “prospettiva di una pace duratura ed equanime”, che deve poggiare su tre elementi essenziali: “il perdono, la verità e la giustizia”.  Infatti, mentre la verità – ha spiegato il porporato - spinge alla conoscenza e alla comprensione e la giustizia umana rimane fragile e imperfetta perché esposta ai limiti e agli egoismi personali e di gruppo, il perdono riesce a completare e risanare le ferite, ristabilendo in profondità i rapporti umani turbati”.

Perdono cristiano è atto di grande coraggio
Consapevoli che “il perdono cristiano è un atto di grande coraggio, che spezza le catene viziose della vedetta”, “è importante – ha sollecitato il card. Filoni - riflettere su questo tema non solo guardando allo scenario internazionale e alle decisioni dei leader politici, ma anche a noi stessi”, esaminando “anche il proprio personale contributo alla costruzione della pace e la propria capacità di perdono, per non rischiare di adottare un giudizio a doppio standard: rigido verso gli altri, e indulgente verso se stessi”.  Per cui “il vero sviluppo della pace inizia proprio dalla riflessione su di sé, sul modello di testimonianza che proponiamo agli altri”. “Direi – ha osservato il porporato - che la promozione della pace cristiana è un movimento non solo sociale, ma anche e fondamentalmente spirituale”.

Le guerre infinite dei nostri giorni
Ricordando il “tristissimo evento” della prima bomba atomica, sul finire della seconda Guerra mondiale, il card. Filoni si è riferito poi ai conflitti e ai venti di guerra odierni. Celebrando la Messa nella cattedrale di Hiroshima, il porporato ha deprecato quanto ancora oggi avviene nel mondo con la fabbricazione di armi enormemente distruttive”. Siamo “testimoni” – ha aggiunto - “di guerre infinite”, come “quelle di quest’ultimo decennio in Iraq, Siria, Libia, purtroppo ancora in atto”, o di “tante guerre e guerriglie che insanguinano l’Africa, l’Asia e altre parti del mondo”. Gli uomini di questa generazione “continuano a lastricare la storia di sangue e di violenze!”

Evangelizzare non è imposizione e forzatura delle menti
Nella memoria odierna di alcuni martiri coreani, il card. Filoni ha rammentato anche i martiri giapponesi, vittime “di un odio senza una giusta ragione”, poiché - ha osservato – l’annuncio del Vangelo non è un indottrinamento, né un’imposizione o una forzatura delle menti e dei cuori”; “l’adesione al Vangelo” nasce infatti “nella libertà interiore di chi scopre di essere figlio di Dio”. Per cui “l’evangelizzazione – ha proseguito il porporato - non è proselitismo ideologico, ma attrazione, amore, adesione alla carità divina che vuole tutti gli essere umani salvi e uniti nella stessa famiglia di Dio, senza distinzione di lingua, di colore della pelle, di cultura o di stato sociale”. 

Oggi non meno gravi impedimenti all’annuncio del Vangelo
E se “tutto ciò che in Giappone agli inizi impedì l’annuncio del Vangelo fu perché ritenuto sovversivo dello stato sociale allora stabilito”, “forse oggi – ha osservato il card. Filoni - vi sono altri non meno gravi impedimenti”. Tra questi, il porporato ha indicato “la mentalità secolare, l’edonismo, l’indifferenza, l’idolatria del benessere e del denaro, il senso della nostra vita che ci è rubato”.

(Da Radio Vaticana)
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Da Hiroshima, città martire dell’atomica, «davanti alle ferite che la popolazione porta in sé» ancora oggi a oltre settant’anni di distanza, il cardinale Filoni ha lanciato un triplice appello al perdono, alla verità e alla giustizia «per la costruzione della pace autentica». Un monito attuale non solo nel continente asiatico ma anche «in Iraq, Siria, Libia» così come in Africa e nelle altre parti del mondo in cui «la fabbricazione di armi enormemente distruttive» alimenta «guerre infinite e guerriglie».

Recandosi mercoledì 20, quarta giornata della sua visita in Giappone, nei luoghi del primo bombardamento nucleare della storia, il prefetto della Congregazione per l’evangelizzazione dei popoli ha ricordato con commozione «l’evento terribile del 6 agosto 1945» in cui «oltre l’85 per cento delle vittime furono civili innocenti».

Trasferitosi in treno da Nagasaki sull’isola di Honshū, il porporato è stato accompagnato dal vescovo Alexis Mitsuru Shirahama a visitare il parco della pace di Hiroshima, con il museo memoriale edificato a perenne monito contro la follia atomica. Quindi ha incontrato il clero, i religiosi e i fedeli laici della vasta diocesi, che conta oltre sette milioni e mezzo di abitanti, ma solo poco più di ventimila cattolici.

Nel suo discorso il cardinale Filoni ha espresso «apprezzamento per il servizio alla pace» svolto da tutti i cittadini di buona volontà e ha rilanciato l’importanza del «perdono cristiano» come «atto di grande coraggio, che spezza le catene viziose della vendetta». Perciò — ha affermato — bisogna «riflettere su questo tema non solo guardando allo scenario internazionale e alle decisioni dei leader politici, ma anche a noi stessi. Occorre esaminare il proprio personale contributo alla costruzione della pace e la propria capacità di perdono, per non rischiare di adottare un giudizio a doppio standard: rigido verso gli altri e indulgente verso se stessi». Del resto, ha proseguito, «il vero sviluppo della pace inizia proprio dalla riflessione su di sé, sul modello di testimonianza che proponiamo». E pertanto «la promozione della pace cristiana è un movimento non solo sociale, ma anche spirituale».

In proposito il prefetto del dicastero missionario ha definito Hiroshima un “nuovo Golgota” da «cui Cristo crocifisso continua ad ammonire tutte le genti e, spiritualmente tutte le religioni che, in nome di esse, fomentano odio, divisioni e guerre». Da qui l’invito alla comunità cattolica a proseguire nell’opera di testimonianza e di annuncio del Vangelo in Giappone. «Dio — ha detto — non si è fermato alle porte di questo paese: dite ai ciechi, ai sordi, ai malati, ai poveri, a chi è senza speranza, o soffre per la divisione delle famiglie, o ai drogati, o a chi pensa che il suicidio sia l’unica strada per porre termine alla desolazione e disperazione, che c’è una buona notizia».

Il tema dell’evangelizzazione è stato rilanciato dal cardinale Filoni anche durante la messa celebrata nella cattedrale di Hiroshima. «Annunciare la buona novella — ha spiegato — è un’opera di carità altissima», anche in un tempo in cui «gravi impedimenti» sembrano ostacolarla. Il riferimento è «alla mentalità secolare, all’edonismo, all’indifferenza, all’idolatria del benessere e del denaro», che caratterizzano il paese. Evangelizzare, ha chiarito, non è «indottrinamento, né imposizione o forzatura delle menti e dei cuori», né tantomeno «proselitismo ideologico»; al contrario, ha concluso il prefetto di Propaganda fide, «l’adesione al Vangelo nasce nella libertà interiore di chi scopre di essere figlio di Dio» e conseguentemente «vuole tutti gli essere umani uniti nella stessa famiglia, senza distinzione di lingua, colore della pelle, cultura o stato sociale».

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di Debora Donnini

Non arrenderti alla notte, “vivi, ama, sogna, credi” e se sbagli, rialzati. “Come educatore, come padre” che parla a un giovane o qualsiasi persona che ha da imparare, Papa Francesco si rivolge stamani ai presenti in Piazza San Pietro, nella catechesi all’udienza generale, usando il "tu". Francesco prosegue, dunque, la riflessione sulla speranza cristiana affrontando oggi il tema: "educare alla speranza".

Si potrebbero riassumere in una decina le esortazioni proposte. La prima è a non concedere spazio ai pensieri negativi perché il nemico è dentro non fuori. Bisogna invece credere che questo mondo è il primo miracolo che Dio ha fatto e sperare sempre perché fede e speranza procedono insieme. "Alla fine dell’esistenza non ci aspetta il naufragio" perché Dio non delude: "se ha posto una speranza nei nostri cuori, non la vuole stroncare con continue frustrazioni". Bisogna confidare in Dio, che “ci ha fatto per fiorire”.

In un parola, Francesco chiede di non arrendersi: “Ovunque tu sia, costruisci! Se sei a terra, alzati! Non rimanere mai caduto - esorta - alzati, lasciati aiutare per essere in piedi. Se sei seduto, mettiti in cammino! Se la noia ti paralizza, scacciala con le opere di bene! Se ti senti vuoto o  e demoralizzato, chiedi che lo Spirito Santo possa nuovamente riempire il tuo nulla”.

Francesco invita quindi a non ascoltare la voce di chi semina odio e divisioni: “Opera la pace in mezzo agli uomini”, esorta. E, nei contrasti, di pazientare perché “ognuno è depositario di un frammento di verità”.

Quindi il forte appello ad amare: “ama le persone”, “amali uno ad uno”, dice. E questo significa rispettare il cammino di tutti, lineare o travagliato, perché – afferma – “ognuno di noi ha la propria storia da raccontare”. E ogni bambino che nasce è la promessa di una vita.

“E soprattutto, sogna! Non avere paura di sognare. Sogna!”, si raccomanda. Sogna un mondo che ancora non si vede. Il mondo, infatti, cammina grazie allo sguardo di uomini che hanno sognato anche se attorno sentivano parole di derisione:

“Gli uomini capaci di immaginazione hanno regalato all’uomo scoperte scientifiche e tecnologiche”, ricorda. “Hanno solcato gli oceani, e hanno calcato terre che nessuno aveva calpestato mai. Gli uomini che hanno coltivato speranze sono anche quelli che hanno vinto la schiavitù, e portato migliori condizioni di vita su questa terra”.

E poi il forte appello di Papa Francesco a essere responsabile di questo mondo e della vita di ogni uomo. “Ogni ingiustizia contro un povero è una ferita aperta e sminuisce la tua stessa dignità", evidenzia.

Il dono del coraggio bisogna chiederlo a Dio, ricorda, perché Gesù ha vinto la paura, “la nostra nemica più infida”, che però non può nulla contro la fede. Ma Francesco sa che a volte si può essere presi dallo spavento e allora bisogna pensare a Gesù che “attraverso di te” – sottolinea - con la sua mitezza vuole sottomettere “tutti i nostri nemici”: il peccato, l’odio, il crimine e la violenza. E poi “abbi sempre il coraggio della verità”, dice il Papa che chiede di ricordare che non siamo superiori a nessuno

Quindi, coltiva ideali, “vivi per qualcosa che supera l’uomo”, anche se un giorno questi ideali dovessero chiedere un contro salato da pagare. “Se sbagli, rialzati: nulla è più umano che commettere errori”, afferma, ma non bisogna rimanere ingabbiati nei propri errori.

“Impara dalla meraviglia, coltiva lo stupore”: è la sua ultima raccomandazione come padre, e “non disperare mai”.

Nei saluti, ricorda due santi: San Stanislao Kostka, la cui memoria è stata celebrata lunedì in Polonia, e San Matteo, Apostolo ed Evagelista, la cui festa cade domani. Il primo, patrono di bambini e giovani, entrò tra i gesuiti "contro la volontà dei genitori": il suo esempio ricordi ai giovani e ai genitori che "la prospettiva di raggiungere una posizione sociale non faccia chiudere le proprie orecchie alla chiamata del Signore". Il secondo, San Matteo con la sua conversione "sia di esempio" ai giovani per vivere la vita con i criteri della fede.

(Da Radio Vaticana)
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di Amedeo Lomonaco

In un tempo segnato dagli “odierni spostamenti epocali di popolazioni, con le tensioni che inevitabilmente si generano”, Santa Francesco Saverio Cabrini è una “figura singolarmente attuale”. Il suo carisma, contraddistinto da “una dedizione totale e intelligente verso gli emigranti che dall’Italia si recavano nel Nuovo Mondo”, è legato ad una “consacrazione limpidamente missionaria”. E’ quanto scrive Papa Francesco nella Lettera pontificia inviata a suor Barbara Louise Staley, superiora generale delle Missionarie del Sacro Cuore di Gesù, in occasione del centenario della morte di Madre Cabrini, patrona dei migranti.

Il suo – spiega il Pontefice – è un modello di santità che “unisce l’attenzione alle situazioni di maggiore povertà e fragilità, come gli orfani e i minatori, a una lucida sensibilità culturale”. Una sensibilità che riconosce nella vitalità umana e cristiana dei migranti “un dono per le Chiese e i popoli che li accolgono”. “Le grandi migrazioni odierne – si legge nella lettera - necessitano di un accompagnamento pieno di amore e intelligenza come quello che caratterizza il carisma cabriniano, in vista di un incontro di popoli che arricchisca tutti e generi unione e dialogo e non separazione e ostilità”. “Senza dimenticare – aggiunge il Papa - che santa Francesca Saverio Cabrini conserva una sensibilità missionaria non settoriale ma universale”.

L’amore per il Cuore di Cristo – sottolinea il Santo Padre – risplende nell’attenzione di Santa Francesco Saverio Cabrini  “per quelle che oggi chiameremmo le periferie della storia”. Ad esempio – ricorda il Pontefice – “un anno dopo un crudele linciaggio di italiani, accusati di aver ucciso il capo della polizia di New Orleans, in Louisiana, Madre Cabrini aprì una Casa nel quartiere italiano più malfamato”. “Con vivo affetto – conclude Papa Francesco - vi assicuro il ricordo e la preghiera, sia perché la figura di Madre Cabrini mi è da sempre familiare, sia per la speciale sollecitudine che dedico alla causa dei migranti”.

(Da Radio Vaticana)
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È datata 8 settembre 2017, ma è stata pubblicata oggi la Lettera Apostolica Summa Familiae Cura di Papa Francesco in forma di Motu Proprio, con la quale si istituisce il Pontificio Istituto Teologico Giovanni Paolo II per le Scienze del Matrimonio e della Famiglia, che, legato alla Pontificia Università Lateranense, succede - sostituendolo e facendolo in tal modo cessare - al Pontificio Istituto Giovanni Paolo II per Studi su Matrimonio e Famiglia stabilito a sua volta dalla Costituzione apostolica Magnum Matrimonii sacramentum del 7 ottobre 1982.

Centro accademico di riferimento
Il nuovo Istituto teologico, secondo quanto precisato negli Articoli della Lettera Apostolica, costituirà nell’ambito delle istituzioni pontificie, un "centro accademico di riferimento, al servizio della missione della Chiesa universale, nel campo delle scienze che riguardano il matrimonio e la famiglia e riguardo ai temi connessi con la fondamentale alleanza dell’uomo e della donna per la cura della generazione e del creato". Sarà temporaneamente retto dalle norme statutarie del precedente Istituto, avrà come autorità accademiche un Gran Cancelliere, un  Preside e un Consiglio di Istituto e agirà in relazione con la Congregazione per l'Educazione Cattolica, con il Dicastero per i Laici, la Famiglia e la Vita e con la Pontificia Accademia per la Vita.

Nuovo assetto giuridico e campo di interesse ampliato
Si tratta dunque, si legge nella Lettera Apostolica di Francesco, di un "nuovo assetto giuridico" per l'Istituto che Giovanni Paolo II, volle nel 1981, affinchè la sua " lungimirante intuizione" possa essere ancora meglio "apprezzata e riconosciuta nella sua fecondità e attualità". Il "campo di interesse sarà ampliato infatti  sia in ordine alle nuove dimensioni del compito pastorale e della missione ecclesiale, sia in riferimento agli sviluppi delle scienze umane e della cultura antropologica in un campo così fondamentale per la cultura della vita". 

Attenzione alle ferite dell''umanità oltre che alla prospettiva pastorale
Di recente, spiega il testo, la Chiesa ha compiuto, rispetto agli anni "80 con san Giovanni Paolo II, un ulteriore percorso sinodale (in due tappe nel 2014 e nel 2015), con al centro la realtà del matrimonio e della famiglia, culminato con l'Esortazione Apostolica post-sinodale Amoris laetitia dell'anno scorso. Tale stagione, scrive il Papa, ha portato la Chiesa ad una nuova consapevolezza. La famiglia è centrale, scrive il Papa, sia nei percorsi di conversione pastorale delle comunità sia nella missionarietà della Chiesa ed esige che non vengano mai meno " la prospettiva pastorale e l'attenzione alle ferite dell'umanità". In tema di famiglia la "verità della rivelazione e la sapienza della tradizione della fede" devono accompagnarsi "all'intelligenza del tempo presente" Secondo Francesco il cambiamento antropologico-culturale in atto oggi non consente alla pastorale di riproporre "modelli e forme del passato", ma richiede un "approccio analitico e diversificato" che guardi alla realtà della famiglia di oggi in tutta la sua complessità di luci e ombre, con uno sguardo di "saggio realismo" e di "intelletto d'amore".

"Aspetto biblico teologico più approfondito e apertura al dialogo con le sfide di oggi": questi i due aspetti nuovi che contraddistinguono il nuovo Istituto teologico secondo mons. Vincenzo Paglia, che subentra- ricalcando la carica dell'Istituto da oggi sostituito- come Gran Cancelliere allo stesso modo dell'incarico di Preside, che passa automaticamente a mons. Pierangelo Sequeri. Del tutto nuovi invece saranno gli Statuti del nuovo Istituto Teologico che attendono di essere ri-scritti. "Nella volontà del Papa", spiega mons Paglia, "la realtà della famiglia non è astratta, ma è fatta di limiti, sfide, problemi e possibilità e deve diventare protagonista del rinnovamento della Chiesa e della società", per questo va "indagata e approfondita ulteriormente".

Ascolta e scarica il podcast con l'intervista integrale a Mons Vincenzo Paglia:

Motu Proprio. Mons Paglia: famiglia rinnova Chiesa e società

R. – Ci sono due termini nuovi nel titolo dell'Istituto che indicano prima di tutto la dimensione ecclesiale del pontificio istituto: "teologico", che comprende un irrobustimento della teologia, quindi una sottolineatura ancora maggiore dell’aspetto biblico, dogmatico della dimensione pastorale. L’altro termine è per le "scienze", quindi aperto ad un dialogo molto più ampio con le grandi sfide del mondo contemporaneo, quindi un approfondimento della prospettiva antropologica.

D. - Quindi c’è una consapevolezza e una richiesta nuova nei confronti della famiglia?

R. - Esattamente. La grande intuizione di Giovanni Paolo II chiede di essere ampliata ed arricchita e trova una sua concretizzazione alta nel testo dell’Amoris Laetitia, dove si riflette il compito storico che il Papa chiede di avere alla famiglia. Papa Francesco chiede che la realtà delle famiglie nella loro concretezza, quindi nei limiti e nella ricchezza, nelle ferite e nel bene, possano essere protagoniste di un rinnovamento sia nella Chiesa che nella società.

D. - Quindi non bastano – si legge – più pratiche della pastorale della missione che riflettono forme e modelli del passato. Serve un approccio analitico e diversificato perché il cambiamento antropologico culturale di oggi lo richiede. Quindi sostenere anche individui che non hanno più un sostegno in strutture sociali e nella loro vita affettiva e famigliare?

R. - Per sottolineare questo aspetto che io chiamerei “antropologico” è stata istituita una nuova cattedra che si chiama Gaudium et Spes con il compito di indagare, di proporre, di dialogare con tutte le scienze umane, perché la famiglia oggi - non in astratto - riscopra la sua vocazione.

D. - Ma quando il Papa scrive che bisogna rimanere fedeli agli insegnamenti di Cristo secondo lei nel concreto cosa vuole dire?

R. - Vuol dire che quanto è scritto nell’Amoris laetitia deve diventare un’ispirazione importante anche a livello scientifico e questa encliclica, che purtroppo è stata intrepretata solo in un punto specifico, è composta di diversi capitoli con diverse sottolineature, molto più larghe, che richiedono una nuova riflessione.

D. - In questo nuovo Istituto che cosa, per esempio, si studierà in più?

R. – Si studierà, ad esempio: storia della famiglia, diritto della famiglia, materie che ora non sono nell’istituto o meglio non sono presenti in maniera così robusta. C’è per esempio questo grande ambito della responsabilità che Dio ha dato all’alleanza dell’uomo e della donna che va oltre la realizzazioni della famiglia. C’è tutto il tema del genere, il tema della custodia del Creato affidato all’uomo e alla dona, i rapporti tra le generazioni, le dimensioni della paternità, della maternità e altre, in questa nuova istituzione accademica, che dovrà guadagnarsi sul terreno l’altezza della ricerca scientifica in questo campo. Quindi sarà indispensabile ad esempio un irrobustimento della biblioteca, una rivisitazione dei diversi istituti nei cinque continenti, proprio perché  i due sinodi celebrati non restino un testo scritto senza la responsabilità di un approfondimento teologico, scientifico e pastorale.

 

 

(Da Radio Vaticana)
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Dall’11 al 15 settembre, presso l’Auditorium della Curia Generalizia dei Gesuiti, si è tenuto il Seminario internazionale sulla condizione giovanile nel mondo, in preparazione alla XV Assemblea Generale Ordinaria del Sinodo dei Vescovi sul tema I giovani, la fede e il discernimento vocazionale, prevista per il mese di ottobre del 2018.

Al Seminario hanno partecipato 82 invitati provenienti dai cinque Continenti: 21 giovani, 17 esperti da università ecclesiastiche, 15 esperti da altre università, 20 formatori e operatori della pastorale giovanile e vocazionale, 9 rappresentanti di organismi della Santa Sede. Dal punto di vista geografico, 52 partecipanti erano europei, 18 dalle Americhe, 7 asiatici, 4 africani, 1 australiana. Particolarmente significativa è stata la presenza di giovani da diversi contesti geografici, socio-culturali e religiosi: essi hanno contribuito attivamente alle giornate di studio, anche introducendo e concludendo i lavori con le loro esperienze di vita e le loro riflessioni. Poiché il  Seminario era aperto anche a tutti gli interessati al tema, vi hanno preso parte circa 50 ospiti, tra cui alcuni giovani.

Durante le sessioni autorevoli cattedratici hanno affrontato attraverso le loro comunicazioni i temi previsti dal programma: i giovani e l’identità, i giovani e la progettualità, i giovani e l’alterità, i giovani e la tecnologia, i giovani e la trascendenza. A ognuno dei temi è stata dedicata una sessione: quelle mattutine sono state introdotte da una meditazione biblica e ad ogni comunicazione è seguito un ampio e partecipato dibattito, poi protrattosi nei circoli linguistici in italiano, inglese, francese e spagnolo.

La prima sessione, che ha avuto luogo lunedì pomeriggio, si è aperta con un saluto del card. Lorenzo Baldisseri e una riflessione biblica. In seguito, è stata data la parola alle coinvolgenti testimonianze di cinque giovani, riguardanti, tra l’altro, situazioni concrete di conflitto bellico, di recupero dei valori, di confronto con le sfide quotidiane, di impegno e di scelte di vita

Al primo dei temi, quello riguardante l’identità, è stata dedicata la seconda sessione, martedì 12 mattina, allorché hanno avuto luogo due comunicazioni: I giovani e le giovani oggi in cerca di identità;I luoghi che plasmano l’identità dei giovani, Il tema della progettualità è stato oggetto di due comunicazioni durante la terza sessione nel pomeriggio: i giovani e il lavoro, e i giovani e le migrazioni.. È emerso dai lavori l’intreccio degli aspetti, in quanto molti giovani emigrano dai propri Paesi non solo per sfuggire a situazioni di violenza e di guerra, ma per poter costruire un futuro migliore che sembra loro precluso nei luoghi di origine. La quarta sessione, mercoledì 13 mattina, ha affrontato il tema dell’alterità attraverso due comunicazioni: i giovani e l’impegno sociale, ed  i giovani e l’impegno politico. Si è rilevato che, a causa di una sfiducia generale nel mondo della politica, i giovani preferiscono coinvolgersi soprattutto a livello sociale in progetti di solidarietà.

Al tema della tecnologia è stata dedicata, mercoledì pomeriggio, la quinta sessione, con due comunicazioni: i giovani e gli scenari futuri dello sviluppo tecnologico ed i giovani e i risvolti antropologici dello sviluppo tecnologico. È emerso come il rapporto dei giovani con le nuove tecnologie mediatiche apra nuovi orizzonti che, da una parte, suscitano problematiche complesse a livello antropologico, morale e relazionale, dall’altra prospettano percorsi interessanti per l’evangelizzazione.

La trascendenza è stato il tema della sesta sessione, giovedì mattina, sviluppato in due comunicazioni: i giovani, il sacro e la fede ed i giovani e la Chiesa. Gli interventi hanno illustrato come la ricerca del trascendente sia vissuta oggi dai giovani non solo attraverso svariate forme di spiritualità, ma anche all’interno della Chiesa che, aperta all’ascolto dei giovani, in molti casi presenta la persona di Gesù in modo coinvolgente. Nella settima sessione è stata presentata una sintesi dei lavori dei vari circoli linguistici.

Nell’ottava ed ultima sessione si è fatto un bilancio e sono state indicate delle prospettive in vista del prossimo Sinodo. I giovani hanno presentato un video nel quale hanno sintetizzato la loro esperienza, riassumibile nella frase: “siamo una famiglia, ascoltiamoci e cresciamo insieme”. Da questo slogan emerge il desiderio dei giovani di trovare nella Chiesa una casa, una famiglia e una comunità dove poter maturare le proprie scelte di vita e contribuire al bene comune. Nella sintesi generale dei lavori, sono state evidenziate sia le premesse e le condizioni per accompagnare le nuove generazioni, sia l’impegno e il desiderio della Chiesa nel rispondere alle richieste dei giovani di essere protagonisti nella costruzione di un mondo migliore.

Il Card. Lorenzo Baldisseri ha concluso i lavori ringraziando i partecipanti e confermando che la Chiesa, rimanendo in ascolto dei giovani, desidera lasciarsi stimolare da loro in vista del rinnovamento missionario invocato da Papa Francesco.

Si rende noto che i canali di Facebook, Twitter e Instagram utilizzati durante il Seminario rimangono aperti – alla dicitura Synod2018 – anche dopo la conclusione dei lavori. 

(Da Radio Vaticana)
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“Compassione”, “avvicinarsi”, “restituire”. Alla Messa mattutina a Casa Santa Marta Papa Francesco prega il Signore affinché ci dia “la grazia” di avere compassione “davanti a tanta gente che soffre”, di avvicinarci e di portare queste persone “per mano” al posto di “dignità che Dio vuole per loro”. Prendendo spunto dall’odierno Vangelo di Luca, dedicato al racconto della risurrezione del figlio della vedova di Nain per opera di Gesù, il Pontefice spiega come nell’Antico Testamento i “più poveri degli schiavi” fossero proprio le vedove, gli orfani, gli stranieri, i forestieri. E l’invito che ricorre è quello ad aver “cura” di loro, per far sì che si inseriscano “nella società”. Gesù, che ha la capacità di “guardare il dettaglio”, perché “guarda con il cuore”, ha compassione:

La compassione è un sentimento che coinvolge, è un sentimento del cuore, delle viscere, coinvolge tutto. Non è lo stesso della “pena”, o di … “peccato, povera gente!”: no, non è lo stesso. La compassione coinvolge. E’ “patire con”. Questo è la compassione. Il Signore si coinvolge con una vedova e con un orfano … Ma dì, tu hai tutta una folla qui, perché non parli alla folla? Lascia … la vita è così … sono tragedie che succedono, accadono … No. Per Lui era più importante quella vedova e quell’orfano morto, che la folla alla quale Lui stava parlando e che lo seguiva. Perché? Perché il suo cuore, le sue viscere si sono coinvolti. Il Signore, con la sua compassione, si è coinvolto in questo caso. Ebbe compassione”.

La compassione dunque spinge “ad avvicinarsi”, osserva il Papa: si possono vedere tante cose ma non avvicinarsi ad esse:

Avvicinarsi e toccare la realtà. Toccare. Non guardarla da lontano. Ebbe compassione - prima parola - si avvicinò - seconda parola. Poi fa il miracolo e Gesù non dice: ‘Arrivederci, io continuo il cammino’: no. Prende il ragazzo e cosa dice? ‘Lo restituì a sua madre’: restituire, la terza parola. Gesù fa dei miracoli per restituire, per mettere al proprio posto le persone. Ed è quello che ha fatto con la redenzione. Ebbe compassione - Dio ebbe compassione - si avvicinò a noi in suo Figlio, e restituì tutti noi alla dignità di figli di Dio. Ci ha ricreati tutti”.

L’esortazione è a “fare lo stesso”, prendere esempio da Cristo, avvicinarsi ai bisognosi, non aiutarli “da lontano”, perché c’è chi è sporco, “non fa la doccia”, “puzza”:

Tante volte guardiamo i telegiornali o la copertina dei giornali, le tragedie … ma guarda, in quel Paese i bambini non hanno da mangiare; in quel Paese i bambini fanno da soldati; in quel Paese le donne sono schiavizzate; in quel Paese … oh, quale calamità! Povera gente … Volto pagina e passo al romanzo, alla telenovela che viene dopo. E questo non è cristiano. E la domanda che io farei adesso, guardando tutti, anche a me: “Io sono capace di avere compassione? Di pregare? Quando vedo queste cose, che me le portano a casa, attraverso i media… le viscere si muovono? Il cuore patisce con quella gente, o sento pena, dico ‘povera gente’, e così … “. E se non puoi avere compassione, chiedere la grazia: ‘Signore, dammi la grazia della compassione’”!

Con la “preghiera di intercessione”, con il nostro “lavoro” di cristiani, dobbiamo essere capaci di aiutare la gente che soffre, affinché “venga restituita alla società”, alla “vita di famiglia”, di lavoro; insomma: alla “vita quotidiana”.

(Da Radio Vaticana)
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In occasione del suo centesimo compleanno, festeggiato il 18 settembre, Papa Francesco gli ha inviato un telegramma di auguri «unendosi spiritualmente al Suo rendimento di grazie al Signore per i numerosi doni ricevuti in tanti anni di feconda esistenza e di generoso ministero» svolti specialmente «nell’ambito dei mezzi di comunicazione sociale», si legge nel testo del messaggio. Il destinatario è padre Antonio Stefanizzi, «un pezzo di storia della Città del Vaticano» come l’ha definito Filippo Rizzi su «Avvenire» del 16 settembre. La storia di padre Antonio, un gesuita fisico e matematico prestato alla Santa Sede per oltre mezzo secolo, è davvero singolare.

A 35 anni viene nominato alla guida dell’emittente radiofonica vaticana. «Rammento ancora la sorpresa di quella designazione anche per me», racconta Stefanizzi al giornalista di «Avvenire», citando un aneddoto che riguarda anche il nostro giornale. «Ricordo che per superare le iniziali diffidenze e “resistenze” della gendarmeria vaticana dovetti mostrare una copia dell’Osservatore in cui era scritto, in forma ufficiale, che il nuovo direttore della Radio del Papa ero io».

Padre Stefanizzi racconta con quale certosina attenzione Pio xii curasse i testi dei radiomessaggi e di come fosse disposto a registrare tutto di nuovo pur di correggere anche una sola parola sbagliata o male interpretata. «Lo dobbiamo fare non per noi ma per la storia» diceva Pacelli. «Quante telefonate, a ore impreviste, arrivavano da Castel Gandolfo. Prima di raggiungere la cornetta mi veniva annunciato che era “La Persona”, cioè il Papa». Ma Stefanizzi descrive Pio xii anche come un uomo capace di grandi gesti di paternità spirituale. «Mi torna in mente l’arguzia ma anche la sua ironia per il fatto che non conoscessi le canzoni napoletane o di come colse di sorpresa anche l’allora dirigente dell’Azione Cattolica Luigi Gedda, quando annunciò all’insaputa di tutti, tra cui il sottoscritto, che da oggi, era il primo maggio del 1955, san Giuseppe era il nuovo patrono dei lavoratori cattolici».

«Cento anni sono un traguardo non comune», scrive padre Federico Lombardi in un lungo articolo accessibile in rete su «Il Sismografo» in cui ripercorre gli anni della formazione del gesuita pugliese. Nato a Matino, in provincia di Lecce, in una famiglia numerosa, già a quindici anni viene ammesso al noviziato della Provincia napoletana della Compagnia di Gesù a Villa Melecrinis al Vomero. Anche suo fratello Angelo, di due anni più giovane, percorrerà la stessa strada quattro anni dopo: partirà presto per lo Sri Lanka, dove trascorrerà 58 anni nella missione locale condividendo la vita degli agricoltori della zona centrale dell’isola, che l’avevano affettuosamente soprannominato “padre Gandhi”. Padre Antonio rimarrà sempre profondamente unito e affezionato al fratello missionario, tornato alla casa del Padre il 3 febbraio di sette anni fa.

Concluso il noviziato, Antonio percorre le tappe abituali della formazione dei gesuiti. L’ordinazione sacerdotale ha luogo il 7 luglio 1946. Segue un periodo di insegnamento presso il Pontificio Seminario Pio XI, a Reggio Calabria, affidato ai gesuiti (1946-1948), a cui segue nel 1949-1950 un tempo di perfezionamento negli studi scientifici a New York alla Fordham University.

«In questo periodo — scrive padre Lombardi — risulta che si dedicasse a ricerche sui raggi cosmici sotto la direzione del Premio Nobel Victor F. Hess, ma assai gustoso è il suo racconto in cui brilla lo spirito del fisico sperimentale (piuttosto che teorico): sembra che quando pioveva o nevicava dovesse girare per New York con un grande imbuto e una bottiglia, per raccogliere personalmente campioni di acqua piovana o neve da sottoporre a esami e misure».

Al ritorno in Italia è destinato all’insegnamento di materie scientifiche alla Pontificia Università Gregoriana di Roma (1951-1953). Fino a quando, il 29 marzo del 1953, viene nominato direttore della Radio del Papa.

La mia missione oggi — conclude padre Antonio rispondendo alle domande di Filippo Rizzi — è quella di «pregare per la Chiesa e la Compagnia di Gesù ma anche di sentirmi pronto all’incontro ultimo e festivo con il Signore. Ho accettato come norma di vita una frase che avevo letto in un libro spirituale: servire Cristo nel Vicario di Cristo. Credo di aver adempiuto, per quanto potevo, a questo impegno».

di Silvia Guidi

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