Exemple

A Ottobre scorso, quando sono arrivato nel mio nuovo ministero, mi sono guardato intorno e ho cercato di ambientarmi. La prima cosa che ho fatto è stata quella di salire il piccolo monte di Moroyok. In cinque minuti ero già sulla vetta e ho osservato quello che il panorama mi offriva.

Alla mia destra avevo il nostro nuovo centro intitolato a padre Barnaba Deng, costruito per ospitare e promuovere attività con i giovani, l’accompagnamento vocazionale e il corso di orientamento per quei giovani che desiderano diventare missionari comboniani. Nei mesi scorsi ho accompagnato undici giovani dai 19 ai 25 anni. Ora sono andati in famiglia per un pó di vacanza prima di continuare il loro percorso formativo nei postulati di Gulu e Nairobi. Il primo Giugno, in occasione del centocinquantesimo anniversario della fondazione del nostro istituto missionario, accogliamo un nuovo gruppo di 16 giovani. È un grande segno di speranza.

Davanti a me si stendeva la città di Juba con le sue strade polverose, le case a perdita d’occhio, e una popolazione di circa 500.000 residenti presi per il collo da una svalutazione della moneta arrivata ormai al 800% a causa di tre anni di confusione politica e conflitto. Gran parte delle famiglie sono costrette a vivere con meno di un Euro al giorno, il che non permette loro di andare al mercato e di comperare quei prodotti che sono di prima necessità. Non ho mai visto tanta miseria neanche negli anni trascorsi a Fangak. Ma non ho anche mai visto tanto divario tra le famiglie ricche, soprattutto di politici e militari, e quelle povere che sono la maggior parte.

Alla mia sinistra spuntava il campo di protezione dei civili allestito dall’ONU per accogliere cittadini di etnia Nuer: circa 40.000 persone. In seguito alle uccisioni del Dicembre 2013 hanno dovuto abbandonare le loro case, e sono ora costretti a vivere tutti stipati al riparo di teli di plastica con a disposizione solo due metri quadrati a persona. Nei fine settimana mi sono impegnato ad offrire qualche servizio pastorale (la santa messa e i sacramenti) alle quattro comunità cristiane presenti nel campo, e quindi anche mantenere un legame con i Nuer che sono stati i miei parrocchiani durante gli scorsi 12 anni.

E dietro di me c’erano Kor Mundari e Kor Romla: due accampamenti dove circa quaranta famiglie vivono nell’indigenza. In una di queste baracche c’è Abash Taban, un bambino di dieci anni, che ho visto accudire per tutto il giorno i suoi tre fratellini più piccoli. Nella pentola aveva solo tre pesciolini grandi quanto sardine tanto per mettere qualcosa sotto i denti nell’attesa che la madre, dopo aver racimolato la cena, torni finalmente a casa. In questi mesi siamo riusciti a sostenere l’attività di una piccola scuola primaria presente in questa collina che ha registrato nel primo trimestre circa 120 bambini. Abash frequenta ora la quarta elementare ed è molto impegnato perché nonostante tutto coltiva dei bei sogni da realizzare nella propria vita.

Che sia proprio questo il monte dell’Ascensione da dove oggi il Signore mi chiede di contemplare la sua opera mirabile? Nel muro della cappella di Moroyok abbiamo dipinto un monte. Gesù è sulla vetta e con le braccia allargate, prima di ascendere al cielo, chiama a sè uomini e donne, adulti e bambini, sani e malati, buoni e cattivi, persone di ogni tribù e colore. Tutti sono in cammino lungo la stessa strada che porta alla vetta. Lungo il cammino c’è chi indica la via e chi corregge coloro che sono nell’errore, c’è chi fascia le ferite della violenza e chi si prende cura del prossimo, c’è chi si fa vicino al debole e si fa partecipe delle fatiche di tutti i giorni. È il cammino della misericordia, della compassione e della fraternità. Le difficoltà non fanno più paura. Si vive da risorti.

In cuor mio allora le parole di Gesù risuonano come nuove: “Andate dunque, e fate discepoli tutti i popoli. Ecco: io sono con voi tutti i giorni sino al compimento del mondo”.

Padre Christian Carlassare

Moroyok – Sud Sudan

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L’Agnello Pasquale (Gv 1,29)


Il tempo passa e la Pasqua è alle porte. La mia agendina con la lista degli impegni non mi dà fiato: non riesco a barrarne uno senza aggiungerne altri due o tre. Dove andremo a finire? Allora da un lato mi devo mettere di lena e dall’altro devo raggiungervi solo con una semplice storia africana che sembra proprio Sud Sudanese, ma puó avere anche un valore universale. Speriamo che sia di buon auspicio per la pace, sempre possibile anche quando i conti non tornano.

C’era una volta un noto capo famiglia rispettato da tutti perché in casa sua regnava la pace, nonostante avesse sposato tre mogli. Il giorno prima di morire chiamó in raccolta le tre mogli e cominció a dividere le sue sostanze. Aveva diciassette pecore nel suo ovile e indicó che la prima moglie aveva diritto a metà, la seconda invece ne doveva prendere un terzo, mentre la terza un nono. Le tre donne lodarono la sua benevolenza.

Ma quando, dopo la morte del marito, le tre donne tentarono di dividere le pecore si ritrovarono in grande difficoltà: non riuscivano infatti a calcolare la parte a cui ciascuna aveva diritto. La prima moglie era scontenta di prenderne otto e lasciarne una. La seconda moglie era contrariata all’idea di prenderne cinque e lasciarne due di resto. La terza moglie era completamente delusa e convinta che si fossero presi gioco di lei. Scoppió una lite furibonda fra le donne e, a malincuore, pensarono che l’unica soluzione fosse quella di macellare alcuni animali per poi poter dividere le parti equamente.

Nel mezzo di tutto quel trambusto, un uomo di Dio arrivó nel cortile di casa e fu del tutto spiaciuto di vedere tanta discordia per una cosa da niente. A suo parere infatti, la divisione delle diciassette pecore era una questione di facile risoluzione. E per convincerle, offrì il suo unico agnello così da avere diciotto animali disponibili per la divisione. La prima moglie ebbe così nove pecore. La seconda moglie ne ottenne sei. Mentre la terza moglie, colma di gioia,  portó a casa due pecore. Ecco divise le diciassette pecore. Rimase l’agnello che l’uomo di Dio riprese con sé tutto soddisfatto di essere riuscito a mettere pace in quella famiglia.

La vita a volte riserva degli imbrogli simili. Come sbrogliarli? La logica del mondo non sempre aiuta. Nel giorno di Pasqua, Gesù ha offerto quello che mancava: ha messo la sua vita come pegno della nostra. La gratitudine e il rispetto per la dignità dell’altro allora possono aprire la porta a soluzioni nuove ed essere garanzia della pace.

 

Buona Pasqua della Pace/vita ritrovata,

padre Christian Carlassare

Moroyok (Juba)

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I Martiri umanizzano il mondo (Gv 10,10-18)


Il nostro timore più grande si è realizzato”, ha detto Sergio Tissot della FAO il 22 Febbraio scorso, “molte famiglie hanno esaurito le loro risorse per sopravvivere”. A seguito dell’allarme lanciato dall’ONU, il governo ha confermato che il paese si trova di fronte all’emergenza della fame perché buona parte della popolazione non ha accesso a beni di prima necessità e il cibo. A rendere la cosa più triste è la coscienza che questa situazione non è provocata da una carestia o da un flagello naturale, ma dalla mano dell’uomo.

Infatti non si tratta di una crisi cominciata giusto ieri, ma è la conseguenza prevedibile del conflitto che divide il Sud Sudan ormai da più di tre anni. Si tratta di un conflitto interno dove diverse comunità locali si trovano oppresse e in opposizione a chi detiene il potere. Gruppi armati di diversa estrazione hanno messo il paese a ferro e a fuoco. Circa cinque milioni di cittadini – quasi la metà della popolazione – hanno dovuto abbandonare le loro case: tre milioni sono sfollati all’interno del paese tra cui circa cinquecentomila vivono nei campi di protezione dei civili gestiti dall’ONU, mentre un milione e mezzo sono rifugiati nei paesi confinanti, Sudan, Etiopia, Kenya, Uganda, Congo e Centrafrica.

Il conflitto non ha permesso alla popolazione di coltivare. In molte aree, gli allevatori hanno perso il proprio bestiame. In alcune aree del paese la popolazione puó solo contare nei tuberi che possono raccogliere nella palude e i pesci che riescono a pescare. Nelle città la popolazione è sotto il torchio di una grave crisi economica e una svalutazione della moneta dell’800% che non permette loro di comperare prodotti alimentari di prima necessità poiché sono diventati troppo costosi per le loro povere casse. L’ONU ha stimato che circa metà della popolazione soffre la fame, tra di essi un milione di bambini sono denutriti e circa 100.000 sono praticamente condannati a morire di fame.

Una voce che grida del deserto”, così i vescovi del Sud Sudan hanno intitolato il loro ultimo messaggio pastorale. “Nonostante gli appelli di più parti a fermare la guerra, continuano in tutto il Paese le uccisioni, gli stupri, gli sfollamenti forzati, gli assalti alle chiese e le distruzioni di proprietà” denunciano i vescovi. “Nonostante il conflitto dovrebbe essere contenuto tra le forze di governo e quelle di opposizione, in realtà questi gruppi militari si accaniscono contro i civili su basi etniche.” I vescovi continuano: “Siamo preoccupati perché alcuni elementi del governo sembrano essere sospettosi a riguardo della Chiesa e sembrano passare il messaggio che la Chiesa sia contro il governo. Ribadiamo che la Chiesa non è contro nessuno, ne’ il governo ne’ l’opposizione. Siamo piuttosto per il dialogo, la pace, la giustizia, il perdono, la riconciliazione, la legalità e il buon governo. Siamo invece contro le violenze, le uccisioni, gli stupri, le torture, i saccheggi, la corruzione, il tribalismo, la discriminazione, l’oppressione e siamo pronti a denunciare chiunque le pratichi.”

Il Sud Sudan sta vivendo una situazione molto frustrante. Le istituzioni sono confuse. Le organizzazioni internazionali e l’ONU non sanno cosa fare. Gruppi armati sembrano fuori controllo. La popolazione è messa in croce, soprattutto quella parte che è più esposta ed indifesa. Non esistono scappatoie. O si ribella usando gli stessi mezzi di chi opprime e finisce col disumanizzare ancor di più il paese. O accetta questo martirio di tutti i giorni finché riesce a sopravvivere senza rendere male per male, anzi, continuando a coltivare il sogno, nonostante i torti ricevuti, di una società umana dove c’è posto per la solidarietà e il bene.

Questo è il martirio dei poveri che si manifesta tutti i giorni. A loro appartiene il Regno di Dio. A loro tocca il compito di umanizzare la nostra società.

In questa situazione allora rileggo la parabola del buon pastore come se avesse preso carne: pecore, lupi, pastori di mestiere come mercenari. Ci sono anche varie voci che gridano: “Al lupo, al lupo!” Ma che fare? Dove andare? Il buon pastore si fa presente nella vita di tanta povera gente che ha perso tutto ma non la propria figliolanza: “Per questo il Padre mi ama: perché io offro la mia vita, per poi riprenderla di nuovo. Nessuno me la toglie, ma la offro da me stesso, poiché ho il potere di offrirla e il potere di riprenderla di nuovo”.

Buon cammino di Quaresima,

padre Christian Carlassare

Moroyok (Juba)

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Una martire che parla di tanta gente fatta martire ogni santo giorno

Suor Veronika Theresia Rackova era nata l’otto Gennaio 1958 in Slovacchia. Nel 1987 aveva emesso i suoi primi voti nell’istituto missionario delle serve dello Spirito Santo, e nel 1994 i voti perpetui. Aveva seguito gli studi per diventare medico e si era specializzata in medicina tropicale. Aveva lavorato come missionaria in Ghana fino al 2004. Dal 2004 al 2010 era stata chiamata a servire il suo istituto come superiora provinciale della Slovacchia. Nel 2010 era stata chiamata a fondare la nuova missione di Yei (Sud Sudan) e ricorire il ruolo di medico e direttrice della clinica diocesana. Suor Veronika è sempre stata una missionaria entusiasta, gioiosa e generosa.

La sera del 15 Maggio 2016 Suor Veronika era stata chiamata in ospedale per una chiamata di emergenza. Dopo essersi presa cura di questo paziente molto grave, se era messa in strada con l’autoambulanza per rientrare a casa. Era mezzanotte ed è stata attaccata da un gruppo di militari che le hanno sparato vari colpi ferendola gravemente all’addome. Ricevuto soccorsi il 16 Maggio i medici tentarono due operazioni nella clinica di Yei ma poi si decise che fosse trasportata all’ospedale di Nairobi per essere sottoposta a una chirurgia più delicata. Nonostante tutti i tentativi dei medici, Suor Veronika è morta il 20 Maggio 2016.

Aveva scritto: “Perché non lascio il Sud Sudan nonostante le violenze? Perché Gesù non ha mai abbandonato la sua gente fino ad accettare anche la morte per amore loro. Non posso lasciare la gente che amo”.

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Casa Barnaba DengMi guardo intorno e vedo che la gente, pur avendo il sorriso sul volto, ha il cuore in ansia. Per le strade di Juba corre voce che ci sia una maledizione di Dicembre. L’evidenza sta nel fatto che negli ultimi tre anni questo mese è stato caratterizzato da scontri e violenze. In verità non è che sia una novità di questi anni: da tempi antichi l’inizio della stagione secca è sempre stato marcato da scontri tra diversi gruppi etnici a causa dello spostamento di bestiame alla ricerca di pascoli e fonti d’acqua. Oggi peró lo scenario si fa più preoccupante perché il paese è diviso da ben altre e più pericolose incomprensioni.

La gente aspetta il Natale con il fiato sospeso sperando che questa celebrazione sia di buon auspicio, ma anche con la consapevolezza che la pace sia un dono fragile e che il cuore dell’uomo non sia sempre capace a proteggerla. Ci sono sempre gli Erode del nostro tempo che preferiscono vedere il bambino morto pur di mantenere il controllo della situazione. Pur con tutta la loro buona volontà, le organizzazioni internazionali non sono portatrici di buone notizie: parlano infatti di segni preoccupanti che fanno temere un possibile genocidio come è già accaduto in Rwanda più di vent’anni fa.

Il 14 Dicembre scorso il presidente Salva Kiir ha annunciato l’apertura di un processo di dialogo nazionale con lo scopo di voltare pagina e trovare una soluzione alla crisi attraverso la riconciliazione delle diverse comunità etniche ferite da questo conflitto. Il progetto è alquanto ambizioso perché vuole che tutte le comunità locali possano esprimersi ed essere rappresentate in una conferenza nazionale a chiusura del processo. Si tratta peró di vedere se alle parole seguono poi anche i fatti. Sono molti gli organismi che cercano di far mediare la pace, ma occorre poi anche l’onestà politica delle parti di saper mollare alcune loro posizioni e dare respiro al paese. Il paese è sotto il torchio di una crisi economica inaccettabile, quando ancora una grande percentuale delle risorse sono stanziate per le spese militari invece che per lo sviluppo.

Papa Francesco ha annunciato la sua intenzione di visitare il Sud Sudan durante il 2017 proprio con lo scopo di patrocinare la pace. La mediazione della Chiesa è molto importante e sembra essere l’unica a parlarne con una certa autorità morale. Ed è significativo che le tre Chiese più importanti – Cattolica, Episcopale e Presbiteriana – presenti in Sud Sudan siano unite in un unico coro. Le tre autorità religiose del paese sono andate da papa Francesco per proporgli di visitare il Sud Sudan in una congiunta azione di pace alla quale dovrebbe unirsi anche l’arcivescovo di Canterbury e un moderatore presbiteriano. Non si sa se questa iniziativa sia in grado di portare un cambiamento. Ma la conversione è un miracolo sempre possibile.

Dal mio canto, io sto bene e mi sto inserendo nel nuovo servizio qui a Juba. Vivo nella comunità di Moroyok alla periferia di Juba con altri tre comboniani: due anziani e un professore di filosofia del seminario maggiore. Seguo il gruppo vocazionale collaborando con la diocesi di Juba e le altre congregazioni religiose e accompagno i giovani che desiderano farsi missionari. Ospitiamo ora un gruppo di undici giovani tra i 19 e i 24 anni di età e li sto accompagnando lungo un percorso di orientamento vocazionale e preparazione umana e intellettuale che dura nove mesi prima di cominciare la filosofia in seminario. Sono giovani che vengono da tutte le diocesi del Sud Sudan: appartengono a varie tribù e hanno imparato a camminare insieme condividendo gioie e fatiche quotidiane. Sembra una cosa da niente ed invece è importantissima.

Alcuni di loro hanno infatti perso familiari o amici durante gli ultimi tre anni di conflitto magari proprio per mano di chi appartiene alla tribù del compagno di stanza. Quale allora la tribù che conta se non quella dell’umanità intera? È significativo che Papa Francesco nel suo messaggio per la prossima giornata mondiale della pace abbia parlato di nonviolenza. Sono proprio le vittime della violenza che possono essere i protagonisti più credibili di processi nonviolenti di costruzione della pace quando sanno resistere alla tentazione della vendetta.

E Francesco, citando Benedetto XIII, continua dicendo che, nonostante lo scetticismo del mondo, la nonviolenza è realistica, perché tiene conto che nel mondo c’è troppa violenza, troppa ingiustizia, e dunque non si può superare questa situazione se non contrapponendo un di più di amore, un di più di bontà. E questo “di più” viene da Dio.

Sia lodato dunque il Signore che ci ha dato un figlio: sulle sue spalle è il segno della sovranità ed è chiamato Principe della Pace perché da vittima non si è fatto carnefice. Questa è la sua benedizione! E la nostra speranza!

Buona Natività per una vita a servizio della riconciliazione e della pace.

padre Christian Carlassare

Moroyok (Juba)

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Una Nuova Partenza (Lc 17,5-10)


Ricordo il giorno del mio primo arrivo in Sud Sudan. Il 22 Novembre 2005 arrivai a Nyal e la gente nell’accogliermi mi disse: “Abbiamo pregato molto per avere un altro prete con noi: il Signore ha ascoltato la nostra preghiera e ne ha mandato uno giovane”.

Il 25 Aprile dell’anno seguente, arrivai a Fangak nella comunità che sarebbe stata la mia casa, parrocchia e missione per i seguenti dieci anni. La gente sapeva del mio arrivo da tempo ma non si sarebbe mai aspettata un prete così giovane. Rebecca Nyaleak, la leader del gruppo delle donne, mi dette il benvenuto: “Ti accogliamo come il nostro padre, ma allo stesso tempo anche come nostro figlio a cui dare tutto il supporto di cui ha bisogno per diventare uomo”.

Questi dieci anni sono stati proprio così. Tante mani si sono unite a quelle del vescovo di Verona per farmi essere davvero quello che il Signore mi ha chiamato ad essere per questi suoi figli: un umile testimone dell’amore misericordioso di Cristo. Domenica scorsa con l’arrivo di un nuovo missionario, padre Krzysztof Zebik, è stata anche annunciata la mia prossima partenza da Fangak. La stessa Rebecca non ha tardato ad avvicinarsi e confessarmi: “Non temere! Sei arrivato che eri un ragazzo, ora riparti che sei un uomo”.

Certo! Questi dieci anni sono stati per me una vera iniziazione alla vita sacerdotale e missionaria. Ho cercato di incoraggiare un pó tutti: “Sono arrivato che ero un giovane prete straniero, ora sono anche un pó vostro; e mandato da voi ad altri”. Il Signore ha infatti fatto di Fangak la mia famiglia allargata. Fangak mi ha certamente marcato indelebilmente e conserveró sempre nel mio cuore la memoria di questi anni. Nel lasciare Fangak, sento oggi gli stessi sentimenti provati quando lasciai la mia famiglia e amici per venire in Sud Sudan. E sento anche sempre la stessa gioia di seguire il Signore e servire la Sua Chiesa in missione.

È il momento di ri-partire: ora non più per il servizio pastorale in un’altra parrocchia ma per coordinare il ministero giovanile del nostro istituto in collaborazione con le diocesi, le parrocchie e le nostre missioni. Da Novembre saró quindi a Juba, la capitale del Sud Sudan, dove abbiamo una comunità pensata proprio per questo. La casa si chiama “Padre Barnaba Deng” in memoria di un giovane comboniano sud Sudanese ucciso nel 1965 da militari del governo di Khartoum.

È un ministero tutto nuovo per me che comprende anche l’accompagnamento vocazionale di quei giovani che desiderano mettersi in ascolto e prendere decisioni sulla via da seguire alla luce della Parola di Dio e di quegli elementi dove si manifesta la volontà del Signore. Ogni anno seguiró anche il gruppetto di giovani che, dopo aver finito le scuole superiori, chiederanno di vivere in questa comunità missionaria per approfondire il proprio discernimento e prepararsi per cominciare il seminario comboniano con lo studio della filosofia a Nairobi (Kenya).

Come padre Barnaba Deng, cinquant’anni fa, ha incontrato la resistenza di un paese spaccato in due, i giovani oggi si trovano a vivere in un Sud Sudan ormai a pezzi dove non è scontato poter avere fiducia in un futuro migliore. Alcuni incitano all’uso della forza e fanno pressione proprio su questi stessi giovani. La Chiesa non puó abbandonarli, ma deve accompagnarli avendo fiducia che loro saranno il principio di cambiamento e l’unica speranza per questo paese.

“Se aveste fede come un chicco di senape, direste a questo gelso: sradicati e piantati nel mare! E vi obbedirebbe”.

 

Conto sempre nella vostra amicizia e preghiera sia per me che per i giovani del Sud Sudan,

padre Christian Carlassare

Old Fangak

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Sud Sudan: nuovi combattimenti a Juba.


Scontri in Sud Sudan, migliaia in fuga

 

Nella capitale del Sud Sudan, Juba, sono in corso anche questa mattina “scontri molto, molto violenti”. Nella capitale, sorvolata da elicotteri, si muovono i carri armati mentre risuonano esplosioni e continui scambi di artiglieria in diverse parti della città, in particolare verso l’aeroporto e nel quartiere di Tomping. I residenti sono barricati dentro casa, migliaia di altri invece hanno preferito tentare la fuga. L’ambasciata americana ha parlato di “combattimenti violenti tra governo e forze dell’opposizione”.

La tensione ha ripreso vigore fino a diventare scontro aperto all’indomani del quinto anniversario dell’indipendenza del Sud Sudan. Dal dicembre 2013 è in corso una guerra civile tra i sostenitori del presidente Salva Kir e quelli del vicepresidente Riek Machar, costata la vita a decine di migliaia di persone e che ha causato tre milioni di sfollati.

Riunito domenica in emergenza, il Consiglio di sicurezza dell’Onu ha
chiesto ai “paesi della regione” e all’Unione africana di “discutere con i leader sud-sudanesi per trattare questa crisi”. Con una dichiarazione unanime, i 15 Paesi membri del Consiglio di sicurezza hanno chiesto anche al presidente del Sud Sudan, Salva Kiir e al suo rivale, il vicepresidente Riek Machar, di “fare di tutto per controllare le loro rispettive forze e mettere fine ai combattimenti”.

Il bilancio di tre giorni di combattimenti
Almeno 200 morti, forse di più. È il bilancio ancora provvisorio degli scontri avvenuti tra venerdì e domenica giorni a Juba, capitale del Sud Sudan, tra le forze fedeli al presidente Salva Kiir e quelle che appoggiano il primo vicepresidente Riek Machar.

“Le condizioni sono veramente brutte. Da questa parte abbiamo molte vittime, penso circa 50 o 60 oltre a quelle di sabato (secondo alcune fonti almeno 150,ndr)”, ha detto domenica il capo della sicurezza di una clinica nella base Onu, Budbud Chol. “Abbiamo vittime civili. Granate con propulsione a razzo hanno colpito la base ferendo otto persone”, ha proseguito, spiegando che almeno una persona é morta nella base.

Un appello è giunto anche dal ministro degli Esteri Paolo Gentiloni. “#Juba. Di nuovo in guerra civile in Sud Sudan. Italia chiede di far tacere le armi” ha scritto in un tweet il capo della diplomazia italiana sottolineando che l’Unità di crisi della Farnesina è “in contatto con i nostri connazionali” presenti nel Paese africano.

Gli scontri erano iniziati venerdì nei pressi del palazzo presidenziale dove Machar e Kiir preparavano un comunicato comune su altri incidenti avvenuti il giorno precedente. Gli scontri tra le opposte fazioni sono costati in due anni e mezzo decine di migliaia di morti e hanno
provocato una grave crisi umanitaria in un Paese già poverissimo
nonostante le ingenti riserve petrolifere.

 

http://www.avvenire.it/Mondo/Pagine/sud-sudan-ancora-combattimenti-onu.aspx

 


 

Ancora violenza nel Paese reduce di due anni di lotta civile. Tra le vittime degli scontri degli ultimi giorni ci sono anche 33 civili

JUBA – Intensi combattimenti sono ripresi a Juba, la capitale del Sud Sudan, nei pressi delle caserme della città e vicino ad una base dell’Onu. Nei giorni scorsi, 272 persone, tra cui 33 civili, erano morte in scontri a fuoco tra diverse fazioni militari. In un tweet, la missione Onu a Juba parla di scontri a fuoco con armi pesanti nell’area dell’Un House.

“Colpi e raffiche di arma da fuoco sono in corso, dalle 08:25 circa, nei pressi dell’area dell’Un House”, si legge.

 

Di nuovo in guerra. Le forze di sicurezza fedeli al presidente hanno attaccato la residenza del vicepresidente, Riek Machar, al momento non presente in Sud Sudan. Ma la situazione è tornata presto calma. Il Sud Sudan “è di nuovo in guerra”, ha annunciato alla Bbc un portavoce di Machar. Le forze fedeli al vicepresidente hanno dichiarato che le loro postazioni nella capitale Juba sono state attaccate dalle truppe governative. Il colonnello William Gatjiath, portavoce militare di Machar, ha dichiarato che il presidente Kiir “non è serio” sull’accordo di pace. Il governo non ha replicato a queste affermazioni, ma ha dichiarato che “centinaia” di soldati di Machar sono morti domenica e che truppe fedeli al vice presidente stanno avanzando verso Juba provenienti da varie direzioni.

 

La condanna dell’ONU. Il Consiglio di Sicurezza delle Nazioni Unite ha “condannato con forza” gli scontri a Juba e ha costituito una commissione d’inchiesta per indagare sugli episodi di violenza e adottare misure opportune per porre fine ai combattimenti e ridurre le tensioni. La dichiarazione del Consiglio è arrivata dopo la ripresa dei combattimenti il 07 luglio tra i soldati dell’esercito di liberazione popolare (SPLA) e le forze di opposizione. I combattimenti sono scoppiati dopo l’escalation di conflitti in altre parti del Paese nelle ultime settimane. “I membri del Consiglio di sicurezza hanno chiesto alle parti di accelerare l’attuazione di tutti gli aspetti dell’accordo, comprese le disposizioni chiave sulle misure di sicurezza di transizione, come mezzo per riportare la pace in Sud Sudan”, si legge in una nota.

 

Conflitto Civile. Il Sud Sudan ha cancellato le celebrazioni per l’anniversario dell’indipendenza a causa della crisi economica dovute a più di due anni di conflitto civile. Il Sud Sudan ha ottenuto l’indipendenza dal Sudan il 9 luglio 2011, dopo più di due decenni di guerra. Il Paese fu di nuovo travolto in un conflitto nel dicembre 2013, dopo che il presidente Salva Kiir accusò il suo vice, Riek Machar, di tramare per mettere in atto un colpo di stato. Lo scontrò portò a un ciclo di omicidi di ritorsione. Il presidente Kiir e l’ex capo dei ribelli Machar hanno firmato un accordo di pace nello scorso agosto, spianando la strada per la formazione del governo di transizione di unità con lo scopo di mettere fine a due anni di lotta civile.

 

http://www.repubblica.it/esteri/2016/07/10/news/sud_sudan_intensi_combattimenti_riprendono_a_juba-143778835/

 

A FANGAK tutti siamo molto preoccupati per quello che sta succedendo a JUBA, soprattutto chi ha famiglia o parenti lì in città. Grazie a DIO, Fangak è tranquilla. La popolazione sta reagendo con grande fede. Ieri abbiamo celebrato una sentitissima preghiera domenicale. Che la misericordia di Gesù converta i nostri cuori … e ci faccia misericordiosi …

 

Christian Carlassare

COMBONI MISSIONARIES

FANGAK – SOUTH SUDAN

 

Peace begins with a Smile

Mother Teresa of Calcutta

 

http://www.vicariatocaltrano.org/it/webnetwork/la-voce-dei-nostri-missionari/

http://www.giovaniemissione.it/

http://www.combonisouthsudan.org/

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Stessa Pelle ma Spirito nuovo (Atti 2,1-4)


IRiek Machar - Salva Kiir - Wani Iggal 26 aprile scorso, il leader dell’opposizione – Riek Machar – è arrivato nella capitale Juba per riprendere il ruolo di vicepresidente in un governo di unità nazionale. Il presidente Salva Kiir continua a guidare l’esecutivo impegnandosi a lavorare insieme al suo rivale. A luglio 2012, Salva Kiir aveva infatti rimosso Riek Machar dal suo incarico gettando le basi per il conflitto che sarebbe scoppiato a dicembre dello stesso anno in seguito a una falsa accusa di un colpo di stato. Le ostilità hanno provocato migliaia di morti, deteriorato la situazione economica del paese e reso la situazione umanitaria insostenibile. La pressione della comunità internazionale e la crisi economica hanno forzato i due rivali a trovare un compromesso per risanare la situazione e preparare il paese alle prossime elezioni previste per il 2018. Questo evento è stato accolto con grande speranza da tutta la popolazione, ma non si nascondono dubbi e timori.

Peter Lual è il catechista più anziano della parrocchia. È della classe 1952. Ne ha vista di acqua passare lungo il Nilo. C’è un passo della Bibbia che gli è rimasto impresso e che, negli ultimi due anni, continua a ripetermi. Non ha mancato di farlo anche in questa occasione: “Puó forse un Africano cambiare il colore della sua pelle? O un leopardo la sua pelliccia maculata?” (Ger 13,23). In bocca sua sono parole pungenti che vogliono smascherare i governanti scelti nel nuovo esecutivo di unità nazionale. Gli stessi di quando il conflitto era cominciato. Gli stessi che lo hanno provocato. Ironia della sorte. Non manca una vena di pessimismo, espresso anche dal profeta Geremia nello stesso versetto: “Allo stesso modo, voi che siete così abituati a fare il male sarete forse capaci di fare il bene?”

È una domanda retorica alla quale tutti noi rispenderemmo con un no. Ma il Signore ci sa sorprendere aprendoci alla speranza del . Questo è stato anche il messaggio di papa Francesco in Centrafrica ai fedeli di Bangui: “Si puó amare il nostro nemico? . Si puó perdonare a chi ci ha fatto del male? . Con l’amore e con il perdono voi sarete vincitori”. Qui per me sta il senso della Pentecoste: nel cambiamento dal no della paura al sì della fede. Non si puó cambiare la pelle o la materia con cui siamo fatti. Ma lo Spirito fà la differenza. Pur nella stessa pelle lo Spirito fà nuova la persona. Il cambiamento è interiore. Noi vorremmo miracoli che siano visibili dall’oggi al domani. Ma il cambiamento prende tempo, così come anche rimarginare le ferite causate dal conflitto. Non esistono scorciatoie, nè facili accomodamenti. Anche se basta un momento per ravvederci, cambiare poi strada non è sempre facile. E perseverare per il giusto cammino è ancora più delicato. Ci vorranno anni per raggiungere la meta di un paese più coeso e fraterno.

Le condizioni ci sono. La richiesta di perdono del presidente Salva Kiir alla popolazione del Sud Sudan nel suo discorso di inaugurazione del nuovo esecutivo è stata molto confortante e rappresenta un grande passo avanti lungo questo percorso: “Mi appello alla popolazione del Sud Sudan chiedendo le scuse per la crisi creata purtroppo proprio da noi governanti. Siete stati pazienti durante questi due anni e mezzo. Il percorso che ci sta davanti è ancora pieno di ostacoli ma siamo determinati a percorrerlo e portare il paese fuori dalla crisi. Chiedo a tutta la popolazione di unirsi a me e a mio ‘fratello’ Riek Machar con uno spirito di perdono e riconciliazione”.

Come si puó dunque uscire da questa esperienza negativa, di odio, di violenza, di paura, di diffidenza, di abbandono, di miseria? C’è soltanto un rimedio per uscire da queste esperienze: fare quello che avremmo desiderato ma non abbiamo ricevuto. Se ci è stato ammazzato un nostro caro, ci prendiamo cura di chi è indifeso anche se appartiene a un’altra famiglia. Se siamo stati colpiti dalla violenza altrui, rispondiamo con la misericordia e la tenerezza. Se non abbiamo ricevuto comprensione, siamo comprensivi con gli altri; se non abbiamo ricevuto amore, amiamo gli altri; se abbiamo sentito il dolore di essere stati abbandonati da chi invece avrebbe dovuto proteggerci, ci avviciniamo a chi è solo e abbandonato. La carne si cura con lo spirito! E Dio ha mandato il suo Spirito per farci persone nuove. Qui sta il principio del cambiamento.

Ricordiamo che nel giorno di Pentecoste successe il contrario di quanto era accaduto a Babele (Gen 11,1-9). A Babele gli uomini avevano cominciato a non capirsi, a farsi del male e quindi ad allontanarsi gli uni dagli altri. A Pentecoste lo Spirito mette in atto un movimento opposto: riunisce coloro che si erano dispersi. Chi si lascia guidare dalla parola del Vangelo e dallo Spirito è una persona nuova pur nella stessa pelle di prima e fà nuova la società in cui vive. E’ lo Spirito che trasforma la carne dell’umanità e la rende un’unica famiglia dove tutti si possono capire e amare.

Buona Pentecoste dello Spirito.

Padre Christian Carlassare

Old Fangak

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La Misericordia che dà Vita (1 Cor 1,22-25)


cchristian-pasqua-16-image001La vita riserva sempre degli incontri scomodi. Due mesi fa mi è capitato di fare la conoscenza di una signora ormai quarantenne che si chiama Nyamuone. Ero al mercato. Mi ha chiesto un aiuto perché la figlia è in cura per la tubercolosi. Non è di qua, ma di Phom. Con il conflitto dell’anno scorso ha perso tutto. Si dà da fare al mercato per racimolare qualcosa per il cibo. Uno dei suoi lavori è quello di raccogliere legna secca nel bosco per venderla alle donne che al mercato cucinano ogni giorno. Non si guadagna molto, ma quel poco che basta per comperare almeno una tazza di zucchero o un mestolino di olio.

Per scelta riferisco le persone che chiedono un aiuto materiale al comitato della parrocchia. Il motivo pratico è quello di evitare la fila di gente che chiede aiuto in ogni momento della giornata pensando che dei preti europei abbiano risorse senza fine. Ma il motivo di fondo è quello di responsabilizzare la comunità cristiana oltre a considerare la richiesta di ogni persona anche a seguirne la situazione. Per la verità mi sembra che il comitato della parrocchia sia abbastanza stretto. Un pó perchè le risorse locali sono poche. Un pó perché, come dicono loro, un infinità di persone hanno bisogno di aiuto e la tentazione è quella di ricordarsi della Chiesa quando c’è qualcosa da ricevere piuttosto che qualcosa da offrire. Il comitato ha dato 300 Sterline Sud Sudanesi che valgono ora circa 15 Euro. Equivalgono all’ammontare delle offerte che si raccolgono a Fangak in una Domenica. E sono anche il contributo mensile che la comunità cristiana di Fangak offre al catechista per il suo servizio al centro.

Da allora Nyamuone mi cerca almeno una volta alla settimana. L’ho riferita nuovamente al comitato che peró ora si mostra più restio ad aiutarla per il timore che diventi per lei un’abitudine. Ma qui il problema non sta nell’abitudine di chiedere aiuto, ma nell’abitudine non scelta di non avere niente se non altro che la vita a cui rimanere aggrappati. Sono certo che il comitato continuerà ad aiutarla, ma non regolarmente come lei spererebbe. Ogni volta che mi incontra per strada non manca di ricordarmi la sua situazione. Devo ammettere che non mi è facile rispondere appropriatamente. L’altro giorno mentre mi guardava da lontano gesticolando, ho risposto con un segno della mano e ho allungato il passo dicendomi: “Ora non ho proprio tempo”. Per nulla scoraggiata è riuscita a raggiungermi là dove mi trovavo giusto per dirmi con puro candore: “Non ho niente per i miei figli”.

Le ho dedicato dei momenti per ascoltare la sua storia. Ed è proprio in uno di questi momenti che mi sono accorto che le due bambine che allattava non si assomigliavano per niente. Le ho chiesto quasi retoricamente se fossero gemelle. E lei ha confermato i miei dubbi con no. Un pó confuso le ho chiesto come fosse la storia. La sua risposta è partita da abbastanza lontano ma ha chiarito tutto. Nel 2014 in seguito ai combattimenti di Malakal, una ragazza etiopica arrivó a Phom. Era sola, malata e incinta. Nyamuone l’ospitó a casa sua dove partorì sua figlia. Nyamuone era anche incinta e partorì da lì a poco. In Novembre 2014 Phom fu attaccata dalla milizia di Ulony a quel tempo alleata del governo. Le due donne sono scappate nel bosco insieme con i figli. Le condizioni della ragazza etiopica deteriorarono e, debilitata dalla malattia e dalla fame, morì in Marzo 2015. La bambina rimasta orfana ha subito trovato una nuova mamma, Nyamuone, e un nuovo nome Nuer: Nyakan, figlia della salvezza. Ad Agosto 2015 Nyamuone è arrivata a Fangak con quattro figlie. Nyakan è molto debilitata. All’ospedale le hanno diagnosticato la tubercolosi. Anche la figlia maggiore ha le ghiandole gonfie. Per questa ragione tutte e quattro le figlie sono ora in cura e la terapia dura vari mesi nei quali devo assumere i farmaci con molta regolarità.

Ora capisco meglio questa donna con il suo nome che sembra un programma di vita. Nyamuone significa infatta la donna del dare, o la donna che dà. E con questa sua scelta che nasce dalla misericordia per le sofferenze umane, ha ridato vita a questa bambina accettando di farsi mamma anche a lei come se non le bastasse dover prendersi cura dei figli propri. Nyamuone è sola: è stata abbandonata dal marito. Nyamuone è povera, ma lei continua a dare. Anche se agli occhi del mondo la sua vita sembra un fallimento, lei continua a dare e a far vincere la vita.

Mi sembra di vedere il percorso di Gesù dal lago di Galilea alle strade affollate di Gerusalemme, per poi andare dal tempio al Golgota. La storia di un messia che vive da servo. Un messia che mette il mondo sottosopra rifiutando l’ambita parte del vincitore e assumento la deprecabile condizione della vittima. In Sud Sudan, come nel mondo, ci sono fin troppe vittime della violenza. E questo perchè il mondo predilige i vincitori anche al prezzo di tante vittime. Gesù, con la sua vita donata sulla croce, sceglie di stare dalla parte delle vittime e capovolge l’ordine costituito. Lo esprime bene con il suo famoso insegnamento: “Chi vorrà salvare la propria vita, la perderà; ma chi perderà la propria vita per me, la salverà” (Lc 9,12). Niente contraddice il nostro ego più di queste parole. Quando non vogliamo essere scomodati e sporcarci le mani, quando non vogliamo trovarci nei pasticci semplicemente per aver dato qualcosa di nostro, siamo già un pó morti. Quando invece lasciamo andare la nostra vita pronti anche a perderla, allora siamo davvero vivi. Il dono ricevuto diventa dono per gli altri.

Ho scritto che Gesù ha messo il mondo sottosopra. Questa parola dà quasi un senso di disordine. Ma in realtà questo è il nuovo ordine di tutte le cose e cioè che finalmente chi è stato messo sotto dalla mentalità del mondo ora viene riconosciuto per quello che davvero vale. Quello che conta per il mondo si rivela spazzatura, mentre quello che viene spesso disprezzato si rivela di valore incalcolabile.

“Mentre i Giudei chiedono i miracoli e i Greci cercano la sapienza, noi predichiamo Cristo crocifisso, debolezza per i Giudei, stoltezza per i Greci … ma la debolezza di Dio è più forte degli uomini, e la stoltezza di Dio è più sapiente degli uomini” (1 Cor 1,22-25).

 

Buona Pasqua di Risurrezione che metta il mondo che conosciamo nella giusta dimensione del sottosopra.

padre Christian Carlassare
Old Fangak

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