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Dopo oltre un quarto di secolo di attività, riparte l’itinerario biennale di formazione in pastorale familiare per coniugi. La proposta è rivolta particolarmente a coppie di sposi disponibili per il servizio nei vari ambiti parrocchiali e vicariali della pastorale familiare e per l’accompagnamento nei corrispettivi cammini formativi.

Quella che parte a ottobre sarà una stagione caratterizzata da diverse novità: il delegato diocesano, don Cristiano Arduini, lascerà l’incarico per assumere la guida della parrocchia di Salboro, e i direttori del biennio saranno Cristiano Pivato e Francesca Aggujaro, che in questi giorni hanno completato, a La Thuile in Valle d’Aosta, il corso triennale di formazione proposto dalla Cei e dall’istituto Giovanni Paolo II, ottenendo il diploma di operatori di pastorale familiare.

«In questa edizione – spiegano – abbiamo voluto, insieme a tutta l’équipe vecchia e nuova, dare un taglio rinnovato all’intera proposta, venendo incontro alle esigenze delle parrocchie: attenzione certamente ai tradizionali corsi per fidanzati, ma più in generale alla pastorale familiare, anche nel contesto dei percorsi d’iniziazione cristiana e quelli di preparazione al battesimo. Vorremmo che nascesse un vero e proprio patto tra le coppie che sceglieranno di partecipare al biennio: stiamo organizzando dei colloqui conoscitivi che si svolgeranno tra ottobre e novembre, per capire il contesto comunitario e le richieste pastorali delle singole comunità».

L’itinerario si sviluppa attraverso la proposta di alcuni contenuti di carattere teologico, antropologico, morale, pastorale, spirituale, culturale, scientifico, a partire dall’esperienza e si attuerà soprattutto in dinamiche e condivisioni di coppia e di gruppo.
Il secondo anno, prevede l’esperienza dei laboratori con l’inserimento della coppia nelle attività di pastorale in accordo con il parroco e il consiglio pastorale e con il supporto dell’équipe dell’ufficio famiglia, con incontri e verifiche periodiche.
Sono compresi tre weekend per ciascuno dei due anni, distribuiti lungo il percorso degli incontri, per rendere più distesi nel tempo e più concreti il confronto e la condivisione.

Le coppie di sposi avranno l’occasione di riscoprire la propria ricchezza di vita coniugale e di aprirsi a un dono di condivisione e di testimonianza a beneficio della propria comunità parrocchiale o vicariale.
Cristiano e Francesca sono sposati da undici anni e in questo nuovo servizio diocesano si sentono più compagni di viaggio che guide e maestri.

«La pastorale familiare – spiega Cristiano – deve essere intesa come vangelo vissuto nella quotidianità. Chi guida davvero sono Cristo e la sua Parola. A noi tocca ricordare che il “sì” del giorno delle nozze non ce lo siamo detto solo tra noi, ma a Gesù e al suo progetto di vita per ciascuna famiglia».

L’obiettivo finale del biennio è di preparare coppie di sposi che, a partire dal loro specifico ministero ecclesiale, possano svolgere un servizio di accompagnamento in parrocchia, in unità pastorale e in vicariato, particolarmente negli ambiti di pastorale familiare.
L’itinerario “autoformativo” si propone di condurre a maturazione anche il senso di responsabilità della coppia e della famiglia nella società, di cogliere e approfondire le questioni aperte anche sul fronte politico e a livello culturale per ritrovare una sintesi più adeguata tra fede e vita, capace di collocarsi con speranza nel mondo che cambia.

«Per noi che adesso abbiamo questo nuovo incarico, è stato importante aver vissuto anche il percorso dall’altro punto di vista, quello dei partecipanti prima e delle coppie animatrici in seguito. Quello che sta per partire è un percorso che abbiamo preparato in un clima davvero collegiale comunitario insieme al resto dell’équipe».

La quota di partecipazione per ciascun anno è di 600 euro (comprensivi di vitto e alloggio dei tre weekend), indicativamente così ripartiti: 250 euro alla coppia, 350 euro alla parrocchia o unità pastorale o vicariato, segno concreto di quel patto formativo che è a beneficio della comunità. Per iscriversi basta compilare il modulo scaricabile dal sito www.diocesipadova.it/ufficiofamiglia area “Biennio di formazione” entro il 30 settembre 2017.

«Noi due ci conosciamo ormai da vent’anni, da quando eravamo adolescenti – racconta Francesca – ma credo che il dono che stiamo scoprendo in questi anni di formazione sia il rinnovo costante e quotidiano, fatto di piccole cose, del nostro amore».
«Il nostro motto – chiude Cristiano – è “nulla è per caso”: il servizio che ci è stato chiesto dalla diocesi, la vita normalissima che viviamo in famiglia e al lavoro, fanno parte di una vocazione: fermarsi e aiutare altre coppie a fermarsi e a ricentrarsi su Cristo invece che ripiegarsi su noi stessi».

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Sarà un grande evento di piazza per rilanciare in Italia il fascino della missione ad gentes. È questo l’intento della prima edizione del Festival nazionale della missione intitolato “Mission is possible”, che sarà organizzato a Brescia dal 12 al 15 ottobre prossimo dalla Conferenza degli Istituti missionari italiani (Cimi), la Cei attraverso la Fondazione Missio e la diocesi di Brescia.

Quattro giorni di eventi con conferenze, incontri, concerti, mostre, spettacoli di strada, momenti di riflessione in un clima di festa, con la partecipazione di migliaia di persone. Uno dei tratti distintivi del Festival sarà l’ospitalità diffusa in case religiose, oratori e famiglie.
Tra gli ospiti già confermati, i cardinali Tagle, Simoni e Filoni, padre Federico Lombardi, Alejandro Solalinde, Rosemary Nyirumbe, Blessing Okoedion, Gael Giraud.

Il direttore artistico Gerolamo Fazzini, giornalista e scrittore, ci anticipa alcune novità e le motivazioni dell’evento.

«Non sarà il solito convegno – dice – ma un evento di piazza. Il format del Festival utilizzerà linguaggi nuovi, sfruttando sia i contenuti con tavole rotonde e incontri, sia l’arte, il teatro, la musica».

La missione ad gentes è un po’ in crisi: servirà a rilanciarla?
«Sì. A volte è stato enfatizzato il fatto che tutti siamo missionari e la missione è arrivata qui da noi – ed è vero, perché i migranti ci hanno avvicinato alla questione – però a furia di insistere su questi aspetti è come se fosse diventato superfluo partire. Questo messaggio non deve passare».

I missionari vogliono ricordare che l’imperativo dell’andare non è diventato anacronistico.
«È evidente che ci sono condizioni totalmente nuove rispetto a quando nell’Ottocento gli Istituti missionari partivano in massa. Oggi partono in pochi e sempre di più non sono italiani. È chiaro che la fisionomia degli Istituti missionari è completamente cambiata rispetto al passato. Ciò che non è cambiato è l’imperativo del vangelo ad “andare” anche in senso geografico».

C’è stato un calo numerico di missionari: esistono dati sul fenomeno?
«Non ci sono dati ma sicuramente si può parlare di un forte calo numerico di missionari e un notevole innalzamento dell’età media. L’aspetto innovativo e positivo è che negli ultimi anni ci sono sempre più ordinazioni di non italiani. Questo è il primo anno in cui gli ordinati del Pime sono tutti di origine straniera. È interessante perché vengono da Paesi dove i missionari sono stati presenti. Sono vocazioni che nascono come frutto di un impegno missionario ad gentes durato decenni. Ora sono le giovani Chiese ad evangelizzare e “rimpolpare gli organici”. Penso al caso del Myanmar, che ha solo l’1,5 per cento di cattolici: negli ultimi anni sono stati ordinati 7 nuovi sacerdoti del Pime. È un cambiamento paradigmatico».

Qual è l’identikit del nuovo missionario?
«È un missionario sempre più globale, con comunità missionarie internazionali. Non c’è più una identità solo italiana o europea: è in atto una globalizzazione delle differenze intese come ricchezze, con una prevalenza crescente del Sud del mondo».

Perché gli italiani non scelgono più la missione ad gentes?
«Per una serie di elementi. Primo: è passata un po’ sotto traccia l’idea che la missione sia al capolinea perché il Vangelo è arrivato in tutti i continenti. Cosa assolutamente non vera. Anche in termini numerici l’Asia è un intero continente che ha contatto con il Vangelo in misura molto ridotta. Poi si pensa che basta instaurare un dialogo interreligioso e un rapporto di convivenza più o meno civile, con l’idea sbagliata per cui la missione potrebbe essere una sorta di prevaricazione eurocentrica. È vero che in passato ci sono stati dei casi di annuncio non propriamente evangelico e sono stati fatti degli errori. Ma dire che l’annuncio del vangelo va contro l’identità dei popoli non è vero».

Come far percepire di nuovo il fascino di questa scelta, fondata anche sulla ricerca della giustizia sociale e l’emancipazione dei poveri?
«Nel festival tenteremo di raccontare come l’esperienza della missione cambia anche il missionario. L’incontro con altri popoli e culture nel segno della gratuità arricchisce la persona e la comunità e si torna più ricchi. È ovvio che la missione può comportare dei disagi – minori rispetto al passato – come la fatica dell’adattamento, la non conoscenza della lingua, l’essere considerati “stranieri”. Può però risultare affascinante il racconto di chi vive la missione come un’esperienza che cambia la persona in meglio, in termini di ricchezza umana e spirituale. Come dice Papa Francesco la missione è andare a scoprire che Dio ha anticipato l’arrivo del missionario».

Chi parteciperà al festival e quali numeri vi aspettate?
«Ci saranno tre categorie di pubblico. Almeno 200 delegati dei Centri missionari diocesani; 150/200 tra missionari, missionarie e laici. Abbiamo messo a disposizione altri 300 posti per i giovani legati ai gruppi missionari che verranno da lontano ma ci saranno centinaia/migliaia di giovani che arriveranno da Milano e dalle diocesi vicine senza dormire a Brescia».

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Fino al 30 luglio è in programma la “Festa del sorriso”, evento che coinvolge la comunità parrocchiale di Sant’Anna di Piove di Sacco, in occasione della ricorrenza liturgica dei santi Gioacchino e Anna, sposi e genitori di Maria (26 luglio).

La “qualità del tempo” è lo spunto di riflessione che ha guidato gli organizzatori della festa
«Una persona che lavora dovrebbe avere anche il tempo per ritemprarsi, stare con la famiglia, divertirsi, leggere, ascoltare musica, praticare uno sport. Quando un’attività non lascia spazio a uno svago salutare, a un riposo riparatore, allora diventa una schiavitù».

«Con queste parole – spiega don Giorgio De Checchi, parroco di Sant’Anna – papa Francesco ci esorta a trovare il tempo per “divertirci”, nel senso proprio del termine: trovare il tempo per fare qualcosa d’altro. Guai appiattirci in un’unica dimensione! Siamo tanto, ma proprio tanto di più di quello che facciamo abitudinariamente».

Questa edizione della “Festa del sorriso”, oltre alla possibilità di coltivare relazioni fraterne e conviviali presso lo stand gastronomico, si caratterizza per la grande varietà di proposte, adatte a tutte le fasce d’età.

Il programma

Da sabato 22, nella sala polivalente parrocchiale, viene allestita una mostra fotografica “I figli delle nuvole”, racconto del viaggio che il fotografo Luca Giacomelli ha compiuto tra le popolazioni dei Saharawi, nel Sahara Occidentale.

Lunedì 24, alle 21.15, Matteo Righetto, scrittore padovano e insegnante di lettere, presenterà il suo ultimo romanzo, L’anima della frontiera. Modererà l’incontro il direttore del settimanale diocesano la Difesa del popolo, Guglielmo Frezza.

Mercoledì 26, alle 19, la comunità cristiana vivrà l’eucaristia solenne per commemorare la patrona sant’Anna.

Venerdì 28, dalle 20, nel giardino dietro la chiesa si terrà la “Festa dei popoli”: si condivideranno cibo, musiche e poesie di varie parti del mondo, perché è possibile guardare alla provenienza, alla cultura, alla religione differente come a delle occasioni di arricchimento reciproco.

Accanto alle vittime del terremoto

«Quest’anno abbiamo voluto condividere la nostra semplice festa comunitaria con chi ha più bisogno di un sorriso – racconta Dario Zaccariotto, uno degli organizzatori – Sabato 29, dalle 21, nel giardino della chiesa, si terrà una serata di incontro e narrazione con una rappresentanza della comunità di Arquata del Tronto, paese di circa 1.100 abitanti, colpito lo scorso anno dal terremoto (a suo tempo avevamo raccolto e inviato contributi in euro e generi alimentari).
Ci racconteranno (poco) della disgrazia, molto del loro desiderio di ricominciare, delle fatiche ma anche delle cose concrete che come comunità stanno mettendo in campo per dare una speranza alle loro vite. Per molti di loro sarà l’occasione per un giro alla basilica di Sant’Antonio o a Venezia, una parentesi gioiosa prima di tornare nella loro amata e temuta terra. Un ringraziamento speciale alle famiglie che accoglieranno gli ospiti e alla protezione civile che ha collaborato per questo incontro».

Nei giorni della festa una particolare attenzione sarà rivolta ai più piccoli, non solo attraverso letture animate al suono dell’arpa, un mercatino, uno spettacolo teatrale interattivo, un “truccabimbi”, ma con due appuntamenti speciali: uno dedicato ai bambini e alle famiglie che frequentano l’iniziazione cristiana (martedì 25) e l’altro alla chiusura dei centri estivi (giovedì 27).

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Zawadi in lingua swahili (una delle principali lingue dell’est Africa) significa “dono, regalo”, «ed era questo il titolo del grest di quest’anno che campeggiava in un bellissimo mega-poster sulla facciata del patronato di Agna e in un grande striscione a Borgoforte – spiega don Raffaele Coccato, parroco moderatore dell’up di Agna – E le tre settimane che hanno visto coinvolti ragazzi, animatori e adulti insieme alle famiglie sono state un vero dono per tutti noi e per tutte le comunità dell’up (Agna, Borgoforte, Frapiero, Prejon). È stato il grest delle novità».

L’utilità degli incontri di preparazione con la cooperativa Oragiovane

Benedetta, animatrice classe 2001, narra l’esperienza: «Quest’anno noi animatori abbiamo partecipato per la prima volta a tre incontri formativi con Oragiovane prima di iniziare la preparazione dei materiali e di avviare la macchina del grest. Questi incontri ci sono stati veramente utili perché abbiamo potuto riflettere sullo stile dell’educatore, provare a lavorare insieme tra noi coetanei e metterci in gioco con una tecnica di animazione che non eravamo soliti utilizzare: il teatro. È stato proprio il teatro uno dei punti forti per comunicare con i ragazzi gli obiettivi intrapresi».

Un gruppo guide

Asja, classe 2000, racconta cosa ha significato per lei far parte dei responsabili del grest: «Una delle sorprese del grest è stato il “GG” ovvero un gruppo di animatori che svolgevano il ruolo di intermediari tra il don e gli altri animatori, ma non solo. Si occupava soprattutto di aiutare il don nella preparazione delle giornate, dei giochi, delle varie attività, ecc. Personalmente questo ruolo mi ha fatto crescere molto: mi ha resa più responsa-bile; è stata una palestra di allenamento nella correzione e promozione fraterna: mi sono eserci- tata nel migliorare il mio modo di rapportarmi con gli altri animatori».

Le attività formative

Gianluca, uno degli animatori con più esperienza (classe 1998) illustra una delle modalità sperimentate nell’animazione: «Non solo giochi, tornei sportivi e laboratori di manualità: nel pacchetto formativo del grest abbiamo proposto ai ragazzi alcune prove (realizzazione di cartelloni, percorsi, abilità fisiche...) inerenti al tema della giornata del grest. È stata una maniera nuova per i ragazzi di cogliere il messaggio del giorno».

Luigi evidenzia come il grest sia stata un’occasione buona per lui e i suoi coetanei nel riavvicinarsi all’ambiente parrocchiale.
«Anche coloro che non hanno fatto l’esperienza di animatori a tempo pieno nelle tre settimane hanno comunque potuto abitare la canonica e il patronato. Mi spiego: siamo stati accolti nel gruppo nonostante altri nostri impegni e così abbiamo potuto legare di più tra noi giovani, conoscere meglio i nostri don, vivere momenti di fraternità con pranzi e cene assieme, e soprattutto ci siamo riavvicinati alla chiesa».

Il grest è stato un mezzo per i giovani di riprendere il cammino di fede che era venuto meno dopo la cresima.
Nicola lo descrive così:

«È stato molto importante per me; mi ha cambiato moltissimo. Io non frequentavo più la parrocchia da tempo. I dialoghi con il don, alcuni momenti fissi di preghiera per noi animatori come la messa al mattino, l’adorazione eucaristica nei pomeriggi, l’essermi accostato al sacramento della riconciliazione dopo tanto mi stanno aiutando a credere un po’ di più, a prendere con più responsabilità le scelte della mia vita».

don Andrea Miola e gli animatori del grest, up di Agna

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È la vita fraterna il tema che emerge dal trentesimo capitolo generale delle suore francescane elisabettine, avviato il primo luglio e che terminerà il 10 agosto e che ha visto l'elezione della superiora generale (suor Maria Fadin) e del consiglio generale.

Il Capitolo generale è esperienza di comunione e di grazia per tutto l’istituto e per la sua missione nella chiesa. Già il titolo del capitolo, Amate per grazia, donne di misericordia, mette in luce il fondamento della congregazione e l'orientamento stesso dei lavori: ricevere il dono della grazia e annunciarlo attraverso la misericordia. Il tema provoca a guardare con occhi di fraternità e di tenerezza all’umanità di oggi, assetata di dignità e di speranza.

«Quest'anno il capitolo è suddiviso in due fasi – afferma suor Enrica Martello, superiora nella comunità di Roma e segretaria del capitolo – una prima di verifica del sessennio appena trascorso, elezione della superiora e del consiglio generale e discussione sugli orientamenti per il nuovo periodo. Una seconda fase, da fine luglio ai primi di agosto di studio e approvazione della bozza delle nuove Costituzioni alla quale stiamo lavorando già da due mandati».

Delle modifiche alle Costituzioni dell'ordine erano state fatte negli anni '70 e approvate poi nei primi anni '80: la regola era stata rinnovata e adattata agli orientamenti del Concilio. Ora è emersa nuovamente la necessità di rivedere il cammino della famiglia per attualizzarlo nel contesto sociale e storico.

Un altro elemento forte che ha caratterizzato le giornate di lavoro è la percezione dell'internazionalità dell'ordine: «C'è una presenza consistente di suore elisabettine in diversi Paesi – continua suor Enrica – siamo tutte accomunate dall'appartenere alla stessa famiglia pur nella diversità perché diversa è la chiesa locale nella quale operiamo, diversa è la cultura. Questo è un elemento molto forte e un segno è il fatto che per la prima volta nel capitolo generale è stata eletta una sorella egiziana».

Resta sempre costante l'attenzione all'uomo in particolare al povero e la capacità di intercettare i bisogni che emergono dalla realtà nella quale si opera. «Dal capitolo è riemersa proprio questa nostra caratteristica – spiega la segretaria – radicarci cioè nella chiesa locale».

«È un'indicazione che ci ha dato anche il vescovo Claudio: apparteniamo alla chiesa del mondo, ma ci incarniamo nella chiesa locale. Il vescovo ha richiamato l’importanza di essere presenza viva nella chiesa locale dove si è inserite e ci ha consegnato l’impegno di essere comunità che testimoniano la bellezza del vivere insieme e l’armonia di persone che si vogliono bene. È questa la testimonianza di cui oggi il mondo ha bisogno, più che le opere da realizzare».

«Per questo ad esempio in Italia siamo attente alla questione degli immigrati, abbiamo dato delle strutture per ospitarli e due sorelle sono a Reggio Calabria con il compito di dedicarsi alle persone che sbarcano con le navi. Vengono quindi dirottate risorse, di strutture, ma anche di persona a queste fasce di emergenza. In Kenya invece i bisogni primari riguardano la sfera dell'educazione e del servizio sanitario, ma anche la presenza pastorale, la dimensione della vita cristiana».

In questo disegno vengono ribadite e riprese due parole presenti nel vangelo che fanno da sfondo e rappresentano due movimenti essenziali nella vita delle elisabettine e dei quali madre Elisabetta è maestra. Sono perdere e trovare: la prima significa lasciare per creare spazio ad altro; la seconda comporta l’accogliere, l’assumere e il prendere dentro di sé quanto ci viene incontro e dato.

Non affiorano decisioni particolari, progetti specifici o aperture di nuove strutture dagli incontri: «Nel precedente capitolo – chiarisce suor Enrica – si è avuto come frutto l'apertura di una nuova comunità internazionale in sud Sudan, là dove l'emergenza era la povertà. In questo capitolo invece l'orientamento è di rivitalizzare l'esistente, radicandoci nello specifico del nostro carisma ricevuto come dono con il compito di riversarlo sui poveri con misericordia. Ciò che è chiaro è che oggi non sono esclusivamente le nostre opere che dicono di noi, ma la testimonianza delle vita fraterna dalla quale dobbiamo ripartire per vivere il dono di grazia del Signore e questo vale in Africa, in America Latina, così come in Italia, nella chiesa padovana e nelle altre comunità locali».

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La Diocesi di Padova è a conoscenza di un procedimento penale nei confronti di un presbitero diocesano. Non appena appresa la notizia, lo scorso settembre 2016, è intervenuta con alcune decisioni, per prudenza e rispetto delle persone coinvolte e per permettere al sacerdote di potersi difendere.
Pertanto in maniera preventiva il vescovo, già allora, aveva proceduto a sospendere alcuni passaggi previsti all’interno dei normali e consueti avvicendamenti dei parroci e aveva chiesto al sacerdote un periodo fuori Diocesi, in attesa della conclusione del processo a suo carico. Contemporaneamente è partita l’indagine canonica ed è stata informata la Santa Sede.
Il presbitero, infatti, lo scorso luglio 2016, nella normalità degli avvicendamenti degli incarichi, aveva dato le dimissioni da parroco della comunità che guidava, in vista di una nuova destinazione che sarebbe diventata effettiva con settembre 2016.
Con l’avvio delle indagini a suo carico, reso noto al vescovo nei primi giorni di settembre 2016, per opportuna prudenza la nuova nomina è stata sospesa immediatamente e il presbitero è stato esonerato da qualsiasi incarico pastorale.
In attesa degli esiti processuali rimane amarezza e dolore, per questa vicenda che, se dimostrata, adombra l’opera silenziosa e preziosa di tanti sacerdoti dediti al servizio delle proprie comunità. Nello stesso tempo la Diocesi esprime vicinanza a tutte le persone e le comunità che stanno soffrendo per questa situazione.

Ufficio stampa diocesi di Padova

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La Diocesi di Padova è a conoscenza di un procedimento penale nei confronti di un presbitero diocesano. Non appena appresa la notizia, lo scorso settembre 2016, è intervenuta con alcune decisioni, per prudenza e rispetto delle persone coinvolte e per permettere al sacerdote di potersi difendere.
Pertanto in maniera preventiva il vescovo, già allora, aveva proceduto a sospendere alcuni passaggi previsti all’interno dei normali e consueti avvicendamenti dei parroci e aveva chiesto al sacerdote un periodo fuori Diocesi, in attesa della conclusione del processo a suo carico. Contemporaneamente è partita l’indagine canonica ed è stata informata la Santa Sede.
Il presbitero, infatti, lo scorso luglio 2016, nella normalità degli avvicendamenti degli incarichi, aveva dato le dimissioni da parroco della comunità che guidava, in vista di una nuova destinazione che sarebbe diventata effettiva con settembre 2016.
Con l’avvio delle indagini a suo carico, reso noto al vescovo nei primi giorni di settembre 2016, per opportuna prudenza la nuova nomina è stata sospesa immediatamente e il presbitero è stato esonerato da qualsiasi incarico pastorale.
In attesa degli esiti processuali rimane amarezza e dolore, per questa vicenda che, se dimostrata, adombra l’opera silenziosa e preziosa di tanti sacerdoti dediti al servizio delle proprie comunità. Nello stesso tempo la Diocesi esprime vicinanza a tutte le persone e le comunità che stanno soffrendo per questa situazione.

Ufficio stampa diocesi di Padova

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L’incontro estivo proposto dall’ufficio missionario diocesano ormai già da qualche anno è diventato un appuntamento atteso e desiderato dai missionari che si trovano in questo periodo in Italia perché rientrati definitivamente dalla missione o perché a casa per un tempo di vacanza o per altri motivi.

Quest’anno è in agenda per lunedì 24 luglio, dalle 10 fino al pranzo compreso, in seminario maggiore a Padova. Sono invitati a partecipare religiose, religiosi, laici, appartenenti a diversi gruppi e movimenti che desiderano incontrarsi con la chiesa di Padova che li ha originati alla fede e inviati ad annunciare nel mondo la gioia del vangelo.

È significativo che questo incontro avvenga proprio tra un anno pastorale che ha avuto come tema “In questa sosta che la rinfranca” e il prossimo che vedrà impegnata tutta la chiesa diocesana in esercizi di fraternità.

L’appuntamento dei missionari che quest’anno incontrano il vicario generale don Giuliano Zatti, vorrebbe proprio essere un momento nel quale la nostra chiesa possa rinfrancarsi e riossigenarsi ascoltando le testimonianze di vita e di fede di chi – in terre lontane e spesso in contesti impegnativi e pieni di sfide umane, sociali e religiose – vive l’annuncio del vangelo proprio come esercizio di vicinanza, cura, tenerezza, comunione, fraternità.

Dopo un momento iniziale di preghiera, ogni missionario racconterà un po’ la sua esperienza di missione là dove sta vivendo o dove ha vissuto. E poi, attraverso le parole di don Giuliano Zatti, si cercherà di condividere con loro il cammino che sta facendo la nostra chiesa di Padova, le gioie e le sfide che si trova a vivere e il desiderio di capire e imparare, anche dalla missione, a diffondere quel profumo di vita capace di riempire i muri della casa che è il mondo.

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L’incontro estivo proposto dall’ufficio missionario diocesano ormai già da qualche anno è diventato un appuntamento atteso e desiderato dai missionari che si trovano in questo periodo in Italia perché rientrati definitivamente dalla missione o perché a casa per un tempo di vacanza o per altri motivi.

Quest’anno è in agenda per lunedì 24 luglio, dalle 10 fino al pranzo compreso, in seminario maggiore a Padova. Sono invitati a partecipare religiose, religiosi, laici, appartenenti a diversi gruppi e movimenti che desiderano incontrarsi con la chiesa di Padova che li ha originati alla fede e inviati ad annunciare nel mondo la gioia del vangelo.

È significativo che questo incontro avvenga proprio tra un anno pastorale che ha avuto come tema “In questa sosta che la rinfranca” e il prossimo che vedrà impegnata tutta la chiesa diocesana in esercizi di fraternità.

L’appuntamento dei missionari che quest’anno incontrano il vicario generale don Giuliano Zatti, vorrebbe proprio essere un momento nel quale la nostra chiesa possa rinfrancarsi e riossigenarsi ascoltando le testimonianze di vita e di fede di chi – in terre lontane e spesso in contesti impegnativi e pieni di sfide umane, sociali e religiose – vive l’annuncio del vangelo proprio come esercizio di vicinanza, cura, tenerezza, comunione, fraternità.

Dopo un momento iniziale di preghiera, ogni missionario racconterà un po’ la sua esperienza di missione là dove sta vivendo o dove ha vissuto. E poi, attraverso le parole di don Giuliano Zatti, si cercherà di condividere con loro il cammino che sta facendo la nostra chiesa di Padova, le gioie e le sfide che si trova a vivere e il desiderio di capire e imparare, anche dalla missione, a diffondere quel profumo di vita capace di riempire i muri della casa che è il mondo.

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A Caselle de’ Ruffi da venerdì 21 a martedì 25 luglio torna l’appuntamento con la sagra di San Giacomo, una manifestazione che coinvolge l’intera comunità veneziana e recupera antiche tradizioni contadine. Per festeggiare il patrono, oltre alla consueta apertura serale dello stand gastronomico, con parco divertimenti in piazza Tescari e spettacoli musicali, sono in programma due momenti liturgici: domenica 23 luglio la messa delle 10.30 animata da tutti i cori parrocchiali (la corale degli adulti, il coro famiglie e quello dei bambini) e martedì 25 luglio, giorno della memoria del santo, la messa solenne alle 19.

«La sagra di San Giacomo – racconta don Alberto Pregno, pastore della parrocchia in comune di Santa Maria di Sala – è stata preceduta dalla festa della trebbiatura di sabato 15 e domenica 16 e ha visto la comunità coinvolta prima in un momento di preghiera, a cui è seguita la benedizione di 120 trattori, e infine la trebbiatura dei campi, anche, in notturna. Un momento di riflessione sulle origini contadine della nostra comunità e di gratitudine nei confronti delle generazioni che ci hanno preceduto».

Da mercoledì 19 a martedì 25 luglio, invece, i giovani della parrocchia organizzano “BirraRock”. La manifestazione, giunta alla sua 17a edizione, unisce per sette sere nello stand di via Cavin Caselle 181, a Santa Maria di Sala, i giovanissimi appassionati di musica e birra con lo scopo non solo di divertirsi ma soprattutto di raccogliere fondi per opere di beneficenza. In questi anni con il ricavato gli organizzatori hanno sostenuto le vite di due fratelli in Kenya, l’associazione delle famiglie di Cazzago colpite nel 2015 dal tornado e, quest’anno come lo scorso anno, le famiglie del territorio che vivono un momento di difficoltà.

«Questi tre appuntamenti – prosegue don Alberto – concludono in allegria e convivialità il mese di luglio che ha visto impegnati cinquanta animatori formati in parrocchia e numerosi volontari nell’attività dei centri estivi a cui, per cinque settimane, hanno partecipato duecento bambini della scuola primaria e secondaria».

Ad agosto, invece, l’Azione cattolica del vicariato di Villanova di Camposampiero, di cui Caselle fa parte, organizza quattro campi scuola: a Tonezza del Cimone dal 30 luglio al 6 agosto per i bambini dai 9 agli 11 anni e dal 6 al 13 agosto per i ragazzi dai 12 ai 13 anni; a Rocca Pietore dal 13 al 20 agosto per i 14enni; e San Giovanni di Bolzano, da domenica 30 luglio a giovedì 3 agosto è in programma il campo “Issimi” dedicato ai ragazzi che frequentano i primi tre anni della scuola superiore. I campi scuola vicariali sono un’occasione speciali dove si creano nuove amicizie, si vivono speciali momenti di incontro, si cresce nel rapporto con Dio. Quindi non una semplice vacanza, ma un’importante esperienza di crescita nella scoperta della vita e della fede. Infine, a ferragosto è in programma un campo vicariale per le famiglie di Ac al passo del Tonale. «Per il futuro – conclude don Alberto – stiamo lavorando alla possibilità di collaborazione con le parrocchie vicine di Murelle e Sant’Angelo di Sala, di cui io sono responsabile, con dei progetti comuni che non privino, però, le singole parrocchie della propria identità». Per info: www.parrocchiadicaselle.com

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