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Quello di martedì 20 giugno sarà per papa Francesco un vero pellegrinaggio. L'elicottero si alzerà in volo dall'eliporto vaticano alle 7.30 per atterrare un'ora e mezza dopo nel campo sportivo di Bozzolo, comune mantovano in diocesi cremonese, dove il santo padre si raccoglierà in preghiera sulla tomba di don Primo Mazzolari, dopo aver tenuto in discorso commemorativo ai fedeli presenti nella chiesa di San Pietro dove Mazzolari fu parroco. 

Alle 11.15 Francesco atterrerà invece nella diocesi di Firenze, e non in una località come le altre. Sarà Barbiana, il teatro della seconda tappa di questo viaggio lampo, lungo una sola mattinata, dove il papa si raccoglierà in preghiera alla tomba di don Lorenzo Milani prima di incontrare i suoi alunni e di tenere un discorso commemorativo ai parroci e ai ragazzi ospiti di case-famiglia nel giardino accanto alla canonica.

L’omaggio di papa Francesco alla tomba di don Milani avviene nel 50° anniversario della sua morte, avvenuta il 26 giugno 1967.

Ciò significa che nello stesso giorno Bergoglio visiterà i luoghi di due preti “profetici".

Le parole dell'arcivescovo di Firenze, il card. Giuseppe Betori

La visita si svolgerà anche a Barbiana, come a Bozzolo, “in forma riservata e non ufficiale e prevede un incontro del papa con i discepoli di don Milani, un gruppo di sacerdoti fiorentini e alcuni ragazzi seguiti da realtà caritative, di intervento sociale, ed educativo della diocesi”. Il card. Betori, arcivescovo di Firenze esprime “la grande gioia della Chiesa fiorentina per questa visita, ed è grato al Santo Padre per questo segno di attenzione alla nostra arcidiocesi e a un sacerdote che ne ha illuminato la storia del secolo scorso, in un cammino personale, che pur dovendo sopportare tensioni e incomprensioni, ha visto don Milani rimanere sempre fedele a Cristo e alla Chiesa”.

“Mi affianco alla volontà del Santo Padre di non cancellare il passato, ma di rileggerlo e di capirlo. Non si tratta di dire che tutto è andato bene a Firenze con don Milani, tutt’altro: ci sono state difficoltà e di questo dobbiamo prendere atto. Non dobbiamo pensare che tutto può essere cancellato”, ha dichiarato il card. Giuseppe Betori in un’intervista realizzata da Radio Toscana e rilanciata dal Sir, in seguito all’annuncio della visita di papa Francesco il prossimo 20 giugno a Barbiana.

“Nell’esperienza pastorale di don Milani – prosegue il porporato – c’è qualcosa che ha da dire ancora alle esperienze pastorali della nostra Chiesa”, basti pensare a “tutto quello che don Milani ha rappresentato per la difesa degli ultimi, degli umili, dei più marginali nella società – allora si chiamava Barbiana – e cosa significa oggi tutto questo”.

Lo stesso vale per “il modo di stare vicino alle persone, concretamente. Non tanti proclami, ma una vicinanza e un accompagnamento personale. Credo che questi aspetti siano da riprendere, per questo ho chiesto che venga dedicato un convegno di studio all’esperienza pastorale di don Milani che la nostra Facoltà teologica promuoverà nei prossimi mesi, per il cinquantenario della morte”.

Per la visita del Papa alla tomba di don Milani, il card. Betori chiede “preghiere perché da questo gesto ne venga un bene per la Chiesa e per i preti di tutto il mondo”.

Don Bruno Bignami, postulatore della causa di beatificazione di don Primo Mazzolari

“Per noi è un’ulteriore conferma del lavoro svolto, da anni, per custodire la memoria di don Primo, studiarne l’opera sacerdotale e culturale, e diffonderne il messaggio cristiano”.

Don Bruno Bignami, presidente della Fondazione Don Primo Mazzolari e postulatore della causa di beatificazione, racconta al Sir la “gioia” con la quale è stata accolta la notizia della visita di papa Francesco a Bozzolo, il prossimo 20 giugno, per pregare sulla tomba del parroco-scrittore (1890-1959).

“Siamo davvero contenti, in diocesi, a Bozzolo, in Fondazione. Ritengo che questo dono del papa sottolinei anche la profonda evangelicità della testimonianza di don Mazzolari”. Si tratta, specifica don Bignami, di “una visita in forma privata, diremmo in stile mazzolariano, lontana da ogni clamore. Il Santo Padre ha espresso la volontà di venire a pregare sulla tomba di don Primo e incontrare i luoghi del suo ministero”.

Il postulatore della causa – che dovrebbe avere inizio nella fase diocesana il prossimo autunno – afferma ancora: “Credo che il papa ci lascerà un messaggio per comprendere ancora meglio l’eredità lasciataci da don Primo e la sua attualità nella chiesa del nostro tempo”.

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Il sinodo dei giovani, che il vescovo Claudio ha annunciato durante la Giornata mondiale della gioventù di Cracovia lo scorso luglio, in questi mesi di preparazione sta già raggiungendo le nostre comunità cristiane, i giovani che frequentano le parrocchie, i movimenti e le associazioni.

A loro per primi – e tramite loro anche ai coetanei che magari non partecipano alla vita della comunità cristiana o hanno fatto scelte diverse – stiamo rivolgendo l’invito di inserirsi in questo cammino che ci porterà a rispondere a una domanda grande e impegnativa:

«Cosa secondo te vuole il Signore per la chiesa di Padova?»

È ai giovani che il nostro vescovo si rivolge. E un campo privilegiato dove i giovani sono presenti e in cui trascorrono gran parte delle loro giornate è rappresentato certamente dal mondo della scuola. Abbiamo perciò pensato, in accordo con l’ufficio di pastorale dell’educazione e della scuola – rappresentato nella commissione preparatoria del sinodo da una giovane insegnante di religione – a una particolare declinazione del sinodo dei giovani per le classi quarte e quinte della scuola secondaria di secondo grado.

La proposta si collocherà tra ottobre e novembre del prossimo anno scolastico e sarà possibile grazie alla collaborazione degli insegnanti di religione, che riceveranno tutte le indicazioni e il materiale per il progetto entro la fine dell’estate attraverso i canali di comunicazione consueti.

Dopo aver dato la propria adesione, nelle modalità che saranno indicate, gli studenti delle classi quarte e quinte avranno la possibilità di partecipare alla prima fase del sinodo – la fase di ascolto nei piccoli gruppi – all’interno dell’orario scolastico (ipotizziamo l’impegno in quattro ore di lezione).

Le tracce di confronto per i ragazzi saranno diverse da quelle che la commissione preparatoria sta approntando per i gruppi sinodali “ufficiali” e saranno adattate al contesto scolastico, tenendo in debita considerazione i contenuti disciplinari specifici dell’insegnamento della religione cattolica nelle scuole.

Il percorso sinodale potrà rappresentare un’interessante opportunità per i giovani studenti per sviluppare un maturo senso critico, riflettere sulla propria identità e sul proprio rapporto con il mondo degli adulti, nonché per interrogarsi sulla propria immagine di chiesa e sul rapporto tra la chiesa e il contesto sociale e culturale entro il quale ognuno di noi è oggi chiamato a collocarsi e vivere responsabilmente. La possibilità di un confronto con i coetanei su simili tematiche unita alle potenzialità dello stile sinodale, fatto di ascolto aperto ed empatico, costituirà inoltre un valore aggiunto a questo percorso.

Carichi di queste speranze, con delicatezza bussiamo dunque alle porte delle tante scuole presenti sul territorio della diocesi, animati non dal desiderio di fare proselitismo ma di ascoltare e accogliere il pensiero e la voce di tanti giovani, magari anche lontani dalla fede. Anche per il mondo della scuola la scadenza entro cui mandare le relazioni di quanto emerso sarà l’8 dicembre 2017, attraverso la mail del sinodo sinodo@giova nipadova.it

Per prendere già visione della proposta del vescovo Claudio e capirne di più invitiamo a visitare il sito www.giovanipadova.it sezione “sinodo dei giovani”, ricordando ancora una volta che l’evento si aprirà ufficialmente la sera del 3 giugno, durante la veglia di Pentecoste.

don Paolo Zaramella coordinatore del sinodo dei giovani
Aurora Fantinato insegnante di religione

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Abbiamo fatto 29, facciamo 30. Nei prossimi mesi, probabilmente al ritorno delle ferie estive, aprirà a Dolo il trentesimo centro d’ascolto vicariale di Caritas Padova, come orecchio attento alle esigenze del territorio, capace di fare squadra con le parrocchie e le amministrazioni civili per accompagnare le persone che si trovano in una situazione di disagio.
Non sarà un’apertura improvvisata, ma il frutto di un lungo cammino, prima di discernimento, poi di formazione, che vede domenica 23 aprile una tappa fondamentale: a Casa Madonnina, a Fiesso d’Artico, i volontari e i parroci, di fronte ai loro consigli pastorali, ricevono il “mandato” che li investe a nome della Chiesa a mettersi al servizio.
E sarà proprio a Fiesso che il centro d’ascolto vicariale avrà la sua sede operativa, anche in virtù della sua posizione sulla direttiva Padova-Venezia.

«Questo percorso – racconta Lorenzo Rampon di Caritas Padova – è iniziato nel 2015, con la partecipazione della Caritas diocesana al consiglio pastorale vicariale di Dolo per la presentazione di un progetto di avvio del centro d’ascolto vicariale».

C’è voluto un intero anno di riflessione, poi però, anche confortato dai risultati dei centri negli altri vicariali, è stato deciso di avviare l’esperienza, prima con la ricerca di nuovi volontari, in modo da non domandare ulteriori sforzi alle persone già impegnate nelle Caritas parrocchiali e allo stesso tempo coinvolgere più persone, poi con un percorso di formazione, iniziato nell’ottobre 2016 e terminato a febbraio 2017.

«ll corso – continua Lorenzo Rampon – era costituito da sei incontri di due ore, più un’intera giornata conclusiva. Lo scopo era quello di amalgamare il gruppo dei volontari impegnandoli in attività di simulazione, di colloquio e di discernimento comunitario, sostenendo però le motivazioni personali».

Il percorso ha anche illustrato il senso del servizio Caritas in parrocchia e in vicariato, offrendo una panoramica del servizio che presta il centro. Tra i cardini del bravo volontario la capacità di ascolto e di empatia, la capacità di fare squadra, il lavoro in rete nel territorio e riuscire ad accompagnare le persone non con risposte standard, ma con progetti personalizzati pensati su di loro.

«Il gruppo di volontari – osserva Rampon – ha risposto in modo attivo alle attività proposte: tutti si sono messi in gioco. Sono emerse le loro competenze personali e professionali e ognuno si è ben integrato con gli altri. È stato molto confortante percepire un buon livello di motivazione personale e di energia in vista dell’avvio del servizio, ma anche il desiderio di vivere questa nuova sfida come servizio evangelico, in connessione con l’esperienza di fede di ciascuno». Non saranno volontari “solitari”: «Sanno che non stanno offrendo una semplice disponibilità personale, ma stanno intraprendendo il servizio come risposta ad un mandato della comunità dei loro confronti», mandato che si manifesta nel momento di “investitura” di domenica 23 aprile.

Molto felice di questo nuovo inizio don Alessandro Minarello, vicario foraneo di Dolo: «Il centro d’ascolto sarà un segno non solo dell’attenzione delle comunità cristiane nei confronti delle povertà del territorio, ma anche di una condivisione e di una presa in carico. Sarà importante per questo prima di tutto mettersi in ascolto, capire le criticità del territorio, e poi lavorare in stretto contatto con le Caritas già attive nelle parrocchie e con i servizi sociali dei comuni che compongono il nostro vicariato».
Il vicario avverte: «Il centro d’ascolto nasce da un vissuto già presente: sarà importante mantenere lo specifico cristiano nel nostro operare».

Coordinatore del nuovo centro d’ascolto è Flavio Baldan di Fiesso d’Artico. Anche lui concorda con don Minarello: «Non andremo ad escludere o a minimizzare il grande ruolo che hanno le Caritas parrocchiali: il fatto di avere responsabilità diverse ci porterà a operare in aree dove le parrocchie fanno più fatica.

Saranno proprio le Caritas parrocchiali, da cui comunque molti di noi provengono, a inviarci le persone con maggiori necessità perché, facendo gioco di squadra, ci prodighiamo per trovare le soluzioni migliori e più personalizzate».

«È un’esperienza nuova – ammette – c’è tanta voglia e tanto fermento: ci siamo ritrovati a pochi giorni dal mandato, mercoledì 19 aprile, per capire come partire concretamente, anche presentandoci agli enti del territorio, come i comuni di Fiesso, Dolo e Pianiga». Le aspettative sono tante, ma per ora un po’ vaghe: «Non sappiamo ancora cosa succederà: è un mondo nuovo».

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Abbiamo fatto 29, facciamo 30. Nei prossimi mesi, probabilmente al ritorno delle ferie estive, aprirà a Dolo il trentesimo centro d’ascolto vicariale di Caritas Padova, come orecchio attento alle esigenze del territorio, capace di fare squadra con le parrocchie e le amministrazioni civili per accompagnare le persone che si trovano in una situazione di disagio.
Non sarà un’apertura improvvisata, ma il frutto di un lungo cammino, prima di discernimento, poi di formazione, che vede domenica 23 aprile una tappa fondamentale: a Casa Madonnina, a Fiesso d’Artico, i volontari e i parroci, di fronte ai loro consigli pastorali, ricevono il “mandato” che li investe a nome della Chiesa a mettersi al servizio.
E sarà proprio a Fiesso che il centro d’ascolto vicariale avrà la sua sede operativa, anche in virtù della sua posizione sulla direttiva Padova-Venezia.

«Questo percorso – racconta Lorenzo Rampon di Caritas Padova – è iniziato nel 2015, con la partecipazione della Caritas diocesana al consiglio pastorale vicariale di Dolo per la presentazione di un progetto di avvio del centro d’ascolto vicariale».

C’è voluto un intero anno di riflessione, poi però, anche confortato dai risultati dei centri negli altri vicariali, è stato deciso di avviare l’esperienza, prima con la ricerca di nuovi volontari, in modo da non domandare ulteriori sforzi alle persone già impegnate nelle Caritas parrocchiali e allo stesso tempo coinvolgere più persone, poi con un percorso di formazione, iniziato nell’ottobre 2016 e terminato a febbraio 2017.

«ll corso – continua Lorenzo Rampon – era costituito da sei incontri di due ore, più un’intera giornata conclusiva. Lo scopo era quello di amalgamare il gruppo dei volontari impegnandoli in attività di simulazione, di colloquio e di discernimento comunitario, sostenendo però le motivazioni personali».

Il percorso ha anche illustrato il senso del servizio Caritas in parrocchia e in vicariato, offrendo una panoramica del servizio che presta il centro. Tra i cardini del bravo volontario la capacità di ascolto e di empatia, la capacità di fare squadra, il lavoro in rete nel territorio e riuscire ad accompagnare le persone non con risposte standard, ma con progetti personalizzati pensati su di loro.

«Il gruppo di volontari – osserva Rampon – ha risposto in modo attivo alle attività proposte: tutti si sono messi in gioco. Sono emerse le loro competenze personali e professionali e ognuno si è ben integrato con gli altri. È stato molto confortante percepire un buon livello di motivazione personale e di energia in vista dell’avvio del servizio, ma anche il desiderio di vivere questa nuova sfida come servizio evangelico, in connessione con l’esperienza di fede di ciascuno». Non saranno volontari “solitari”: «Sanno che non stanno offrendo una semplice disponibilità personale, ma stanno intraprendendo il servizio come risposta ad un mandato della comunità dei loro confronti», mandato che si manifesta nel momento di “investitura” di domenica 23 aprile.

Molto felice di questo nuovo inizio don Alessandro Minarello, vicario foraneo di Dolo: «Il centro d’ascolto sarà un segno non solo dell’attenzione delle comunità cristiane nei confronti delle povertà del territorio, ma anche di una condivisione e di una presa in carico. Sarà importante per questo prima di tutto mettersi in ascolto, capire le criticità del territorio, e poi lavorare in stretto contatto con le Caritas già attive nelle parrocchie e con i servizi sociali dei comuni che compongono il nostro vicariato».
Il vicario avverte: «Il centro d’ascolto nasce da un vissuto già presente: sarà importante mantenere lo specifico cristiano nel nostro operare».

Coordinatore del nuovo centro d’ascolto è Flavio Baldan di Fiesso d’Artico. Anche lui concorda con don Minarello: «Non andremo ad escludere o a minimizzare il grande ruolo che hanno le Caritas parrocchiali: il fatto di avere responsabilità diverse ci porterà a operare in aree dove le parrocchie fanno più fatica.

Saranno proprio le Caritas parrocchiali, da cui comunque molti di noi provengono, a inviarci le persone con maggiori necessità perché, facendo gioco di squadra, ci prodighiamo per trovare le soluzioni migliori e più personalizzate».

«È un’esperienza nuova – ammette – c’è tanta voglia e tanto fermento: ci siamo ritrovati a pochi giorni dal mandato, mercoledì 19 aprile, per capire come partire concretamente, anche presentandoci agli enti del territorio, come i comuni di Fiesso, Dolo e Pianiga». Le aspettative sono tante, ma per ora un po’ vaghe: «Non sappiamo ancora cosa succederà: è un mondo nuovo».

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Sabato 22 aprile, per il secondo anno consecutivo, il vescovo Claudio incontra, nell’abbazia benedettina di Praglia, i dirigenti scolastici della diocesi di Padova. 

Il senso di questo incontro, in un dialogo che continua, è dato dall’esigenza di rintracciare comuni riferimenti e un comune senso del servizio educativo oggi, in una società complessa e ricca, ma anche frammentata, conflittuale, disorientata.

«Le finalità della scuola devono essere definite a partire dalla persona che apprende, con l’originalità del suo percorso individuale e le aperture offerte dalla rete di relazioni che la legano alla famiglia e agli ambiti sociali. La definizione e la realizzazione delle strategie educative e didattiche devono sempre tener conto della singolarità e complessità di ogni persona, della sua articolata identità, delle sue aspirazioni, capacità e delle sue fragilità, nelle varie fasi di sviluppo e di formazione» (Indicazioni per il curricolo della scuola dell’infanzia e del primo ciclo di istruzione, 2012). Per questo è necessario che lo studente (venga) posto al centro dell’azione educativa in tutti i suoi aspetti: cognitivi, affettivi, relazionali, corporei, estetici, etici, spirituali, religiosi. 

Se questa è la prospettiva, scuola e chiesa devono rimettersi in cammino, per riuscire a decifrare nell’attualità quelli che sono i tratti distintivi ed essenziali dell’accompagnamento educativo, nella novità delle domande e dei linguaggi che pone.

Su questi presupposti ci incontriamo a Praglia, per lasciarci provocare dal motto monastico “ora et labora” contenuto nella Regola di san Benedetto. Tantissime persone, fra le quali si riconoscono i dirigenti scolastici, si sentono oggi oppresse da un compito arduo e impegnativo, sottoposte a ritmi frenetici e a richieste spesso incomprensibili. Come antidoto a quest'oppressione, c'è chi vorrebbe liberarsi del lavoro o vorrebbe vedere limitato il proprio carico di incombenze e di responsabilità. Come san Benedetto non vedeva nessuna opposizione fra lavoro e preghiera, questa occasione che ci viene offerta potrebbe stimolarci all'unità tra preghiera e lavoro: il lavoro ci chiede di pregare bene e la preghiera potrebbe aiutarci ad affrontare il lavoro nella maniera giusta. 

Sicuramente don Lorenzo Milani, cui si ispira l’incontro, ha interpretato con attualità la missione educativa. “La cultura che serve” è un invito a tutti, scuola e chiesa, a ripensare ad una cultura umanistica, perché non separata, idonea a conferire gli strumenti necessari per capire se stessi e per cogliere il senso del mondo e degli eventi.

In questa prospettiva la cultura libera, è fonte di emancipazione degli ultimi e degli esclusi, perché offre le chiavi della cittadinanza attiva e responsabile, il repertorio per pensare con la propria testa in modo critico e profondo. Infine la cultura serve, perché se, come diceva don Milani, «il sapere serve solo per darlo», la scuola è invitata a proporre per l’impegno di studio ideali più alti di servizio all’uomo, che non siano quelli utilitaristici della carriera, del tornaconto personale o il mero esercizio del potere.

Rocco Bello e Giovanni Battista Zannoni, dirigenti scolastici

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Sabato 22 aprile, per il secondo anno consecutivo, il vescovo Claudio incontra, nell’abbazia benedettina di Praglia, i dirigenti scolastici della diocesi di Padova. 

Il senso di questo incontro, in un dialogo che continua, è dato dall’esigenza di rintracciare comuni riferimenti e un comune senso del servizio educativo oggi, in una società complessa e ricca, ma anche frammentata, conflittuale, disorientata.

«Le finalità della scuola devono essere definite a partire dalla persona che apprende, con l’originalità del suo percorso individuale e le aperture offerte dalla rete di relazioni che la legano alla famiglia e agli ambiti sociali. La definizione e la realizzazione delle strategie educative e didattiche devono sempre tener conto della singolarità e complessità di ogni persona, della sua articolata identità, delle sue aspirazioni, capacità e delle sue fragilità, nelle varie fasi di sviluppo e di formazione» (Indicazioni per il curricolo della scuola dell’infanzia e del primo ciclo di istruzione, 2012). Per questo è necessario che lo studente (venga) posto al centro dell’azione educativa in tutti i suoi aspetti: cognitivi, affettivi, relazionali, corporei, estetici, etici, spirituali, religiosi. 

Se questa è la prospettiva, scuola e chiesa devono rimettersi in cammino, per riuscire a decifrare nell’attualità quelli che sono i tratti distintivi ed essenziali dell’accompagnamento educativo, nella novità delle domande e dei linguaggi che pone.

Su questi presupposti ci incontriamo a Praglia, per lasciarci provocare dal motto monastico “ora et labora” contenuto nella Regola di san Benedetto. Tantissime persone, fra le quali si riconoscono i dirigenti scolastici, si sentono oggi oppresse da un compito arduo e impegnativo, sottoposte a ritmi frenetici e a richieste spesso incomprensibili. Come antidoto a quest'oppressione, c'è chi vorrebbe liberarsi del lavoro o vorrebbe vedere limitato il proprio carico di incombenze e di responsabilità. Come san Benedetto non vedeva nessuna opposizione fra lavoro e preghiera, questa occasione che ci viene offerta potrebbe stimolarci all'unità tra preghiera e lavoro: il lavoro ci chiede di pregare bene e la preghiera potrebbe aiutarci ad affrontare il lavoro nella maniera giusta. 

Sicuramente don Lorenzo Milani, cui si ispira l’incontro, ha interpretato con attualità la missione educativa. “La cultura che serve” è un invito a tutti, scuola e chiesa, a ripensare ad una cultura umanistica, perché non separata, idonea a conferire gli strumenti necessari per capire se stessi e per cogliere il senso del mondo e degli eventi.

In questa prospettiva la cultura libera, è fonte di emancipazione degli ultimi e degli esclusi, perché offre le chiavi della cittadinanza attiva e responsabile, il repertorio per pensare con la propria testa in modo critico e profondo. Infine la cultura serve, perché se, come diceva don Milani, «il sapere serve solo per darlo», la scuola è invitata a proporre per l’impegno di studio ideali più alti di servizio all’uomo, che non siano quelli utilitaristici della carriera, del tornaconto personale o il mero esercizio del potere.

Rocco Bello e Giovanni Battista Zannoni, dirigenti scolastici

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Lo sguardo buono, aperto, attento a creare subito un rapporto. Papa Tawadros II, capo della Chiesa copta ortodossa e patriarca di Alessandria, ci accoglie nel monastero di San Beshoy, a Wadi El Natroun, 100 chilometri a Nord del Cairo sulla strada del Deserto che porta ad Alessandria. Appena ci sediamo nell’elegante salotto del monastero, gli chiediamo se se la sente di raccontarci di quella terribile Domenica delle Palme dove prima in una chiesa di Tanta e poi ad Alessandria due esplosioni hanno provocato morti e feriti. Il nastro del tempo si riavvolge e il racconto di quella mattinata scorre lento. Papa Tawadros era lì nella chiesa di Alessandria quando un attentatore prima ha tentato di entrare in chiesa e poi, bloccato al metal detector, si è fatto esplodere all’ingresso. Per fortuna la celebrazione del rito, che dà inizio alla Settimana Santa, era finita inaspettatamente prima e la chiesa si era svuotata. Erano rimasti solo gli uomini delle forze dell’ordine e alcune persone che stavano sistemando le palme. Papa Tawadros con il clero celebrante si era già trasferito in un edificio attiguo, al secondo piano della sede del Patriarcato. Avevano appena finito la colazione ed avevano bevuto il tè. Si preparavano a lasciare la chiesa quando intorno alle 12.40 hanno sentito un’esplosione. “È stato un rumore clamoroso e fortissimo”, racconta Tawadros. “Alcuni dei sacerdoti si sono affrettati a scendere per vedere cosa fosse successo e hanno scoperto che c’era stata un’esplosione che aveva provocato la morte di persone. È stato terribile, drammatico e doloroso. Per fortuna i negozi erano chiusi perché era festa. E per fortuna in quel momento la maggior parte dei fedeli aveva lasciato la chiesa. È stata la grazia divina”.

Cosa ha provato quando ha sentito la deflagrazione?
Ho chiesto al Signore: perché? Perchè Dio hai permesso alla Chiesa e ai tuoi figli di vivere un periodo così difficile come questo? La seconda cosa a cui ho pensato è l’immagine dell’Egitto in tutto il mondo. Questi attentati influiscono sulla vita del Paese, sulla vita economica e sociale. Colpiscono indistintamente tutti gli egiziani, cristiani e musulmani.

Sono una ferita inferta nel cuore dell’Egitto.

Che cosa è l’ecumenismo del sangue?
È una definizione di papa Francesco. I martiri testimoni del Signore sono dappertutto. Rinsaldano il cristianesimo ovunque esso è diffuso e rafforzano la fede. È una definizione che papa Francesco ha usato per la prima volta in occasione della mia prima visita in Vaticano, dopo il suo insediamento nel 2013. E poi la seconda volta l’ha ripetuta in pubblico dopo l’uccisione dei 21 martiri in Libia. Vorrei aggiungere una cosa per noi importante.

La Chiesa vive e si costruisce su tre fondamenti: il sudore, le lacrime, il sangue.

Le lacrime  sono quelle versate dai monaci santi ed eremiti che vivono nelle grotte e nelle celle del deserto. Il sudore è quello dei teologi che passano il tempo a ricercare e studiare. Il sangue è quello dei martiri. È il loro sangue che conserva la Chiesa nel passare del tempo e la rafforza nelle difficoltà.

Cosa dirà a papa Francesco quando lo incontrerà qui in Egitto?
Benvenuto in Egitto. Subito dopo il suo insediamento sono andato in Vaticano nel maggio 2013. Ho trovato un uomo pieno di Spirito Santo. Ero felicissimo perché ho toccato da vicino il suo amore e la sua generosità. Siamo stati ospiti suoi in Vaticano. Ricordo che ci siamo trovati d’accordo nel fissare una data per la celebrare l’amore fraterno tra noi. Si è decisa la data del 10 maggio in memoria della prima visita di un papa copto ortodosso a un papa romano avvenuta il 10 maggio 1973 (Paolo VI e Schenouda III, ndr). Ogni anno viene ricordato quell’incontro e festeggiato questo amore che ci lega. Con papa Francesco ci sentiamo al telefono. Oltre poi a queste cerimonie ufficiali, c’è un accordo tra noi: pregare quel giorno in modo particolare l’uno per l’altro.

Come vede il ruolo di papa Francesco oggi in un mondo segnato da guerre e terrorismo?
Hanno scelto come logo per la visita di Sua Santità papa Francesco: “L’uomo della pace nell’Egitto della pace”.

Sì, lui è un vero testimone della pace e della verità. Ovunque va, porta la voce di tutte le persone più fragili e sofferenti del mondo. Ovunque sia, viene concessa la pace. Per questo siamo felici di questa visita.

Durante la permanenza di papa Francesco al Cairo, l’università di al Azhar organizza una Conferenza internazionale sulla pace. Qual è il ruolo delle religioni per la pace? Cosa e come possono fare i leader per levare dal discorso religioso ogni forma di radicalismo?
Al Azhar è l’istituzione ufficiale dell’islam moderato qui in Egitto. Gli atti efferati di violenza, di cui siamo stati testimoni, sono perpetrati da persone che interpretano male il Corano e la religione islamica. Noi, in Egitto, abbiamo pacificamente convissuto con i musulmani da più di 14 secoli. Mai abbiamo vissuto un terrorismo e una violenza simile a quelle che stiamo sperimentando in questi giorni. Anche l’islam stesso non si riconosce in questa violenza e in questo terrorismo. Al Azhar ha quindi pensato di organizzare questa conferenza, per dire che l’islam non ha nulla a che fare con il terrorismo, con l’estremismo e l’integralismo.Si tratta di un gesto significativo.

Come uscirà l’Egitto dopo la visita di papa Francesco?
È un viaggio molto breve. Ma ci sono dei momenti importanti. La visita al presidente Al Sisi, la visita ad al Azhar, la visita alla chiesa copta ortodossa, alla chiesa cattolica, l’incontro con il popolo. Questo viaggio è importante per trasmettere un messaggio a tutto il mondo:

l’Egitto è ancora un’oasi di sicurezza e di pace.

Vorrei poi aggiungere un’ultima considerazione: gli attentati che abbiamo vissuto hanno dato testimonianza di Gesù Cristo e del cristianesimo. Il popolo egiziano è rimasto impressionato, sbalordito di come hanno reagito i copti di fronte a tanta violenza non scegliendo l’odio ma la strada della tolleranza anche verso chi semina paura, causa il male e provoca la morte.

Sta dicendo che dopo tutto quello che avete vissuto, dopo tanto lutto e dolore, non c’è odio nel cuore dei copti?
Noi non possediamo altro che l’amore per il Signore e l’amore per tutti gli uomini.

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Lo sguardo buono, aperto, attento a creare subito un rapporto. Papa Tawadros II, capo della Chiesa copta ortodossa e patriarca di Alessandria, ci accoglie nel monastero di San Beshoy, a Wadi El Natroun, 100 chilometri a Nord del Cairo sulla strada del Deserto che porta ad Alessandria. Appena ci sediamo nell’elegante salotto del monastero, gli chiediamo se se la sente di raccontarci di quella terribile Domenica delle Palme dove prima in una chiesa di Tanta e poi ad Alessandria due esplosioni hanno provocato morti e feriti. Il nastro del tempo si riavvolge e il racconto di quella mattinata scorre lento. Papa Tawadros era lì nella chiesa di Alessandria quando un attentatore prima ha tentato di entrare in chiesa e poi, bloccato al metal detector, si è fatto esplodere all’ingresso. Per fortuna la celebrazione del rito, che dà inizio alla Settimana Santa, era finita inaspettatamente prima e la chiesa si era svuotata. Erano rimasti solo gli uomini delle forze dell’ordine e alcune persone che stavano sistemando le palme. Papa Tawadros con il clero celebrante si era già trasferito in un edificio attiguo, al secondo piano della sede del Patriarcato. Avevano appena finito la colazione ed avevano bevuto il tè. Si preparavano a lasciare la chiesa quando intorno alle 12.40 hanno sentito un’esplosione. “È stato un rumore clamoroso e fortissimo”, racconta Tawadros. “Alcuni dei sacerdoti si sono affrettati a scendere per vedere cosa fosse successo e hanno scoperto che c’era stata un’esplosione che aveva provocato la morte di persone. È stato terribile, drammatico e doloroso. Per fortuna i negozi erano chiusi perché era festa. E per fortuna in quel momento la maggior parte dei fedeli aveva lasciato la chiesa. È stata la grazia divina”.

Cosa ha provato quando ha sentito la deflagrazione?
Ho chiesto al Signore: perché? Perchè Dio hai permesso alla Chiesa e ai tuoi figli di vivere un periodo così difficile come questo? La seconda cosa a cui ho pensato è l’immagine dell’Egitto in tutto il mondo. Questi attentati influiscono sulla vita del Paese, sulla vita economica e sociale. Colpiscono indistintamente tutti gli egiziani, cristiani e musulmani.

Sono una ferita inferta nel cuore dell’Egitto.

Che cosa è l’ecumenismo del sangue?
È una definizione di papa Francesco. I martiri testimoni del Signore sono dappertutto. Rinsaldano il cristianesimo ovunque esso è diffuso e rafforzano la fede. È una definizione che papa Francesco ha usato per la prima volta in occasione della mia prima visita in Vaticano, dopo il suo insediamento nel 2013. E poi la seconda volta l’ha ripetuta in pubblico dopo l’uccisione dei 21 martiri in Libia. Vorrei aggiungere una cosa per noi importante.

La Chiesa vive e si costruisce su tre fondamenti: il sudore, le lacrime, il sangue.

Le lacrime  sono quelle versate dai monaci santi ed eremiti che vivono nelle grotte e nelle celle del deserto. Il sudore è quello dei teologi che passano il tempo a ricercare e studiare. Il sangue è quello dei martiri. È il loro sangue che conserva la Chiesa nel passare del tempo e la rafforza nelle difficoltà.

Cosa dirà a papa Francesco quando lo incontrerà qui in Egitto?
Benvenuto in Egitto. Subito dopo il suo insediamento sono andato in Vaticano nel maggio 2013. Ho trovato un uomo pieno di Spirito Santo. Ero felicissimo perché ho toccato da vicino il suo amore e la sua generosità. Siamo stati ospiti suoi in Vaticano. Ricordo che ci siamo trovati d’accordo nel fissare una data per la celebrare l’amore fraterno tra noi. Si è decisa la data del 10 maggio in memoria della prima visita di un papa copto ortodosso a un papa romano avvenuta il 10 maggio 1973 (Paolo VI e Schenouda III, ndr). Ogni anno viene ricordato quell’incontro e festeggiato questo amore che ci lega. Con papa Francesco ci sentiamo al telefono. Oltre poi a queste cerimonie ufficiali, c’è un accordo tra noi: pregare quel giorno in modo particolare l’uno per l’altro.

Come vede il ruolo di papa Francesco oggi in un mondo segnato da guerre e terrorismo?
Hanno scelto come logo per la visita di Sua Santità papa Francesco: “L’uomo della pace nell’Egitto della pace”.

Sì, lui è un vero testimone della pace e della verità. Ovunque va, porta la voce di tutte le persone più fragili e sofferenti del mondo. Ovunque sia, viene concessa la pace. Per questo siamo felici di questa visita.

Durante la permanenza di papa Francesco al Cairo, l’università di al Azhar organizza una Conferenza internazionale sulla pace. Qual è il ruolo delle religioni per la pace? Cosa e come possono fare i leader per levare dal discorso religioso ogni forma di radicalismo?
Al Azhar è l’istituzione ufficiale dell’islam moderato qui in Egitto. Gli atti efferati di violenza, di cui siamo stati testimoni, sono perpetrati da persone che interpretano male il Corano e la religione islamica. Noi, in Egitto, abbiamo pacificamente convissuto con i musulmani da più di 14 secoli. Mai abbiamo vissuto un terrorismo e una violenza simile a quelle che stiamo sperimentando in questi giorni. Anche l’islam stesso non si riconosce in questa violenza e in questo terrorismo. Al Azhar ha quindi pensato di organizzare questa conferenza, per dire che l’islam non ha nulla a che fare con il terrorismo, con l’estremismo e l’integralismo.Si tratta di un gesto significativo.

Come uscirà l’Egitto dopo la visita di papa Francesco?
È un viaggio molto breve. Ma ci sono dei momenti importanti. La visita al presidente Al Sisi, la visita ad al Azhar, la visita alla chiesa copta ortodossa, alla chiesa cattolica, l’incontro con il popolo. Questo viaggio è importante per trasmettere un messaggio a tutto il mondo:

l’Egitto è ancora un’oasi di sicurezza e di pace.

Vorrei poi aggiungere un’ultima considerazione: gli attentati che abbiamo vissuto hanno dato testimonianza di Gesù Cristo e del cristianesimo. Il popolo egiziano è rimasto impressionato, sbalordito di come hanno reagito i copti di fronte a tanta violenza non scegliendo l’odio ma la strada della tolleranza anche verso chi semina paura, causa il male e provoca la morte.

Sta dicendo che dopo tutto quello che avete vissuto, dopo tanto lutto e dolore, non c’è odio nel cuore dei copti?
Noi non possediamo altro che l’amore per il Signore e l’amore per tutti gli uomini.

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Una famiglia nella famiglia. Con questo spirito la parrocchia di San Camillo de Lellis in Padova ha accolto Victor, Faith e i loro due bambini. La comunità parrocchiale non ha lasciato cadere nel vuoto l’appello con cui papa Francesco, durante l’Angelus del 6 settembre 2015, ha chiesto a ogni parrocchia di ospitare una famiglia di profughi.

Il progetto è stato attuato attraverso uno stretto coordinamento con la Caritas diocesana. È stato quindi individuato un appartamento, messo a disposizione da una parrocchiana, e una rete di volontari disponibili ad accompagnare nel quotidiano le persone da accogliere.

La parrocchia, seguendo l’indirizzo della Caritas, ha svolto il ruolo di facilitatore affidando alla cooperativa sociale Populus la gestione delle pratiche amministrative, legali, sanitarie e tutto il resto.

«Il nostro lavoro – spiega Pierroberto Barbiero, portavoce della cooperativa – è quello di sostenere e dare i mezzi di integrazione a chi ci viene affidato, per arrivare nel modo migliore e consapevolmente davanti alla commissione che esaminerà la richiesta di protezione internazionale. Per facilitare l’inserimento nella comunità parrocchiale si è pensato a una famiglia di richiedenti asilo. E i fatti ci hanno dato ragione».

E veramente Victor, Faith e i loro due figli, di 5 e 8 anni, sono una famiglia meravigliosa. Lui saldatore, lei parrucchiera, sono arrivati dalla Nigeria in barca fino a Brindisi, poi due giorni nell’hub di Bagnoli, circa un mese nella struttura di accoglienza a Battaglia Terme e infine San Camillo de Lellis.

Intorno a loro si è creata una rete di volontari, che si coordinano e agiscono per un obiettivo comune: l’integrazione. Chi aiuta i ragazzini nei compiti a casa, chi fa lezione di italiano, perfino chi insegna loro a curare l’orto.

«Il tempo che passo con loro – evidenzia Paola Bagno, che insieme a Paola Baldin, Francesco Zambonin e Lucia Cortesi aiuta il figlio maggiore nei compiti – mi ricorda di apprezzare ciò che la vita mi dà soprattutto in termini di rapporti umani, di lasciar perdere invece l’ansia e la fretta che i nostri ritmi spesso ci impongono».

Maria Giovanna Piccolo è una preziosa vicina di casa: «Andare a trovarli – dice – è diventato sempre più piacevole perché sono delle belle persone che ti accolgono con gioia e sorrisi disarmanti; non chiedono mai nulla e sono felici del poco che hanno, poco almeno rispetto a ciò a cui noi siamo abituati, e questa è una bella lezione che ascolto ogni volta che li incontro».

Infine Clarissa Comparin, che si occupa di insegnare l’italiano: «La nostra è una squadra davvero forte! Gabriella, che ha insegnato per tanti anni, sempre sorridente; Ulrike che ha tre bambini e lavora come insegnante ma riesce comunque a trovare un po’ di tempo; Mattia, un aiuto davvero prezioso e appena ritornato tra noi, che ha dato tanto alla nostra comunità, e infine ci sono io. Ogni lezione finisce sempre con la parola “grazie”, una parola che è bello saper dire, ma è altrettanto bello ricevere. Quel grazie, detto con sincerità, fa un certo effetto: ti fa sentire bene».

Madina Fabretto

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Una promessa di fedeltà a Cristo e all’umanità ferita: suor Elena Ilaria Pizzo, originaria di Legnaro, è pronta a pronunciare il sì definitivo, l’«Eccomi» che la consacrerà a Dio.
Ad accoglierla sarà la congregazione delle Francescane missionarie di Gesù bambino, un ordine che dal 1879 vive in modo radicale il messaggio evangelico, sull’esempio del frate di Assisi.

Proprio nella città umbra, culla della spiritualità francescana, suor Elena Ilaria prenderà i voti perpetui sabato 22 aprile nella Chiesa di Santa Maria degli Angeli. Ad accompagnarla in una promessa che ha il valore dell’eternità non ci saranno soltanto le consorelle, con cui suor Elena Ilaria ha trascorso i cinque anni e mezzo di noviziato, ma anche familiari, parenti, amici e tanti parrocchiani desiderosi di condividere con lei la gioia della chiamata.

A dire il vero Elena, che oggi ha 39 anni, non avrebbe mai pensato di indossare il velo, nonostante sia sempre stata impegnata in parrocchia come animatrice dell’Azione cattolica.
La svolta è arrivata nel 2011, quando ha deciso di trascorrere due mesi in Africa come volontaria. «Una volta tornata a casa – racconta – l’immagine delle suore che avevo visto operare accanto ai più poveri si affacciava spesso alla mia mente. Ma avevo trent’anni, il mio gruppo di amici, un lavoro e soprattutto volevo essere io a decidere della mia vita».

L’idea di farsi suora, quindi, non trovava spazio, anzi sembrava in contrasto con tutto quello che Elena aveva costruito fino a quel momento.
A questa “dissonanza interiore” si aggiungeva, poi, lo stereotipo delle religiose incontrate da bambina: anziane e un po’ scontrose. Un modello a cui Elena, vivace e sempre pronta a dispensare un sorriso, non voleva certo assomigliare.
«A un certo punto però – racconta – mi sono accorta che pur decidendo il mio destino, non mi sentivo realizzata». Per fare chiarezza dentro di sé ha iniziato quindi a frequentare il cammino vocazionale del seminario diocesano, un percorso che le ha permesso di distinguere la voce del Signore, in mezzo ai tanti rumori della vita quotidiana.

A quel punto la scelta della famiglia religiosa di cui entrare a far parte non è stata difficile: Elena aveva incontrato alcune Francescane missionarie di Gesù bambino ed era rimasta colpita dalla loro gioia nel donarsi agli altri. «L’aspetto che ci caratterizza è l’umanità – spiega – e adesso sono pronta a pronunciare il mio sì in risposta a quello che ogni giorno Cristo dice alla nostra vita».
Una scelta coraggiosa e capace di infondere fiducia sia ai giovani sia alle parrocchie che, ricorda il parroco di Legnaro don Daniele Prosdocimo, «dovrebbero imparare a essere un terreno fertile per le vocazioni», in cui il seme gettato dalla Parola possa germogliare e portare frutto».

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