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Non ho programmi preconfezionati da offrire, perché nella mia vita sono sempre stato abbastanza improvvisatore”.

Piuttosto “intendo lavorare insieme con tutti i vescovi, grato per la fiducia che mi hanno assicurato e l’abbraccio affettuoso che ci siamo dati stamani, nella sacrestia della basilica di San Pietro”.

Il cardinale Gualtiero Bassetti, arcivescovo di Perugia-Città della Pieve, è il nuovo presidente della Cei.
La notizia è stata comunicata dal card. Angelo Bagnasco al termine della Messa di questa mattina nella basilica vaticana.
“E adesso – ha detto Bagnasco – ho l’onore e il piacere di comunicare che il Santo Padre ha nominato il cardinale Bassetti presidente della Conferenza episcopale italiana”.
La 70° Assemblea generale dei vescovi italiani, che ieri aveva votato la terna di nomi dalla quale il Pontefice avrebbe poi scelto il presidente Cei, prosegue i lavori a Roma sul tema principale dell’assise: “Giovani, per un incontro di fede”. Per domani è attesa la conferenza stampa finale durante la quale Bassetti ne comunicherà gli esiti.
“Anche i vecchi avranno sogni…”.
Da poco ricevuta la notizia della sua nomina, il card. Bassetti ha affermato: “Nell’apprendere la notizia della nomina a presidente della Conferenza episcopale italiana, il mio primo pensiero riconoscente va al Santo Padre per il coraggio che ha mostrato nell’affidarmi questa responsabilità al crepuscolo della mia vita”.
“È davvero un segno che” Bergoglio “crede alla capacità dei vecchi di sognare”, ha commentato citando l’Apocalisse: “Anche i vecchi avranno dei sogni e delle visioni”.
Il cardinale ha quindi confidato ai giornalisti che seguivano i lavori assembleari: “La cosa che mi ha dato grande gioia, in questo momento in cui è avvenuto qualcosa al di sopra delle mie forze, è una cosa piccolissima ma per me un segno importante. Una telefonata affettuosa dei ragazzi di ‘Mondo x’ di padre Eligio, che mi hanno detto: ‘Continua ad essere un papà per noi’. L’ho ritenuta la cosa più importante”.
Con gli occhi e il cuore di Dio.
“Il Papa ci ha raccomandato di condividere tempo, ascolto, creatività e consolazione”, ha sottolineato il porporato a proposito del discorso introduttivo all’Assemblea della Cei.
Tempo, ascolto, creatività e consolazione: sono già un programma formidabile per poter lavorare, ed è quello che cercheremo di fare insieme noi vescovi”.
Il cardinale Bassetti ha quindi proseguito: “Vivete la collegialità, camminate insieme, ci ha detto il Papa. È questa la cifra che ci permette di interpretare la realtà con gli occhi e il cuore di Dio. Collegialità e camminare insieme”.

Le parole del cardinale Bagnasco.
L’arcivescovo di Perugia-Città della Pieve, di recente confermato in tale incarico da Papa Francesco, ha aggiunto: “Mi incoraggiano le parole del cardinale Bagnasco, a cui mi sento legato da sincera amicizia, quando ha augurato al nuovo presidente di ‘essere se stesso’. E questo è quello che desidero dal profondo del cuore e che intendo fare”.
Il cardinale Gualtiero Bassetti succede nella guida della Chiesa italiana all’arcivescovo di Genova, in carica dal 2007. A margine del lavori assembleari, Bassetti ha avuto ancora una speciale attenzione per i media: “Voglio dire grazie per l’attenzione della stampa, che io sempre ho tanto apprezzato”.
“La vostra, più che una professione – ha puntualizzato –, la ritengo una missione importante”. Infine: “Grazie del servizio prezioso che fate”.

Cenni biografici

Gualtiero Bassetti, primo di tre figli, nasce il 7 aprile 1942 a Popolano, frazione del comune di Marradi (Firenze), nel territorio della diocesi di Faenza-Modigliana.
Vive tutta la sua formazione presbiterale nell’arcidiocesi di Firenze, nella quale è ordinato sacerdote il 29 giugno 1966 dal cardinale Ermenegildo Florit e dal quale viene nominato viceparroco a San Salvi.
Dal 1968 presta servizio presso il Seminario minore, come assistente e responsabile della pastorale vocazionale e, quindi, dal 1972 come rettore. Nel 1979 il cardinale Giovanni Benelli lo nomina rettore del Seminario maggiore. Nel 1990 diventa pro-vicario generale e dal 1992 vicario generale dell’arcidiocesi di Firenze.
Il 9 luglio 1994 viene eletto da Giovanni Paolo II vescovo di Massa Marittima-Piombino; il cardinale Silvano Piovanelli lo consacra vescovo l’8 settembre 1994.
Il 21 novembre 1998 è trasferito alla diocesi di Arezzo-Cortona-Sansepolcro, nella quale fa il suo ingresso il 6 febbraio 1999; la guida per undici anni, finché è eletto alla sede arcivescovile perugina.
Il 16 luglio 2009 papa Benedetto XVI lo nomina arcivescovo di Perugia-Città della Pieve e, il 29 giugno 2010 nella Basilica di San Pietro a Roma, riceve il pallio, insegna propria degli arcivescovi metropoliti.
Il 16 dicembre 2013, papa Francesco lo chiama a far parte della Congregazione dei vescovi; lo stesso Pontefice, il 12 gennaio 2014, ne annuncia la nomina a cardinale, creandolo tale nel Concistoro del 22 febbraio 2014 e affidandogli il titolo di Santa Cecilia.
È vice-presidente della Cei dal 2009 al 2014.
Dall’ottobre 2012 è presidente della Conferenza episcopale umbra. È membro della Congregazione per i vescovi e di quella per il clero e del Pontificio Consiglio per la promozione dell’unità dei cristiani.

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Si rinnova anche quest’anno, sabato 27 maggio a Lova, l’appuntamento con la tradizionale processione con la “Madonna in barca”.
«Iniziata nel 1983 per la felice intuizioni del parroco di allora don Bruno Bevilacqua – spiega don Agostino Marinello, attuale parroco – ha coinvolto sempre più anche le parrocchie del vicariato di Campagna Lupia. E molte altre ancora, più o meno vicine».

La novità di quest’anno, in cui si celebra la 34° edizione, sarà la presenza del vescovo Claudio.
Questo il programma: alle 20.30 c’è la celebrazione della messa all’esterno della chiesa; alle 21.15, imbarco della statua della Madonna sulla “caorlina” e navigazione lungo il Fiumazzo, seguita dal corteo delle barche e dai partecipanti, con i flambeaux , a piedi lungo la strada provinciale; alle 22.15, consacrazione a Maria e benedizione.

La statua di Maria Santissima con il bambino in braccio, dedicata alla Madonna del rosario, è stata benedetta l’8 ottobre 1911.
«Da allora – continua don Agostino – si sono fermate in preghiera generazioni di devoti. Per una lode, per un rendimento di grazie, per una supplica».

La processione con la Madonna in barca è una delle “ultime” forme di devozione fiorite intorno a questa amatissima statua.
«Bella la partecipazione delle tante persone che – seguendo a piedi la caorlina (costruita da un artigiano locale e benedetta nel 2008) e le altre imbarcazioni allestite con luci e addobbi floreali, si uniscono alla preghiera del rosario e ai canti».

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L’Enciclica "Laudato si'" di Papa Francesco “sulla cura della casa comune” sta per compiere due anni.
Pubblicata il 18 giugno 2015, porta in realtà la data del 24 maggio, solennità della Pentecoste.

“Penso che mai un documento pontificio abbia avuto una ripercussione così forte in tutto il mondo, quello cristiano e quello non cristiano. Tutti si sono sentiti coinvolti in questa chiamata a un’alleanza tra umanità e ambiente, come dice il Papa, a camminare insieme per prendersi cura della vita, degli altri, di tutti gli esseri viventi”.

Lo dice Marcelo Barros, biblista e monaco benedettino brasiliano, figura di spicco della teologia della liberazione, che in questi due anni ha dedicato molti incontri a presentare e approfondire il testo.
Per Barros l’elemento centrale di “novità nella coscienza della Chiesa” è stato il fatto che “un Papa abbia assunto la nozione di ecologia integrale: l’ecologia non solo come cura dell’ambiente, ma l’unione tra la cura dell’ambiente, l’ecologia sociale e l’ecologia interiore, la conversione ecologica”.

Che cosa è successo in questi due anni?
“Non credo che la Laudato sì’ abbia potuto in due anni cambiare la struttura del mondo dal punto di vista economico e sociale”.
Barros fa riferimento alla prima parte dell’Enciclica, in cui si “dice chiaramente chi è il colpevole di questa situazione ecologica: se continuiamo a mettere l’interesse del mercato come assoluto non c’è salvezza né per l’umanità né per l’ambiente. E questo non può cambiare miracolosamente. Ma sta cambiando una coscienza.

"Penso ad esempio a tutti i movimenti sociali e al dialogo che adesso hanno con il Vaticano. Il Papa ha fatto tre incontri con i loro rappresentanti ed è una cosa nuova ed è una conseguenza di questo appello. Credo anche che nella spiritualità, sia della Chiesa cattolica sia di quelle evangeliche, la Laudato si’ sia riuscita a indicare elementi nuovi”.

Non mancano iniziative concrete: la più recente, la “Laudato si’ challange”, la sfida tra start-up che hanno un interesse nel sociale secondo gli orientamenti dello sviluppo sostenibile dell’Onu, lanciata il 5 maggio all’Accademia Pontificia delle scienze sociali.
Altre hanno ricevuto un’accelerazione, come le esperienze di ricerca e di valorizzazione dei semi originari in Brasile e la consapevolezza dell’importanza dell’agricoltura ecologica e dell’alimentazione sana.
O ancora la campagna internazionale “fossil fuel divestment” a cui stanno ora aderendo anche realtà cattoliche che decidono di ricorrere a fonti energetiche alternative.
Un altro “appello di papa Francesco nella Laudato si’ è che si crei un’alleanza ecumenica o interreligiosa dal punto di vista dell’ecologia, che le religioni si uniscano per la cura della terra”, ricorda Barros.
Il cristianesimo, che pure ha una sorgente biblica aperta a una spiritualità ecologica, ha sempre nutrito un certo pregiudizio contro la sacralizzazione della natura e per questo nella storia della spiritualità cristiana si è creato un dualismo tra natura e storia” dando la precedenza alla “manifestazione di Dio nella storia più che nella natura”.

Nel superamento del dualismo le Chiese della Riforma sono arrivate prima, mentre “la Chiesa cattolica ci è arrivata con un certo ritardo”. Sono però circa trent’anni (dall’Assemblea ecumenica di Basilea nel 1989) che il tema della salvaguardia del creato è entrato a pieno titolo tra gli imperativi ecumenici.

“L’ecologia è già una strada per l’ecumenismo in America latina come anche in Europa. Papa Francesco ha sempre sottolineato che l’ecumenismo si fa con gesti concreti e un cammino insieme a servizio dell’umanità. Però se questo cammino non è confermato anche da un approfondimento della dottrina e da un dialogo sulla fede, può essere superficiale. Una cosa dipende dall’altra, però la prima cosa è la praxis”.
Se sul piano dell'"ecologia ambientale" i cambiamenti climatici sono l’emergenza, in ambito di “ecologia sociale” lo è la migrazione
“Ogni popolo ha un rapporto esistenziale con la sua terra. E quando una persona deve andare via dalla sua terra, c’è qualcosa che si rompe. La migrazione non è un fenomeno spontaneo, i migranti non sono turisti, ma arrivano da noi perché non possono vivere nella loro terra per le conseguenze di un sistema economico generato dalle nazioni ricche” che foraggia le guerre ed è all’origine dei cambiamenti climatici.

“La grande ipocrisia di questo mondo è che provoca la migrazione, con un’azione intenzionale, e poi dice: come la possiamo reggere?”.

Quindi oggi è necessario “attaccare le cause di questa situazione che altrimenti prosegue o peggiora. Allo stesso tempo è necessario aprirsi alla realtà attuale che è questa e non può cambiare magicamente”.

Per un verso, quindi, se l’economia è la “gestione della casa comune, significa che un’economia non può mai essere pensata in modo isolato dal bene comune, che è l’obiettivo dell’economia e dell’organizzazione della società. Se un’organizzazione sociale ha regole che non portano alla vita, che accettano la morte o la promuovono, quella regola è ingiusta e iniqua” e va cambiata.

Per altro verso accogliere e vivere la solidarietà deve avvenire in modo “razionale, ben pensato, concreto e sistematico, non solo sentimentale.

La sfida per i cristiani è “reimparare a tenere insieme giustizia e fede”: occorre dialogare e trovare una pedagogia che faccia di nuovo percepire “la contraddizione tra egoismo, individualismo e fede”.

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L’Enciclica "Laudato si'" di Papa Francesco “sulla cura della casa comune” sta per compiere due anni.
Pubblicata il 18 giugno 2015, porta in realtà la data del 24 maggio, solennità della Pentecoste.

“Penso che mai un documento pontificio abbia avuto una ripercussione così forte in tutto il mondo, quello cristiano e quello non cristiano. Tutti si sono sentiti coinvolti in questa chiamata a un’alleanza tra umanità e ambiente, come dice il Papa, a camminare insieme per prendersi cura della vita, degli altri, di tutti gli esseri viventi”.

Lo dice Marcelo Barros, biblista e monaco benedettino brasiliano, figura di spicco della teologia della liberazione, che in questi due anni ha dedicato molti incontri a presentare e approfondire il testo.
Per Barros l’elemento centrale di “novità nella coscienza della Chiesa” è stato il fatto che “un Papa abbia assunto la nozione di ecologia integrale: l’ecologia non solo come cura dell’ambiente, ma l’unione tra la cura dell’ambiente, l’ecologia sociale e l’ecologia interiore, la conversione ecologica”.

Che cosa è successo in questi due anni?
“Non credo che la Laudato sì’ abbia potuto in due anni cambiare la struttura del mondo dal punto di vista economico e sociale”.
Barros fa riferimento alla prima parte dell’Enciclica, in cui si “dice chiaramente chi è il colpevole di questa situazione ecologica: se continuiamo a mettere l’interesse del mercato come assoluto non c’è salvezza né per l’umanità né per l’ambiente. E questo non può cambiare miracolosamente. Ma sta cambiando una coscienza.

"Penso ad esempio a tutti i movimenti sociali e al dialogo che adesso hanno con il Vaticano. Il Papa ha fatto tre incontri con i loro rappresentanti ed è una cosa nuova ed è una conseguenza di questo appello. Credo anche che nella spiritualità, sia della Chiesa cattolica sia di quelle evangeliche, la Laudato si’ sia riuscita a indicare elementi nuovi”.

Non mancano iniziative concrete: la più recente, la “Laudato si’ challange”, la sfida tra start-up che hanno un interesse nel sociale secondo gli orientamenti dello sviluppo sostenibile dell’Onu, lanciata il 5 maggio all’Accademia Pontificia delle scienze sociali.
Altre hanno ricevuto un’accelerazione, come le esperienze di ricerca e di valorizzazione dei semi originari in Brasile e la consapevolezza dell’importanza dell’agricoltura ecologica e dell’alimentazione sana.
O ancora la campagna internazionale “fossil fuel divestment” a cui stanno ora aderendo anche realtà cattoliche che decidono di ricorrere a fonti energetiche alternative.
Un altro “appello di papa Francesco nella Laudato si’ è che si crei un’alleanza ecumenica o interreligiosa dal punto di vista dell’ecologia, che le religioni si uniscano per la cura della terra”, ricorda Barros.
Il cristianesimo, che pure ha una sorgente biblica aperta a una spiritualità ecologica, ha sempre nutrito un certo pregiudizio contro la sacralizzazione della natura e per questo nella storia della spiritualità cristiana si è creato un dualismo tra natura e storia” dando la precedenza alla “manifestazione di Dio nella storia più che nella natura”.

Nel superamento del dualismo le Chiese della Riforma sono arrivate prima, mentre “la Chiesa cattolica ci è arrivata con un certo ritardo”. Sono però circa trent’anni (dall’Assemblea ecumenica di Basilea nel 1989) che il tema della salvaguardia del creato è entrato a pieno titolo tra gli imperativi ecumenici.

“L’ecologia è già una strada per l’ecumenismo in America latina come anche in Europa. Papa Francesco ha sempre sottolineato che l’ecumenismo si fa con gesti concreti e un cammino insieme a servizio dell’umanità. Però se questo cammino non è confermato anche da un approfondimento della dottrina e da un dialogo sulla fede, può essere superficiale. Una cosa dipende dall’altra, però la prima cosa è la praxis”.
Se sul piano dell'"ecologia ambientale" i cambiamenti climatici sono l’emergenza, in ambito di “ecologia sociale” lo è la migrazione
“Ogni popolo ha un rapporto esistenziale con la sua terra. E quando una persona deve andare via dalla sua terra, c’è qualcosa che si rompe. La migrazione non è un fenomeno spontaneo, i migranti non sono turisti, ma arrivano da noi perché non possono vivere nella loro terra per le conseguenze di un sistema economico generato dalle nazioni ricche” che foraggia le guerre ed è all’origine dei cambiamenti climatici.

“La grande ipocrisia di questo mondo è che provoca la migrazione, con un’azione intenzionale, e poi dice: come la possiamo reggere?”.

Quindi oggi è necessario “attaccare le cause di questa situazione che altrimenti prosegue o peggiora. Allo stesso tempo è necessario aprirsi alla realtà attuale che è questa e non può cambiare magicamente”.

Per un verso, quindi, se l’economia è la “gestione della casa comune, significa che un’economia non può mai essere pensata in modo isolato dal bene comune, che è l’obiettivo dell’economia e dell’organizzazione della società. Se un’organizzazione sociale ha regole che non portano alla vita, che accettano la morte o la promuovono, quella regola è ingiusta e iniqua” e va cambiata.

Per altro verso accogliere e vivere la solidarietà deve avvenire in modo “razionale, ben pensato, concreto e sistematico, non solo sentimentale.

La sfida per i cristiani è “reimparare a tenere insieme giustizia e fede”: occorre dialogare e trovare una pedagogia che faccia di nuovo percepire “la contraddizione tra egoismo, individualismo e fede”.

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Accoglienza e integrazione dei migranti, in un clima in cui le diversità culturali e religiose si trasformano in un’occasione di crescita: non si tratta di un’utopia ma di una strada praticabile dalle comunità.
A dimostrarlo è il vicariato di Monselice, un esempio virtuoso in fatto di integrazione. Due progetti particolarmente significativi di cui le parrocchie del Duomo e di San Giacomo si sono fatte carico sono l’accoglienza all’interno dell’ostello dei poveri da un lato, e il progetto Intercultura dall’altro. Esperienze diverse accomunate però dalla convinzione che quando culture diverse si incontrano all’insegna del rispetto non può che scaturirne un’occasione di arricchimento reciproco.

«Prendersi cura delle persone che ci sono state assegnate – afferma don Sandro Panizzolo, vicario foraneo del vicariato di Monselice e parroco del Duomo  – ci ha portato ad essere più aperti. Certo, all’inizio c’era una certa diffidenza da parte delle due parrocchie, ma poi conoscendo i volti e le storie di questi nostri fratelli, tanti si sono ricreduti».

Quando infatti, lo scorso ottobre il vicario ha chiesto al consiglio pastorale di San Giacomo di aprire le porte dell’ostello dei poveri a 14 migranti, tutti giovani tra i 20 e i 30 anni, qualcuno aveva sollevato obiezioni temendo che la presenza degli stranieri potesse creare tensioni in parrocchia.
Ma la volontà di mettere in pratica l’insegnamento di Cristo ha prevalso su ogni timore, spingendo la comunità ad attivarsi per accogliere chi in quel momento si trovava senza un posto sicuro in cui vivere.

«Ci siamo detti che il Vangelo non è un libro da salotto – racconta don Marco Galante, amministratore parrocchiale di San Giacomo – ma è Parola viva che spinge ad amare il prossimo, qualunque sia la sua provenienza o il suo colore». Così sono iniziati i primi passi di un cammino, la cui meta finale è l’autonomia dei giovani che la parrocchia ha preso per mano.

Tre di loro, di origine pachistana, hanno raggiunto questo traguardo nei mesi scorsi, quando sono andati a vivere in un appartamento, rendendosi indipendenti.
E’ l’obiettivo a cui aspirano anche gli altri 11 africani provenienti dal Gambia, dal Senegal e dalla Nigeria, che pian piano si stanno costruendo un futuro.
I ragazzi, infatti, stanno frequentando lezioni pomeridiane per ottenere la licenza media; di notte invece si danno il turno lavorando in un magazzino della zona. Alcuni di loro, particolarmente abili con le lingue sono impegnati anche nella mediazione culturale. Il gruppo non solo è molto coeso e ormai autogestito, ma è diventato a sua volta capace di accogliere i pellegrini che lungo il cammino di Sant’Antonio scelgono di fermarsi nell’ostello di Monselice.

Da ospitati a ospitanti, quindi, dimostrando la stessa cura e lo stesso affetto ricevuto attraverso piccoli ma importanti gesti come preparare i pasti e sistemare le stanze dei pellegrini.
«Il loro più grande motivo di imbarazzo – spiega don Marco – è la gratitudine perché si accorgono di aver ricevuto molto più di alcuni loro connazionali e si chiedono come poter ricambiare». Questo atteggiamento ha fatto breccia nel cuore di molti parrocchiani, sgretolando il muro della diffidenza iniziale, tanto che la vigilia di Natale una famiglia li ha invitati a cena tutti e undici, senza che il diverso credo religioso – nove di loro sono musulmani – rappresentasse un ostacolo.

La valorizzazione delle differenze è il principio su cui si basa anche l’altra importante esperienza vissuta all’interno del vicariato di Monselice, il progetto Intercultura, che ha coinvolto due giovani insegnanti africani: Karamba Diouf, proveniente dal Senegal e Tamsir Njie, originario invece del Gambia, entrambi scappati dai loro paesi per sfuggire alle persecuzioni politiche.
L’idea di riportarli in cattedra è stata sostenuta da Gloria Dicati, membro della rete di associazioni “Bassa Padovana accoglie”, che ha coinvolto nel progetto sia il vicario don Panizzolo, sia i presidi degli istituti Cattaneo e Kennedy di Monselice e Mattei di Conselve.
«Il messaggio che volevamo trasmettere – spiega Gloria – era che molte delle persone che raggiungono l’Italia perché i loro diritti sono calpestati hanno delle competenze professionali notevoli da mettere a disposizione delle loro nuove comunità».

Così i due giovani docenti hanno affiancato nelle lezioni i loro colleghi italiani per un totale di cento ore tra febbraio e maggio, offrendo agli studenti sia la possibilità di migliorare la padronanza dell’inglese, sia di entrare in contatto con una cultura diversa.
«Gli studenti italiani erano molto appassionati alle lezioni e io mi sono trovato molto bene – racconta Tamsir, che in Gambia insegnava matematica e di inglese – perché la possibilità di continuare a fare il mio lavoro anche qui mi dà la forza di andare avanti Sto facendo quello che mi piace e penso di restare fino a quando avrò la possibilità di tornare nel mio paese».

Le storie di Tamsir e degli altri migranti ormai inseriti nel tessuto sociale di Monselice dimostrano dunque che la convivenza e la micro-integrazione sono traguardi possibili, a patto però che il cammino imboccato per raggiungerle ponga sempre al centro la dignità delle singole persone.

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Una testimonianza di fede e di amore per la vita.
E se ha parlare è una donna sopravvissuta all’aborto, le sue parole si trasformano in un appello a riconoscere la sacralità dell’esistenza umana fin dall’attimo del concepimento.
È questo il tema su cui l’associazione Life di Ospedaletto Euganeo ha deciso di puntare l’attenzione invitando Gianna Jessen, la donna statunitense sopravvissuta a un’interruzione di gravidanza.

Gianna sarà ospite nella chiesa di Ospedaletto venerdì 26 maggio alle ore 21 per raccontare la propria storia a quanti vorranno lasciarsi toccare da una vicenda capace di sollevare profondi interrogativi sul senso stesso dell’esistenza.

La storia di Gianna inizia con il rifiuto da parte della madre, che nel 1977, a 17 anni, decide di rivolgersi a una clinica abortista del Tennessee per disfarsi di un “fardello indesiderato”.
Al settimo mese di gravidanza la ragazza si sottopone a un’iniezione letale di soluzione salina che avrebbe dovuto uccidere il feto. Ma le cose vanno diversamente: la bambina vien e partorita viva e l’infermiera di turno, approfittando dell’assenza del medico abortista, la affida alle cure dell’ospedale pediatrico.
Le ustioni riportate le avevano provocato una paralisi, da cui, secondo i medici, non si sarebbe mai più ripresa; invece all’età di tre anni la piccola riesce a muovere i primi passi grazie alle premure della signora che l’aveva presa in affidamento.

Se oggi Gianna viaggia e tiene conferenze in ogni angolo del mondo invitando non soltanto i fedeli e i cittadini, ma anche le istituzioni a schierarsi contro l’aborto, è proprio grazie a quell’amore ricevuto. Un amore in cui lei riconosce l’impronta della misericordia di Dio, al punto da definirsi la “sua bambina”, con la missione di testimoniare agli altri la bellezza della vita, intesa come progetto imperscrutabile che Dio ha modellato per ogni sua creatura.

È la stessa convinzione che anima l’associazione Life, attiva a Ospedaletto da circa sette anni e che trova nella valorizzazione della vita, fin dalla sua prima scintilla, la propria ragion d’essere.
«La vita non ha un punto di inizio che possa esser definito in maniera arbitraria – afferma Maria Luisa Zanato, responsabile di Life – ma fin da subito è un progetto di Dio con cui l’uomo non può interferire. Attraverso la testimonianza di Gianna speriamo di attirare soprattutto i giovani, gli incerti, i dubbiosi e di spingerli a interrogarsi sulla sacralità della vita».

Del resto è difficile rimanere indifferenti alle parole di Gianna, sia per l’intensità della storia che racconta, sia per l’autoironia con cui dimostra di accettare la propria condizione fisica.
Una consapevolezza di sé frutto di anni di riflessione e scavo interiore: all’inizio della sua “militanza antiabortista”, infatti, Gianna raccontava la propria storia in modo molto duro, lasciando trasparire tutta la drammaticità del rifiuto che l’aveva segnata. Un’esperienza dolorosa, trasformata in motivo di gioia grazie alla fede che le ha trasmesso chi si è preso cura di lei.

È stato proprio grazie a uno di questi video che Maria Luisa Zanato ha conosciuto Gianna e, dopo aver seguito alcune delle sue testimonianze in Italia, ha deciso di invitarla a Ospedaletto, nella speranza di sensibilizzare i presenti sull’importanza e sulla dignità della vita in ogni sua forma.

Per raggiungere questo obiettivo l’associazione non si limita soltanto a organizzare incontri e momenti di preghiera, ma si impegna anche attraverso gesti concreti di carità come il seppellimento dei feti al di sotto delle 20 settimane su richiesta delle madri e, da qualche mese a questa parte, i campi umanitari in un orfanotrofio dell’Ucraina.

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Insieme abbiamo camminato e parlato alle nostre comunità e al Paese”.
“Noi, insieme, continueremo a dire con umile audacia: debole è la nostra voce, ma fa eco a quella dei secoli”.
Il bilancio di un decennio alla guida della Chiesa italiana sta in queste due frasi, pronunciate all’inizio e alla fine della prolusione con cui il cardinale Angelo Bagnasco ha aperto la seconda giornata dell’Assemblea dei vescovi italiani, in corso in Vaticano.

Parola chiave: la prossimità alla gente.
Numerosi gli applausi che hanno scandito la lettura della prolusione: per il ricordo del cardinale Attilio Nicora, recentemente scomparso, per le parole di stima verso i giovani e per quelle finali di gratitudine per i sacerdoti, con i vescovi in piedi ad applaudirlo e lui che non riusciva a finire di leggere per la commozione.

L’ultima prolusione in qualità di presidente della Cei – pronunciata subito prima dell’elezione della terna di nomi da consegnare al Papa per la scelta del suo successore – diventa così l’occasione per fare un bilancio del decennio, rivolgendosi direttamente alle famiglie, ai giovani, ai poveri, ai migranti, ai sacerdoti.

“La vicinanza alle persone ci ha permesso di conoscerne la vita reale e di dar voce a speranze, preoccupazioni e dolori del popolo”, dice il cardinale spiegando il senso della prossimità come cifra dello stile pastorale della Chiesa italiana.
Una prossimità che ha consentito perfino di anticipare gli eventi, come quando nel 2007 i “pacchi viveri” diventavano già il segnale della grande crisi.
Dopo la segnalazione dell’emergenza educativa, rilanciata nel Convegno di Firenze, Bagnasco traccia un ritratto dei vescovi sempre attenti alle dinamiche delle nostre comunità e del vivere sociale e denuncia la metamorfosi antropologica sempre più grave, che mette a rischio la sopravvivenza del nostro Continente grazie al prevalere dell’“io” sul “noi”.
In tutta Europa, inoltre, è presente un marcato populismo, interprete di una democrazia solo apparente, ma che “non può essere snobbato con sufficienza: va considerato con intelligenza, se non altro perché raccoglie sentimenti diffusi che non nascono sempre da preconcetti, ma da disagi reali e, a volte, pure gravi”.
“Non è possibile che le politiche familiari siano sempre nel segno di piccoli rimedi, quando sono necessarie cure radicali”.
Come ha fatto a più riprese in questo decennio, Bagnasco stigmatizza ancora una volta la caduta libera della demografia, primo problema dell’Italia insieme al dramma della disoccupazione. Tempi così nuovi e così drammatici richiedono nuove soluzioni per
“non arrendersi alle logiche inique di un’economia scivolata nella finanza”.

Con le Settimane Sociali, annuncia il cardinale riferendosi all’appuntamento in programma a fine ottobre a Cagliari, la Chiesa italiana ha individuato più di 300 buone pratiche in materia di lavoro, da cui sta nascendo una nuova proposta per l’Italia e per l’Europa.

“Sollecitare le nostre comunità affinché facciano spazio ai ragazzi e ai giovani”.
È lo scopo di questa Assemblea, spiega Bagnasco: bisogna favorire un ponte tra generazioni. Poi il cardinale si rivolge direttamente ai giovani, ricevendo gli applausi dei suoi confratelli: “È voce, la nostra, che resta spesso inascoltata, ma noi continueremo a parlare. Ricordate: la Chiesa vi è vicina e vi vuole bene, vuole il vostro bene”.

Parole di ammirazione e di affetto anche per la famiglia, e la consegna: “Siate la risposta concreta e alternativa all’individualismo radicale che respiriamo, e che spinge a vivere isolati gli uni dagli altri in nome di una autonomia che ci distrugge”.
Le famiglie, sul piano sociale – si sentono abbandonate, il grido d’allarme, insieme a quello nei confronti delle derive antropologiche:

“Sono urgenti politiche familiari consistenti nelle risorse e semplici nelle condizioni e nelle regole. Non sostenere la famiglia è suicida”.

Altro appello, quello per il sostegno alla scuola paritaria, puntualmente messo in discussione da un pregiudizio ideologico: cadono i muri nella laica Europa, mentre in Italia sembra non valere nemmeno il criterio dell’investimento, che consente allo Stato di risparmiare ogni anno ben 6 miliardi di euro.

In questi lunghissimi e duri anni di crisi, la povertà è cresciuta, insieme alle disuguaglianze e alla disoccupazione.
Bagnasco si rivolge direttamente ai poveri per ricordare la lunga e consolidata tradizione di presenza e di intervento per aiutare a fronteggiare la crisi, a partire dalle “reti virtuose” delle parrocchie, delle associazioni, dei volontari, attraverso le Caritas, gli Uffici per i migranti, la pastorale del lavoro e della salute, i volontari.

Ai migranti, altri interlocutori diretti della prolusione, è rivolta la campagna “Liberi di partire, liberi di restare”.

“Noi apparteniamo a voi come voi appartenete a noi”.
Sono le parole di gratitudine e di affetto, dedicate ai sacerdoti, con cui il cardinale apre l’ultima parte dell’ultima sua prolusione da presidente della Cei. Ancora una volta, la prossimità: “Continuate a starci vicini, così come noi desideriamo con voi, e aiutateci ad esservi padri e pastori”.

Nonostante l’uomo occidentale, confuso e smarrito, e la sua coscienza distratta, “è l’alba del risveglio”, la tesi del cardinale.
“Concludo questi dieci anni con un profondo e commosso ringraziamento a ciascuno di voi: abbiamo camminato insieme, arricchendoci vicendevolmente”, il congedo: “Sempre più uniti, abbiamo compiuto la traversata a cui l’ora ci chiamava”.

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L’Assemblea generale della Conferenza episcopale italiana, in corso a Roma da lunedì 22 a giovedì 25 maggio, ha oggi eletto a maggioranza assoluta, a norma dell’art. 26 § 1 dello Statuto, la terna di vescovi diocesani proposta a Papa Francesco per la nomina del Presidente. Lo riferisce un comunicato dell’Ufficio nazionale Cei per le comunicazioni sociali.

Primo eletto: cardinale Gualtiero Bassetti, arcivescovo di Perugia-Città della Pieve (ballottaggio); secondo eletto: monsignor Franco Giulio Brambilla, vescovo di Novara (115 preferenze alla seconda votazione); terzo eletto: cardinale Francesco Montenegro, arcivescovo di Agrigento (126 preferenze alla prima votazione).

La terna è stata consegnata al Santo Padre, al quale da Statuto Cei spetta la nomina del Presidente della Conferenza.

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L’Assemblea generale della Conferenza episcopale italiana, in corso a Roma da lunedì 22 a giovedì 25 maggio, ha oggi eletto a maggioranza assoluta, a norma dell’art. 26 § 1 dello Statuto, la terna di vescovi diocesani proposta a Papa Francesco per la nomina del Presidente. Lo riferisce un comunicato dell’Ufficio nazionale Cei per le comunicazioni sociali.

Primo eletto: cardinale Gualtiero Bassetti, arcivescovo di Perugia-Città della Pieve (ballottaggio); secondo eletto: monsignor Franco Giulio Brambilla, vescovo di Novara (115 preferenze alla seconda votazione); terzo eletto: cardinale Francesco Montenegro, arcivescovo di Agrigento (126 preferenze alla prima votazione).

La terna è stata consegnata al Santo Padre, al quale da Statuto Cei spetta la nomina del Presidente della Conferenza.

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Zainetto, pila, scarpe comode e voglia di camminare per 25 chilometri... pregando.
Sono gli elementi base per partecipare al pellegrinaggio per i giovani in notturna dal santuario del Noce di Camposampiero alla basilica del Santo a Padova, passando per il santuario dell’Arcella.

Quest’anno il tradizionale percorso di preghiera che inaugura le celebrazioni del Giugno antoniano si svolgerà nella notte tra sabato 27 e domenica 28 maggio.
Il cosiddetto “ultimo cammino di sant’Antonio” – per differenziarlo dal “lungo cammino” di 458 chilometri fino al santuario della Verna in provincia di Arezzo, dove frate Antonio soggiornò a più riprese – ricalca appunto l’ultimo viaggio terreno del “santo senza nome” che nel 1231, sentendosi ormai prossimo alla morte, si fece condurre su di un carro trainato da buoi da Camposampiero all’amato convento padovano dedicato alla Madonna.

Il cammino notturno dà l’avvio alla Tredicina in onore del santo, che culmina nei solenni festeggiamenti del 13 giugno.
Lo scorso anno sono stati quasi 1.400 i partecipanti, moltissimi i giovani, provenienti da tutta Italia e dall’estero (in particolare da Francia, Austria, Croazia e Slovenia).

«“Ultimo cammino di sant’Antonio” è la dicitura ufficiale di un’esperienza spirituale, di un pellegrinaggio ormai intrapreso e conosciuto da moltissimi pellegrini e devoti del Santo – spiega padre Alberto Tortelli, uno dei frati che ogni anno accompagna i pellegrini durante il percorso – Il riferimento è volutamente ad altri famosi cammini della cristianità, come Santiago de Compostela. Si tratta di un antico itinerario devozionale, mai venuto meno nella tradizione della nostra gente e che noi frati della basilica abbiamo valorizzato e rilanciato nel più vasto mondo dei devoti del santo».

Il tracciato è quasi interamente pedonale e si svolge per lo più su strade sterrate di campagna e argini, quelli del fiume Muson, fino a Pontevigodarzere, toccando l’asfalto solo per qualche attraversamento. In circa 25 chilometri si visitano tre aree santuariali estremamente significative dal punto di vista della devozione antoniana e della fede, ma anche sotto il profilo naturalistico e paesaggistico, tanto che sono moltissimi coloro che percorrono il cammino singolarmente o in gruppo anche in altri periodi dell’anno.

L’iscrizione online al pellegrinaggio è obbligatoria: www.ilcamminodisantantonio.org

Tutti i pellegrini devono presentarsi sabato 27 maggio dalle 18 alle 21 al Santuario del Noce di Camposampiero.
Verrà consegnata la “credenziale” (un documento dove apporre i timbri dei rispettivi santuari visitati, che consentirà una volta al Santo di ricevere “L’Antoniana”, l’attestato in latino dell’avvenuto pellegrinaggio), il pass, i sussidi. Durante il cammino si effettueranno alcune soste di preghiera, riflessione e ristoro.
Si arriverà in basilica del Santo a Padova alle ore 9 della domenica.

Quella dell’Ultimo cammino non è la sola proposta di pellegrinaggio antoniano messa a punto dai frati minori conventuali della Provincia italiana sant’Antonio di Padova.
Il Lungo cammino è un percorso da Camposampiero o Venezia fino al Santuario della Verna (Arezzo) e nel sito www.ilcamminodisantantonio.org sono descritte tappe e luoghi per riposare e mangiare.
Vicina ai frati è anche l’associazione Il cammino di sant’Antonio, nata lo scorso anno per promuovere iniziative culturali e spirituali lungo vari tratti del cammino antoniano e che riunisce molti giovani pellegrini (www.associazioneilcamminodisantantonio.org).

La prossima iniziativa in programma è “In cammino con il Santo”, che si terrà da venerdì 2 a domenica 4 giugno. Si tratta di un pellegrinaggio a piedi da Bassano del Grappa a Padova, via Castelfranco Veneto e Camposampiero (prenotazione obbligatoria: 392-8852228 e associazione@ilcamminodisantantonio.org).

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