Si è concluso presso l’aula magna della biblioteca Malatestiana l’ultimo appuntamento del secondo ciclo “Magistri”, gli incontri culturali promossi dal comitato scientifico della biblioteca, con la partecipazione di Massimo Cacciari, filosofo, politico e accademico italiano. L’oggetto della discussione, che ha attirato numerosissimi interessati tanto da richiedere la collocazione di un proiettore all’esterno dell’aula, era l’Umanesimo, tema centrale della lunga ricerca richiesta per la stesura di “Umanesimo oggi”, pubblicato nel 2016 con Einaudi, a introduzione di “Umanisti italiani. Pensiero e destino”. L’incontro rientrava anche negli appuntamenti del Festival della comunicazione organizzato dal nostro giornale e in pieno svolgimento in questi giorni fino al 29 maggio. Il programma completo è scaricabile su questo sito.

“L’antologia – spiega Cacciari – è stata voluta per una ragione filosofica: rivendicare, ripensare la forza e la pregnanza teoretica degli umanisti.” La conferenza è iniziata con la presentazione della concezione tradizionale degli umanisti, antropocentrica e pacificante, che, a partire dal Novecento, grazie all’opera del filosofo Giovanni Gentile e dei suoi allievi, è stata analizzata in chiave più tragica e oscura. “Quid est homo? – si interroga Massimo Cacciari –. Questa è l’interrogativo a cui l’Umanesimo tenderebbe, per tradizione, a rispondere. Si riduce così l’uomo ad un ‘quid’, un qualcosa. Molti contemporanei risponderebbero che l’uomo ha una natura propria, non sintetizzabile ad un ‘quid’. Sono questi coloro che definiscono l’Umanesimo come un ‘-ismo’ con accezione negativa. La domanda dell’Umanesimo è dunque mal posta.” E ciò che il filosofo ha portato avanti durante il corso dell’incontro è stata una rilettura degli ideali attribuiti alla corrente Trecentesca–Quattrocentesca (si va infatti dal Petrarca fino al rogo di Girolamo Savonarola nel 1498). Dalla discussione attorno al nesso tra filosofia e filologia, alla base del pensiero umanistico, fino a quella sulla potenza delle immagini (“Immagines agentes” le definisce il filosofo) e da qui il ripensare la poesia di umanisti, che da molti non vengono ritenuti neppure filosofi, come Lorenzo de’ Medici, Leon Battista Alberti e il già citato Pico della Mirandola.

“L’ultimo aspetto è quello della drammaticità dell’Umanesimo”. Così Cacciari presenta il tema della realtà umana: citando l’Oratio de dignitate hominis di Pico, spiega che non si parla di pessimismo nel pensiero umanistico, come si è sempre riferito, ma della sola ‘categoria della possibilità’, la quale ci porta ad una riformulazione della domanda “Quid est homo?” in “Quid est homo nunc?”.

Nell’ultima parte della presentazione, il filosofo ha affrontato la grande domanda legata alla religione: “La cristianità su chi si deve appoggiare? Su Aristotele o su Platone?”. E’ qui che si colloca la divisione fondamentale dell’Umanesimo: da una parte chi si prefigge uno scopo pro-paganesimo, come Pico della Mirandola, a sostegno in campo politico dell’avvento di Savonarola, e dall’altra intellettuali come Marsilio Ficino caratterizzati da un attaccamento alle tradizioni cristiane e politiche.

Al termine della discussione, è stato concesso del tempo alle numerosissime e originali domande del pubblico: da Gentile, alla concezione artistica degli umanisti, fino all’importanza della parola in continua evoluzione nella modernità. I partecipanti hanno dimostrato con le loro questioni grande interesse e curiosità riguardo ai temi discussi.

Caterina Vaccari

Fonte: Corrierecesenate.it del 20 maggio 2017 

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Anche l’Aiart al “Festival della comunicazione” di Cesena (19-29 maggio), promosso da Paoline e Paolini nell’ambito della XII Settimana della Comunicazione e organizzato da Corriere Cesenate e Ufficio diocesano per le comunicazioni sociali. Entrambe le iniziative, patrocinate dal Copercom, mirano a dare maggior risalto al tema del Messaggio papale per la Giornata mondiale delle comunicazioni sociali (28 maggio): “Comunicare speranza e fiducia nel nostro tempo”.

Massimiliano Padula, presidente dell’associazione di telespettatori e cittadini mediali Aiart (nella foto), interverrà il 24 maggio alla tavola rotonda  “Web e navigazione senza pericoli. Binomio possibile?”, con lo psicologo Francesco Rasponi, Cinzia Scotto (sostituto commissario Polizia postale di Bologna), Bruno Mastroianni (docente universitario, responsabile web e social de “La Grande Storia”, RaiTre).

La Settimana e il Festival, così Padula, sono “un’occasione per celebrare un mondo complesso e affascinante”. Ma occorre “uno sguardo sempre più attento al nuovo panorama mediale, costante presenza nel dibattito e nello scenario pubblico e un coinvolgimento maggiore di tutte le realtà”. L’Aiart, spiega, “vuole accompagnare l’attività di tutela degli utenti con un progetto integrato di formazione a una ‘medialità consapevole’, a un’espressione e a una narrazione sui media che rispetti la dignità della persona, esalti il bello, il vero, il giusto. La sfida -riconosce Padula – è complessa (alcuni sostengono, forse a ragione, impossibile da vincere) ma noi vogliamo provarci”. Anzitutto attraverso “uno stile e un linguaggio inclini al confronto e poi mediante strumenti concreti”.

Le pagine del bimestrale “Il Telespettatore”, prosegue, “ne sono un esempio: da qualche mese, cerca di essere ancora di più un piccolo luogo di confronto a 360°, sbilanciato sulle specificità di un’associazione di cittadini mediali”. Mentre “‘La Parabola’ l’abbiamo trasformata in una collana edita da un editore nazionale e il primo volume sarà ispirato a un importante anniversario: i 50 anni del primo evento trasmesso in mondovisione. Proveremo – conclude Padula – ad analizzare come è cambiata la visione in questi ultimi cinque decenni definendo il concetto di endovisione: ovvero il passaggio da una visione sempre meno mondiale e generalizzata a una dimensione sempre più personale e riflesso della nostra coscienza”.

Fonte: Copercom

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I vincitori della sesta edizione del concorso ifeelCUD saranno protagonisti dell’incontro “Comunicare la solidarietà” insieme a don Maurizio Patriciello, che si svolgerà nel pomeriggio di lunedì 22 maggio presso la Sala Lignea della Biblioteca Malatestiana a Cesena.

Don Patriciello, opinionista e parroco di San Paolo apostolo a Parco Verde di Caivano, periferia di Napoli ai confini con la provincia di Caserta, conosciuta come la Terra dei Fuochi, sarà insieme ai giovani vincitori del concorso promosso dal Servizio Promozione Sostegno Economico della Conferenza Episcopale Italiana (CEI).

Una voce preziosa quella di don Patriciello per il Festival della Comunicazione 2017, progetto delle Figlie di San Paolo e della Società San Paolo che quest’anno viene organizzato dalla Diocesi di Cesena–Sarsina nei giorni 21-29 maggio sul tema annuale della Giornata Mondiale delle Comunicazioni Sociali: “Comunicare speranza e fiducia nel nostro tempo”.

Don Patriciello, diventato il sacerdote simbolo della battaglia contro la camorra e i reati ambientali in una terra dove la percentuale di malati di tumori è del 47%, più alta che nel resto d’Italia, porterà al Festival della Comunicazione la sua testimonianza di lotta per le vittime delle ecomafie, ma anche il suo messaggio di speranza.

Al suo fianco i giovani della cooperativa Sophia che si sono aggiudicati il primo premio della sesta edizione del concorso ifeelCUD grazie al progetto di inclusione sociale e lavorativa “Le mani, la testa e il cuore” destinato a giovani tra i 18 e i 29 anni, portato avanti nella parrocchia Gesù Divin Salvatore di Roma, quartiere periferico della capitale.

Il concorso nazionale rivolto alle parrocchie, che da quest’anno cambia nome e si trasforma in TuttixTutti, è sostenuto dal Servizio Promozione Sostegno Economico della CEI, e premia progetti di utilità sociale coniugando solidarietà e formazione. Infatti, tra gli obiettivi, anche quello di creare concrete opportunità di lavoro per i giovani, che spesso non studiano e non lavorano. Giunto alla settima edizione il bando ha raccolto negli anni numerose iniziative che hanno saputo offrire risposte concrete a partire dalle necessità del territorio stesso. Da quest’anno una novità: per partecipare sarà necessario organizzare un momento formativo in parrocchia sui temi legati al sostegno economico alla Chiesa (“sovvenire”). Le parrocchie interessate potranno iscriversi entro il 31 maggio e potranno vincere fino a 15.000 euro per il progetto presentato, ma riceveranno comunque un compenso tra i 1.000 e 2.000 euro per il corso di formazione sul “sovvenire” (www.tuttixtutti.it).

Al fianco di queste significative esperienze italiane il Festival della Comunicazione si arricchisce di storie e progetti internazionali come quelli sostenuti dalla CEI, grazie all’8xmille, in Israele e Palestina e che hanno lo scopo di promuovere, in collaborazione con il Patriarcato latino di Gerusalemme e con la Custodia di Terra Santa, la formazione e lo sviluppo in modo particolare dei bambini e dei giovani. Ad esempio a Betlemme è sostenuta la casa-famiglia Hogar Nino Dios per bambini disabili e abbandonati; la scuola Effetà per bambini audiolesi, il Centro giovanile Papa Francesco, punto d’incontro tra giovani cristiani e locali, la scuola professionale salesiana dove studiano quasi 300 ragazzi. Nella striscia di Gaza, inoltre, la CEI ha finanziato un centro per l’infanzia e nella scuola cattolica Holy family, con 650 studenti di cui 72 cristiani, la ricostruzione di un salone multidisciplinare distrutto nel 2014 durante la guerra. Di questo ci parlerà Francesco Zanotti che ha guidato a fine 2015 una delegazione di giornalisti della Federazione Italiana Settimanali Cattolici (Fisc) in Terra Santa e a Gaza per conoscere da vicino queste opere di solidarietà.

Tutto ciò conferma la vocazione del Festival nel voler dare risalto a testimonianze rilevanti per una comunicazione positiva. Insieme a don Patriciello altre preziose testimonianze di cosa significa portare fiducia e speranza nelle periferie reali ed esistenziali di una grande città come Roma e nel resto del mondo.

Ricordiamo che il Festival della Comunicazione nasce al fine di coinvolgere tutti gli elementi vitali di una diocesi dando risalto alla comunicazione in tutti i suoi aspetti pastorali, supportati dal contributo del carisma paolino alla promozione della Giornata Mondiale delle Comunicazioni Sociali.

Per maggiori informazioni sul Festival della comunicazione,

http://www.corrierecesenate.com/wp-content/uploads/2017/01/Programma-Festival-Comunicazione-2017.pdf

 

 

 

 

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Cattolica Assicurazioni al Festival della Comunicazione 2017

Promozione del territorio, attenzione alla persona, promozione di uno sviluppo umano integrale. Sono questi gli ingredienti che Cattolica Assicurazioni sta seguendo nella collaborazione con il mondo ecclesiale, in armonia con i principi della Dottrina Sociale della Chiesa. E questo coniugando alla erogazione economica una spinta educativa, con una attenzione particolare ai giovani.

Dunque l’uomo e il suo benessere sono i punti di forza di Cattolica Assicurazioni, promotrice dell’incontro “La comunicazione tra generazioni”, che rientra nel programma del Festival della Comunicazione 2017 e che si svolgerà sabato 27 maggio alle ore 10.30 presso Aula Magna della Facoltà di Psicologia a Cesena. L’incontro mira ad approfondire proprio il legame e quali sono le possibili sfide tra le generazioni, in particolare tra i giovani e gli adulti, alla luce dei cambiamenti globali.

L’evento, di cui sarà protagonista don Luigi Ciotti, fondatore del Gruppo Abele e Libera, sarà moderato da don Antonio Sciortino, sacerdote paolino ex direttore di Famiglia Cristiana.

Gli ambiti di ricerca di Cattolica Assicurazione tramite la Fondazione Cattolica, nata nel 2016 per portare avanti l’impegno sociale della Compagnia, spaziano dall’assistenza sociale alle attività culturali e formative. In dieci anni sono stati erogati 13, 5 i milioni di euro attraverso 2.477 iniziative e progetti come Progetto di Vita. Cattolica per i giovani. Un’iniziativa intrapresa dalla Compagnia, ormai cinque anni fa, per aiutare giovani dai 18 ai 35 anni ad orientarsi nel mondo dello studio e del lavoro, una vera bussola per il futuro. Inoltre è importante ricordare come Cattolica Assicurazioni sia l’unica Compagnia ad avere una Business Unit interamente dedicata al mondo della Chiesa, del volontariato e del non profit.

 

di Francesca Baldini

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Si terrà a Cesena, dal 19 al 29 maggio, la 12ª edizione del Festival della comunicazione, appuntamento che la società di San Paolo e le Paoline portano in giro per l’Italia una volta all’anno. L’evento – organizzato dal “Corriere Cesenate”, settimanale della diocesi di Cesena-Sarsina, assieme all’Ufficio diocesano per le Comunicazioni sociali – avrà per titolo “Comunicare speranza e fiducia nel nostro tempo”, dal messaggio di Papa Francesco per la Giornata delle Comunicazioni sociali che verrà celebrata domenica 28 maggio. Dieci giorni intensi di appuntamenti, conferenze, cinema, teatro, concerti, mostre, confronti. “Non si parlerà solo di informazione, ma si toccheranno tutti i temi della comunicazione, un mondo in continua e rapida evoluzione – ha sottolineato Francesco Zanotti, direttore del Corriere Cesenate, nel corso della conferenza stampa di presentazione tenutasi questa mattina -. Un mondo che condiziona, oggi più che mai, i rapporti, il lavoro, la vita in tutti i suoi aspetti”. “Comunicare è una variante dell’evangelizzazione – ha affermato il vescovo di Cesena-Sarsina, mons. Douglas Regattieri -. Portare il Vangelo agli uomini del nostro tempo: il festival ci offrirà anche la gioia di questo comunicare”. “Il mondo della comunicazione è alle prese con ritmi acceleratissimi. Tanto che oggi manca il tempo per la valutazione e l’ascolto – ha sottolineato invece il sindaco di Cesena, Paolo Lucchi -. Rischiamo di essere travolti dai social network che sono difficilmente controllabili e che producono tensioni. Attraverso il festival, una grande vetrina per la città, possiamo fermarci a riflettere”.

Fonte: Agensir.it

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Sarà Monsignor Dario E. Viganò, Prefetto della Segreteria per la Comunicazione della Santa Sede, ad aprire i lavori – giovedì 22 giugno – della quarta edizione del “Meeting nazionale dei giornalisti cattolici e non” che si terrà nelle Marche lungo la Riviera delle Palme. Alla prima giornata prenderanno parte come relatori anche il direttore di Avvenire, Marco Tarquinio, il direttore di Tv2000, Paolo Ruffini, il direttore dell’Agenzia SIR, Vincenzo Corrado. La tre giorni di lavori, il cui programma completo sarà presentato nei prossimi giorni, si svolgerà dal 22 al 25 giugno e riconoscerà 16 crediti formativi a tutti i giornalisti che parteciperanno ai lavori

Il Meeting sarà anche occasione di aiuto per i territori colpiti dal sisma del 2016. “Le zone terremotate hanno bisogno dei tuoi preziosi talenti, perché la bellezza abbia visibilità e possa dare conforto ad ogni persona. Per questo intendiamo vivere con te in maniera speciale il 4º “Meeting nazionale dei giornalisti cattolici e non””. Con queste parole, Padre Andrea Dall’Asta, presidente di Giuria, invita gli artisti di tutta Italia a partecipare alla mostra d’arte “Terremoto, connessi alla speranza” che verrà inaugurata in occasione del Meeting.
Il comitato scientifico del Meeting dei giornalisti – che nasce dalla collaborazione tra l’Ufficio Comunicazioni Sociali della Conferenza Episcopale Italiana, la FISC, l’UCSI, TV2000, Radio InBlu, Agenzia SIR, Avvenire, e Ordine Dei Giornalisti -, desidera infatti coinvolgere gli artisti a partecipare in maniera speciale al prossimo appuntamento di giugno chiedendo di donare una loro opera artistica affinché tutti possano trovare conforto e aiuto dalla bellezza dell’arte.
“Pur nella piena e totale libertà che ogni artista deve esercitare nel suo operato – spiegano gli organizzatori -, è chiesto di realizzare opere nello spirito della biblia pauperum: opere didascaliche che sappiano descrivere il tema scelto, evitando, per quanto possibile, intellettualismi esasperati, registri polemici, provocatori o scandalistici, considerato che le opere verranno esposte anche in luoghi sacri. Ogni artista maggiorenne potrà presentare una sola opera”.
Le opere dovranno avere le dimensioni di 50 x 70 cm, realizzate su tela o carta/cartone o altro supporto piano a scelta (compensato etc.). La tecnica è libera, disegno come pittura, escludendo le tecniche scultoree, bassorilievo e affini di qualunque materiale. Le opere dovranno essere fornite di cornice con attaccaglia, la larghezza massima, cornice compresa, non deve superare i 70 cm e dovranno essere consegnate entro il 15 giugno 2017 per permetterne la collocazione presso la struttura collegata con il “Meeting nazionale dei giornalisti cattolici e non”.
La consegna andrà fatta presso la Curia Vescovile di San Benedetto del Tronto, Piazza Sacconi, 1 – 63074.
Per partecipare alla mostra non è richiesto il versamento di alcuna quota d’iscrizione.
“Le opere saranno esposte – afferma Simone Incicco, responsabile organizzativo del Meeting – prima nella “Riviera delle Palme” e poi seguiranno un percorso che le porterà nei luoghi del terremoto, in particolare ad Arquata del Tronto, Accumoli, Amatrice, Norcia, Camerino e nei vari comuni colpiti dall’ultimo sisma. Al termine dell’esposizione itinerante saranno vendute pubblicamente e il ricavato andrà a sostegno delle opere della Caritas Italiana nei luoghi del terremoto”.

Fonte: Ufficio Nazionale per le Comunicazioni Sociali. CEI

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Anche Vania De Luca, presidente dell’Ucsi, offre il suo contributo alla riflessione promossa dal Copercom sul Messaggio di Papa Francesco per la 51esima Giornata mondiale delle comunicazioni sociali. 

Ancora un volta il Messaggio per la Giornata delle comunicazioni sociali provoca giornalisti e comunicatori a una riflessione sul proprio lavoro, sulla qualità, lo stile, i modi, gli effetti della comunicazione. L’appuntamento ha superato il mezzo secolo, siamo all’edizione numero cinquantuno, e l’invito a comunicare speranza e fiducia nel nostro tempo non è rivolto solo ai giornalisti cattolici, ma è finalizzato a incoraggiare tutti quelli che, “sia nell’ambito professionale sia nelle relazioni personali, ogni giorno ‘macinano’ tante informazioni per offrire un pane fragrante e buono a coloro che si alimentano dei frutti della loro comunicazione”.

È la nostra vita quotidiana, caratterizzata da una mole, da una velocità e da una qualità delle informazioni che hanno il ritmo del vortice, con le redazioni cronaca ed esteri, in particolare, esposte in modalità nuove nel fronteggiare emergenze e catastrofi di ogni tipo. Il Papa esorta a “una comunicazione costruttiva che, nel rifiutare i pregiudizi verso l’altro, favorisca una cultura dell’incontro, grazie alla quale si possa imparare a guardare la realtà con consapevole fiducia”. Non è facile, in tempi in cui le “brutte notizie” sono più forti, più rumorose, più evidenti, più numerose, hanno come sempre l’apertura dei giornali e dei Tg. La comunicazione costruttiva diventa così di stimolo a fare due cose: innanzitutto a cercare buone notizie, buone pratiche, personaggi, storie ed esperienze positive da divulgare e mettere in circolo, in secondo luogo a cercare un senso, una direzione, un insegnamento, una possibile soluzione che possa venire fuori da quel mare di negatività che chi macina informazione ogni giorno si trova inevitabilmente a dover affrontare.

Continua il Messaggio che non è facile “spezzare il circolo vizioso dell’angoscia e arginare la spirale della paura” in mezzo a una realtà, e di conseguenza a un mare di notizie, fatta di “guerre, terrorismo, scandali e ogni tipo di fallimento nelle vicende umane”. È facile cadere nella spettacolarizzazione del dolore o anestetizzare la coscienza, così come all’opposto scivolare nella disperazione, ma è anche possibile cercare quella strada alternativa che senza “concedere al male un ruolo da protagonista”, si metta alla ricerca di possibili soluzioni, “ispirando un approccio propositivo e responsabile nelle persone a cui si comunica la notizia”.

Su questi temi, e su questo approccio, l’Ucsi propone la sua riflessione sull’ultimo numero della rivista Desk, dedicato al giornalismo nel tempo della postverità, che fa seguito a un numero sulla disintermediazione. Come acutamente osserva il professor Tonino Cantelmi, è il tempo delle notizie che non necessariamente corrispondono alla realtà,  e c’è un  elemento di crisi della democrazia di cui è bene essere consapevoli.  Tornando all’Ucsi, un’offerta quotidiana di notizie, opinioni, idee e commenti sulla qualità dell’informazione e sul ruolo dei comunicatori  oggi, si può trovare sul sito Ucsi.it.  Qui la rubrica dedicata alle buone notizie, nata da poco, ci suggerisce, per il riscontro di lettori che abbiamo, che esiste una richiesta, un desiderio, un possibile “mercato” di notizie positive, così come delle storie, dei personaggi, delle testimonianze che possano ispirare coraggio e fiducia. Non è detto, insomma, che debbano essere sempre e comunque il male e la negatività in cima ai criteri della notiziabilità.

Guardare la realtà con gli occhiali giusti

La realtà da osservare e raccontare è in una relazione molto stretta con lo sguardo di chi guarda, con gli “occhiali” con cui si sceglie di guardare. Scrive il Papa che “cambiando le lenti, anche la realtà appare diversa”. È inevitabile che a volte abbiamo, come comunicatori, uno sguardo selettivo, che vede alcune cose e non ne vede altre, che pure abbiamo davanti. È fisiologico che pur essendo nello stesso luogo si vedano cose diverse, perché diverso è il punto di vista, perché la capacità di leggere la realtà attraverso lo sguardo è conseguenza del proprio orizzonte culturale e valoriale, di un modo di pensare, di sentire, perfino di cercare. Credo sia utile, per dei comunicatori, interrogarsi su ciò che si ha davanti ma contemporaneamente anche sugli occhi con cui si guarda e di conseguenza si racconta. Com’è il proprio sguardo? Superficiale, parziale, indifferente, condizionato, interessato, oppure al contrario attento, partecipe, libero, solidale, sensibile alle esigenze dei più deboli piuttosto che alle lusinghe dei poteri?

È una sfida enorme sentire che “ogni nuovo dramma che accade nella storia del mondo diventa anche scenario di una possibile buona notizia, dal momento che l’amore riesce sempre a trovare la strada della prossimità e a suscitare cuori capaci di commuoversi, volti capaci di non abbattersi, mani pronte a costruire”.

Guardare la realtà con “l’occhiale della buona notizia”, come invita il Papa, non significa usare lenti deformanti, e neppure tenere gli occhi aperti o chiusi a seconda delle circostanze, ma spinge piuttosto a cercare quell’oltre, quel di più, quella profondità che possa accendere (o evitare che si spenga) una piccola luce di speranza sempre e comunque, che aiuti a guardare avanti anche quando sembra che tutto è perduto.
di Vania De Luca*, Vaticanista di RaiNews24 e presidente dell’Unione cattolica stampa italiana.

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Con l’intervento del professor Tonino Cantelmi, psichiatra e psicoterapeuta, prosegue la riflessione lanciata dal Copercom sul Messaggio di Papa Francesco per la 51esima Giornata mondiale delle comunicazioni sociali. Gli altri commenti (Domenico Delle Foglie e Carlo Marroni) sono disponibili nella sezione Dossier del sito del Copercom.

Le notizie, prima ancora di essere buone o cattive, sono veloci. “Grazie allo sviluppo tecnologico (…) moltissimi soggetti hanno la possibilità di condividere istantaneamente le notizie e diffonderle in modo capillare” (Messaggio di Papa Francesco per la 51ma giornata mondiale delle comunicazioni sociali). Ai tempi dei social le notizie sono veloci, globali e virali. Ecco, credo che la questione debba partire da qui. Se tutto parte da qui la questione della buona/cattiva notizia è mal posta. E il decalogo di Domenico Delle Foglie è piuttosto ingenuo. Almeno in apparenza.

La questione oggi vero/falso, autentico/inautentico. Questa è l’epoca della postverità: la notizia non corrisponde necessariamente alla realtà, ma al desiderio, all’emozione, all’immaginato: in una parola alla “pancia” delle persone che la ricevono. È quella “pancia” che stabilisce il vero e il falso. Comunicare significa nutrire la “pancia” del popolo, interpretare il desiderio della gente, piegare la realtà ai bisogni emotivi. Sembra quasi che le persone siano indifferenti alla verità e sensibilissime alla postverità. Il grido di Carlo Marroni, che invoca “onestà”, sembra interpretare l’impotenza dei giornalisti: perché ai tempi dei social sono i post, i cinguettii, i video delle persone a “costruire” notizia e i giornalisti sembrano lì a rincorrerli, affannati e battuti sul tempo. È il video di un automobilista che riprende gli istanti successivi al crollo del ponte sull’autostrada o il video di un sopravvissuto che riprende i lamenti dei moribondi dopo un attentato a costruire la notizia, che il giornalista non può fare altro che rincorrere.

Nella postverità c’è anche la crisi della democrazia: il consenso è slegato dalla verità dei fatti. Il passaparola elettronico e la sua capacità di influenzare le opinioni trova forse una delle sue più evidenti espressioni in Twitter, che rappresenta il social che più realizza il crowdsourcing, cioè lo sforzo collettivo di costruire una metodologia di collaborazione tra le persone, con inevitabili ricadute sulla credibilità dell’azione politica dei governi grazie alla possibilità di spostare il potere di influenzamento dalle gerarchie ai cittadini. Questa azione può essere svolta in modo costruttivo e democratico, ma al tempo stesso Twitter e in generale i social possono prestarsi ad essere utilizzati come potentissimi strumenti per distruggere, confondere o seminare il caos. Così le trending topics sviluppate dall’incontrollato ping pong dei cinguettii di 140 caratteri si trasformano in onde off line rapide ed imprevedibili, che modificano il consenso dei cittadini, in una dialettica dentro-fuori (on lineoff line) infinita ed incontrollabile. Tutto ciò avviene nell’epoca della globalizzazione, caratterizzata, tra l’altro, dalla fine dello stato moderno e dalla separazione tra politica e potere: il potere è spalmato nel pianeta e non è più localizzato in un luogo definito, slittando di livello e sfuggendo al controllo dei cittadini. In questa separazione risiede l’origine della crisi della democrazia: i governi legittimamente votati e democraticamente eletti non hanno il potere di decidere e la globalizzazione non consente scelte locali. Per questi motivi la questione vero/falso è divenuta cruciale.

Rileggendo il decalogo di Delle Foglie in questa prospettiva, i 10 indizi che propone divengono formidabili per riconoscere la cattiva notizia, quella della postverità, e battersi per la buona notizia, quella della verità: autoreferenzialità, fuga dalla concretezza del quotidiano, della vita e del qui ed ora, mancanza di senso e di trascendenza, stravolgimento dell’uomo e di una visione antropologica aperta alla speranza, ricerca della viralità e dell’emozione, prepotenza delle affermazioni, occhiali curvi sull’orribile, questi sono i 10 indizi della cattiva notizia che deriviamo dal decalogo di Delle Foglie. Per niente ingenuo, in definitiva.

*Si è formato come psicoterapeuta con Vittorio Guidano e ha fondato in Italia la prima Scuola di specializzazione in Psicoterapia ad orientamento cognitivo-interpersonale. Il modello cognitivo-interpersonale, elaborato da Cantelmi, è stato approvato dal ministero dell’Università e della Ricerca. È direttore scientifico della Scuola di specializzazione in Psicoterapia cognitivo-interpersonale e presidente dell’Istituto di Terapia cognitivo-interpersonale. È stato il primo in Italia a occuparsi dell’impatto della tecnologia digitale sulla mente umana (“Internet dipendenza”); ha curato il primo libro sul tema della dipendenza dalla rete: “La mente in internet” (Edizioni Piccin, 1999) e ha fondato il Cedis, ente per lo studio delle dipendenze comportamentali (in modo specifico dipendenza da tecnologia e dipendenza sessuale). Presidente Aipsimed Regione Lazio, Cantelmi è il presidente nazionale dell’Aippc.
Dirigente psichiatra presso gli Istituti fisioterapici ospitalieri di Roma, è docente di Psicopatologia all’Istituto di Psicologia dell’Università Gregoriana, di Psichiatria all’Università La Sapienza, di Cyberpsicologia all’Università europea di Roma.
Direttore scientifico della rivista “Modelli per la Mente” (CIC Edizioni Internazionali, Roma), partecipa al board scientifico di numerose riviste scientifiche. È autore di oltre 300 pubblicazioni scientifiche e di circa 30 libri (tradotti in molte lingue straniere) ed è stato relatore invitato in circa 300 convegni scientifici. È presidente di Federpsi (ente formatore e Provider Ecm – ministero della Salute).

Fonte: Copercom.it

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Una nuova veste grafica per il sito internet, un nuovo logo e una aggiunta per lo storico acronimo dell’Associazione Italiana Ascoltatori Radiofonici e Telespettatori, che da telespettatori diventano autentici “cittadini mediali”. Ne abbiamo parlato con il presidente Aiart, Massilimiano Padula, in questa intervista.

Dott. Padula come e quando nasce questo cambiamento?

«Il cambiamento di presidenza ai vertici di Aiart (Associazione Italiana Ascoltatori Radiofonici e Telespettatori) ha coinciso con un cambiamento paradigmatico dei media e sulla comunicazione in generale. Il digitale stesso, che non è una dimensione nuova dell’umano, spinge questa riflessione e in un certo qual modo la sbilancia»

Era quindi necessario questa trasformazione?

«Direi di sì, anche perché Aiart per statuto è una associazione che si occupa di media in termini di tutela e di formazione e per questo non poteva non ripensarsi e riposizionarsi. Dopo un anno di studio, la riflessione è culminata in una due giorni di studio, svoltasi lo scorso novembre, dal titolo: “Da spettatori a cittadini mediali. L’Aiart davanti alle sfide della contemporaneità”, dove sono state coinvolte tutte le realtà regionali e si fatto sintesi di quello che stavamo vivendo».

Dunque non più semplici spettatori?

«L’elemento centrale di questa riflessione parte dal nome stesso dell’Aiart e dal suo acronimo storico che risale al 1954, ovvero Ascoltatori Radiofonici e Telespettatori e poi aveva un sottotitolo identificativo che era quello di spettatori. Così ci siamo resi conto che la parola di spettatori nell’attuale scenario della cultura digitale era limitante, in quanto lo spettatori rimanda all’attesa, quindi un soggetto, un individuo che vive il legame con i media in termini in maniera sostanzialmente secondaria, “passivi”, cioè fruisce dei contenuti dei media.  Con il digitale l’universo mediale si rielabora, si rimodula e anche i media tradizionali subiscono una riconfigurazione a livello di fruizione dati. Pensiamo solo a come può essere vista la televisione: in forma tradizionale, seduti sul proprio divano, oppure attraverso un dispositivo digitale, magari mentre si cammina per strada».

Quindi mi sembra di capire che il ripensamento del nome è partito dal cambiamento nell’utilizzo e fruizione dei media che stiamo vivendo?

«Certo. Per questo abbiamo pensato che la definizione di “cittadini mediali”, fosse quella esatta per caratterizzare l’aiart dell’oggi, perché il cittadino è colui il quale ha diritti e doveri, ma anche si assume la responsabilità di sviluppare e determinare la crescita della civiltà, dell’umanità e della società. Quindi è un soggetto attivo anche in rapporto con i media, perché non è cittadino soltanto il fruitore mediale, ma anche colui che crea, genera contenuti. Dunque questo doppio ruolo, che in realtà è integrato in un solo ruolo, quello di fruitore e consumatore, ci sembrava più adatto per la nuova ridefinizione dell’associazione».

L’Aiart è attenta da sempre ad una corretta formazione delle coscienze ed è per questo che dedicata un aspetto particolare alla partecipazione attiva che rientra in un percorso di formazione dei “cittadini mediali”.

Prosegui nell’ascoltare l’intervista

In conclusione come vede l’Aiart tra un anno?

«La vedo più presente nel dibattito e nello scenario pubblico. Oltre alla riviste, abbiamo ristrutturato il sito web istituzionale, dandogli un taglio non solo informativo ma anche culturale con approfondimenti ed integrando con immagini, video e siamo molto presenti sui social. Il mio desiderio che l’Aiart diventi un piccolo riferimento nel panorama culturale, sociale, politico ed istituzionale per i temi legati ai media e alla comunicazione»!

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Sono 155, ossia il 43% del totale, le parrocchie della diocesi di Roma che non hanno ancora un sito internet.
Un dato che lascia intravedere quanto si è ancora distaccati dall’attuale tessuto sociale che vede ormai indispensabile il riferimento all’universo digitale. Tra le parrocchie che si avvalgono dell’aiuto del Web, la maggior parte aggiorna di rado le proprie informazioni e non cura particolarmente neanche l’aspetto grafico del sito. Questi risultati provengono da un’indagine condotta dalla redazione dell’emittente romana Radiopiù (www.radiopiu.eu), che negli ultimi mesi del 2016 si è rivolta a ciascuna parrocchia della diocesi, analizzando successivamente il volume stimato delle connessioni dei siti parrocchiali più indicativi.
Da questo lavoro è emerso che il sito più seguito è stato nello scorso anno quello della parrocchia del Divino Amore, con una media attestata a poco meno di 5.000 contatti mensili (fonte Seozoom): un dato soddisfacente, dovuto senz’altro al grande interesse dei fedeli verso il santuario mariano. Per il resto, gli ascolti non sono esaltanti: si distinguono ad esempio parrocchie come Santa Lucia, che ha visto negli ultimi tre mesi del 2016 un aumento delle connessioni pari al 300%, arrivando a una media di 700 contatti al mese; oppure San Frumenzio, che conta circa 200 lettori mensili stabili. La maggior parte delle altre parrocchie ha un seguito irrilevante: alcune di esse hanno addirittura un volume di ascolto pari a zero.
La maggioranza dei siti è pensata semplicemente come vetrina delle attività della parrocchia e non come strumento di dialogo con chi si relaziona con lo spazio Web parrocchiale. A questo proposito suggerisce il presidente dell’Aiart, Massimiliano Padula, che «un sito parrocchiale dovrebbe permettere una migliore interazione con il fedele/utente, il quale non si limita soltanto a leggere ciò che si scrive ma va oltre. Sarebbe poi fondamentale che esso sia ben visibile e consultabile da tutti i dispostivi mobili. Occorrerebbe dunque un piano strategico strutturato che tenga conto di un’ azione incisiva di formazione».
A conferma che chi naviga su Internet è anche alla ricerca di contenuti di riflessione che possano illuminare sui temi della fede, ne è testimonianza la felice esperienza del sito www.gliscritti.it, curato dal direttore dell’Ufficio catechistico della diocesi di Roma, monsignor Andrea Lonardo che, con i suoi 18.700 lettori al mese, è secondo in diocesi solo al sito ufficiale del Vicariato di Roma www.vicariatusurbis.org.
La dialettica tra Internet e parrocchia, se ideata e condotta in modo intelligente, non può che avvantaggiare l’opera di evangelizzazione, specialmente verso coloro che in parrocchia mettono piede con grande difficoltà. Ne è convinto don Massimiliano Nazio, parroco di San Giovanni Battista De La Salle al Torrino: «Noi oltre a presentare le iniziative settimanali lo abbiamo utilizzato anche per realizzare il sondaggio in previsione del primo Sinodo sulla famiglia con papa Francesco. E abbiamo riscontrato un notevole interesse da parte dei parrocchiani. In un prossimo futuro stiamo pensando di usufruire di questo spazio anche per trasmettere le dirette delle celebrazioni e degli incontri in parrocchia».
(Francesco Indelicato)

Fonte: da Avvenire del 28 febbraio 2017, pag. 28

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