Sarà Monsignor Dario E. Viganò, Prefetto della Segreteria per la Comunicazione della Santa Sede, ad aprire i lavori – giovedì 22 giugno – della quarta edizione del “Meeting nazionale dei giornalisti cattolici e non” che si terrà nelle Marche lungo la Riviera delle Palme. Alla prima giornata prenderanno parte come relatori anche il direttore di Avvenire, Marco Tarquinio, il direttore di Tv2000, Paolo Ruffini, il direttore dell’Agenzia SIR, Vincenzo Corrado. La tre giorni di lavori, il cui programma completo sarà presentato nei prossimi giorni, si svolgerà dal 22 al 25 giugno e riconoscerà 16 crediti formativi a tutti i giornalisti che parteciperanno ai lavori

Il Meeting sarà anche occasione di aiuto per i territori colpiti dal sisma del 2016. “Le zone terremotate hanno bisogno dei tuoi preziosi talenti, perché la bellezza abbia visibilità e possa dare conforto ad ogni persona. Per questo intendiamo vivere con te in maniera speciale il 4º “Meeting nazionale dei giornalisti cattolici e non””. Con queste parole, Padre Andrea Dall’Asta, presidente di Giuria, invita gli artisti di tutta Italia a partecipare alla mostra d’arte “Terremoto, connessi alla speranza” che verrà inaugurata in occasione del Meeting.
Il comitato scientifico del Meeting dei giornalisti – che nasce dalla collaborazione tra l’Ufficio Comunicazioni Sociali della Conferenza Episcopale Italiana, la FISC, l’UCSI, TV2000, Radio InBlu, Agenzia SIR, Avvenire, e Ordine Dei Giornalisti -, desidera infatti coinvolgere gli artisti a partecipare in maniera speciale al prossimo appuntamento di giugno chiedendo di donare una loro opera artistica affinché tutti possano trovare conforto e aiuto dalla bellezza dell’arte.
“Pur nella piena e totale libertà che ogni artista deve esercitare nel suo operato – spiegano gli organizzatori -, è chiesto di realizzare opere nello spirito della biblia pauperum: opere didascaliche che sappiano descrivere il tema scelto, evitando, per quanto possibile, intellettualismi esasperati, registri polemici, provocatori o scandalistici, considerato che le opere verranno esposte anche in luoghi sacri. Ogni artista maggiorenne potrà presentare una sola opera”.
Le opere dovranno avere le dimensioni di 50 x 70 cm, realizzate su tela o carta/cartone o altro supporto piano a scelta (compensato etc.). La tecnica è libera, disegno come pittura, escludendo le tecniche scultoree, bassorilievo e affini di qualunque materiale. Le opere dovranno essere fornite di cornice con attaccaglia, la larghezza massima, cornice compresa, non deve superare i 70 cm e dovranno essere consegnate entro il 15 giugno 2017 per permetterne la collocazione presso la struttura collegata con il “Meeting nazionale dei giornalisti cattolici e non”.
La consegna andrà fatta presso la Curia Vescovile di San Benedetto del Tronto, Piazza Sacconi, 1 – 63074.
Per partecipare alla mostra non è richiesto il versamento di alcuna quota d’iscrizione.
“Le opere saranno esposte – afferma Simone Incicco, responsabile organizzativo del Meeting – prima nella “Riviera delle Palme” e poi seguiranno un percorso che le porterà nei luoghi del terremoto, in particolare ad Arquata del Tronto, Accumoli, Amatrice, Norcia, Camerino e nei vari comuni colpiti dall’ultimo sisma. Al termine dell’esposizione itinerante saranno vendute pubblicamente e il ricavato andrà a sostegno delle opere della Caritas Italiana nei luoghi del terremoto”.

Fonte: Ufficio Nazionale per le Comunicazioni Sociali. CEI

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Anche Vania De Luca, presidente dell’Ucsi, offre il suo contributo alla riflessione promossa dal Copercom sul Messaggio di Papa Francesco per la 51esima Giornata mondiale delle comunicazioni sociali. 

Ancora un volta il Messaggio per la Giornata delle comunicazioni sociali provoca giornalisti e comunicatori a una riflessione sul proprio lavoro, sulla qualità, lo stile, i modi, gli effetti della comunicazione. L’appuntamento ha superato il mezzo secolo, siamo all’edizione numero cinquantuno, e l’invito a comunicare speranza e fiducia nel nostro tempo non è rivolto solo ai giornalisti cattolici, ma è finalizzato a incoraggiare tutti quelli che, “sia nell’ambito professionale sia nelle relazioni personali, ogni giorno ‘macinano’ tante informazioni per offrire un pane fragrante e buono a coloro che si alimentano dei frutti della loro comunicazione”.

È la nostra vita quotidiana, caratterizzata da una mole, da una velocità e da una qualità delle informazioni che hanno il ritmo del vortice, con le redazioni cronaca ed esteri, in particolare, esposte in modalità nuove nel fronteggiare emergenze e catastrofi di ogni tipo. Il Papa esorta a “una comunicazione costruttiva che, nel rifiutare i pregiudizi verso l’altro, favorisca una cultura dell’incontro, grazie alla quale si possa imparare a guardare la realtà con consapevole fiducia”. Non è facile, in tempi in cui le “brutte notizie” sono più forti, più rumorose, più evidenti, più numerose, hanno come sempre l’apertura dei giornali e dei Tg. La comunicazione costruttiva diventa così di stimolo a fare due cose: innanzitutto a cercare buone notizie, buone pratiche, personaggi, storie ed esperienze positive da divulgare e mettere in circolo, in secondo luogo a cercare un senso, una direzione, un insegnamento, una possibile soluzione che possa venire fuori da quel mare di negatività che chi macina informazione ogni giorno si trova inevitabilmente a dover affrontare.

Continua il Messaggio che non è facile “spezzare il circolo vizioso dell’angoscia e arginare la spirale della paura” in mezzo a una realtà, e di conseguenza a un mare di notizie, fatta di “guerre, terrorismo, scandali e ogni tipo di fallimento nelle vicende umane”. È facile cadere nella spettacolarizzazione del dolore o anestetizzare la coscienza, così come all’opposto scivolare nella disperazione, ma è anche possibile cercare quella strada alternativa che senza “concedere al male un ruolo da protagonista”, si metta alla ricerca di possibili soluzioni, “ispirando un approccio propositivo e responsabile nelle persone a cui si comunica la notizia”.

Su questi temi, e su questo approccio, l’Ucsi propone la sua riflessione sull’ultimo numero della rivista Desk, dedicato al giornalismo nel tempo della postverità, che fa seguito a un numero sulla disintermediazione. Come acutamente osserva il professor Tonino Cantelmi, è il tempo delle notizie che non necessariamente corrispondono alla realtà,  e c’è un  elemento di crisi della democrazia di cui è bene essere consapevoli.  Tornando all’Ucsi, un’offerta quotidiana di notizie, opinioni, idee e commenti sulla qualità dell’informazione e sul ruolo dei comunicatori  oggi, si può trovare sul sito Ucsi.it.  Qui la rubrica dedicata alle buone notizie, nata da poco, ci suggerisce, per il riscontro di lettori che abbiamo, che esiste una richiesta, un desiderio, un possibile “mercato” di notizie positive, così come delle storie, dei personaggi, delle testimonianze che possano ispirare coraggio e fiducia. Non è detto, insomma, che debbano essere sempre e comunque il male e la negatività in cima ai criteri della notiziabilità.

Guardare la realtà con gli occhiali giusti

La realtà da osservare e raccontare è in una relazione molto stretta con lo sguardo di chi guarda, con gli “occhiali” con cui si sceglie di guardare. Scrive il Papa che “cambiando le lenti, anche la realtà appare diversa”. È inevitabile che a volte abbiamo, come comunicatori, uno sguardo selettivo, che vede alcune cose e non ne vede altre, che pure abbiamo davanti. È fisiologico che pur essendo nello stesso luogo si vedano cose diverse, perché diverso è il punto di vista, perché la capacità di leggere la realtà attraverso lo sguardo è conseguenza del proprio orizzonte culturale e valoriale, di un modo di pensare, di sentire, perfino di cercare. Credo sia utile, per dei comunicatori, interrogarsi su ciò che si ha davanti ma contemporaneamente anche sugli occhi con cui si guarda e di conseguenza si racconta. Com’è il proprio sguardo? Superficiale, parziale, indifferente, condizionato, interessato, oppure al contrario attento, partecipe, libero, solidale, sensibile alle esigenze dei più deboli piuttosto che alle lusinghe dei poteri?

È una sfida enorme sentire che “ogni nuovo dramma che accade nella storia del mondo diventa anche scenario di una possibile buona notizia, dal momento che l’amore riesce sempre a trovare la strada della prossimità e a suscitare cuori capaci di commuoversi, volti capaci di non abbattersi, mani pronte a costruire”.

Guardare la realtà con “l’occhiale della buona notizia”, come invita il Papa, non significa usare lenti deformanti, e neppure tenere gli occhi aperti o chiusi a seconda delle circostanze, ma spinge piuttosto a cercare quell’oltre, quel di più, quella profondità che possa accendere (o evitare che si spenga) una piccola luce di speranza sempre e comunque, che aiuti a guardare avanti anche quando sembra che tutto è perduto.
di Vania De Luca*, Vaticanista di RaiNews24 e presidente dell’Unione cattolica stampa italiana.

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Con l’intervento del professor Tonino Cantelmi, psichiatra e psicoterapeuta, prosegue la riflessione lanciata dal Copercom sul Messaggio di Papa Francesco per la 51esima Giornata mondiale delle comunicazioni sociali. Gli altri commenti (Domenico Delle Foglie e Carlo Marroni) sono disponibili nella sezione Dossier del sito del Copercom.

Le notizie, prima ancora di essere buone o cattive, sono veloci. “Grazie allo sviluppo tecnologico (…) moltissimi soggetti hanno la possibilità di condividere istantaneamente le notizie e diffonderle in modo capillare” (Messaggio di Papa Francesco per la 51ma giornata mondiale delle comunicazioni sociali). Ai tempi dei social le notizie sono veloci, globali e virali. Ecco, credo che la questione debba partire da qui. Se tutto parte da qui la questione della buona/cattiva notizia è mal posta. E il decalogo di Domenico Delle Foglie è piuttosto ingenuo. Almeno in apparenza.

La questione oggi vero/falso, autentico/inautentico. Questa è l’epoca della postverità: la notizia non corrisponde necessariamente alla realtà, ma al desiderio, all’emozione, all’immaginato: in una parola alla “pancia” delle persone che la ricevono. È quella “pancia” che stabilisce il vero e il falso. Comunicare significa nutrire la “pancia” del popolo, interpretare il desiderio della gente, piegare la realtà ai bisogni emotivi. Sembra quasi che le persone siano indifferenti alla verità e sensibilissime alla postverità. Il grido di Carlo Marroni, che invoca “onestà”, sembra interpretare l’impotenza dei giornalisti: perché ai tempi dei social sono i post, i cinguettii, i video delle persone a “costruire” notizia e i giornalisti sembrano lì a rincorrerli, affannati e battuti sul tempo. È il video di un automobilista che riprende gli istanti successivi al crollo del ponte sull’autostrada o il video di un sopravvissuto che riprende i lamenti dei moribondi dopo un attentato a costruire la notizia, che il giornalista non può fare altro che rincorrere.

Nella postverità c’è anche la crisi della democrazia: il consenso è slegato dalla verità dei fatti. Il passaparola elettronico e la sua capacità di influenzare le opinioni trova forse una delle sue più evidenti espressioni in Twitter, che rappresenta il social che più realizza il crowdsourcing, cioè lo sforzo collettivo di costruire una metodologia di collaborazione tra le persone, con inevitabili ricadute sulla credibilità dell’azione politica dei governi grazie alla possibilità di spostare il potere di influenzamento dalle gerarchie ai cittadini. Questa azione può essere svolta in modo costruttivo e democratico, ma al tempo stesso Twitter e in generale i social possono prestarsi ad essere utilizzati come potentissimi strumenti per distruggere, confondere o seminare il caos. Così le trending topics sviluppate dall’incontrollato ping pong dei cinguettii di 140 caratteri si trasformano in onde off line rapide ed imprevedibili, che modificano il consenso dei cittadini, in una dialettica dentro-fuori (on lineoff line) infinita ed incontrollabile. Tutto ciò avviene nell’epoca della globalizzazione, caratterizzata, tra l’altro, dalla fine dello stato moderno e dalla separazione tra politica e potere: il potere è spalmato nel pianeta e non è più localizzato in un luogo definito, slittando di livello e sfuggendo al controllo dei cittadini. In questa separazione risiede l’origine della crisi della democrazia: i governi legittimamente votati e democraticamente eletti non hanno il potere di decidere e la globalizzazione non consente scelte locali. Per questi motivi la questione vero/falso è divenuta cruciale.

Rileggendo il decalogo di Delle Foglie in questa prospettiva, i 10 indizi che propone divengono formidabili per riconoscere la cattiva notizia, quella della postverità, e battersi per la buona notizia, quella della verità: autoreferenzialità, fuga dalla concretezza del quotidiano, della vita e del qui ed ora, mancanza di senso e di trascendenza, stravolgimento dell’uomo e di una visione antropologica aperta alla speranza, ricerca della viralità e dell’emozione, prepotenza delle affermazioni, occhiali curvi sull’orribile, questi sono i 10 indizi della cattiva notizia che deriviamo dal decalogo di Delle Foglie. Per niente ingenuo, in definitiva.

*Si è formato come psicoterapeuta con Vittorio Guidano e ha fondato in Italia la prima Scuola di specializzazione in Psicoterapia ad orientamento cognitivo-interpersonale. Il modello cognitivo-interpersonale, elaborato da Cantelmi, è stato approvato dal ministero dell’Università e della Ricerca. È direttore scientifico della Scuola di specializzazione in Psicoterapia cognitivo-interpersonale e presidente dell’Istituto di Terapia cognitivo-interpersonale. È stato il primo in Italia a occuparsi dell’impatto della tecnologia digitale sulla mente umana (“Internet dipendenza”); ha curato il primo libro sul tema della dipendenza dalla rete: “La mente in internet” (Edizioni Piccin, 1999) e ha fondato il Cedis, ente per lo studio delle dipendenze comportamentali (in modo specifico dipendenza da tecnologia e dipendenza sessuale). Presidente Aipsimed Regione Lazio, Cantelmi è il presidente nazionale dell’Aippc.
Dirigente psichiatra presso gli Istituti fisioterapici ospitalieri di Roma, è docente di Psicopatologia all’Istituto di Psicologia dell’Università Gregoriana, di Psichiatria all’Università La Sapienza, di Cyberpsicologia all’Università europea di Roma.
Direttore scientifico della rivista “Modelli per la Mente” (CIC Edizioni Internazionali, Roma), partecipa al board scientifico di numerose riviste scientifiche. È autore di oltre 300 pubblicazioni scientifiche e di circa 30 libri (tradotti in molte lingue straniere) ed è stato relatore invitato in circa 300 convegni scientifici. È presidente di Federpsi (ente formatore e Provider Ecm – ministero della Salute).

Fonte: Copercom.it

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Una nuova veste grafica per il sito internet, un nuovo logo e una aggiunta per lo storico acronimo dell’Associazione Italiana Ascoltatori Radiofonici e Telespettatori, che da telespettatori diventano autentici “cittadini mediali”. Ne abbiamo parlato con il presidente Aiart, Massilimiano Padula, in questa intervista.

Dott. Padula come e quando nasce questo cambiamento?

«Il cambiamento di presidenza ai vertici di Aiart (Associazione Italiana Ascoltatori Radiofonici e Telespettatori) ha coinciso con un cambiamento paradigmatico dei media e sulla comunicazione in generale. Il digitale stesso, che non è una dimensione nuova dell’umano, spinge questa riflessione e in un certo qual modo la sbilancia»

Era quindi necessario questa trasformazione?

«Direi di sì, anche perché Aiart per statuto è una associazione che si occupa di media in termini di tutela e di formazione e per questo non poteva non ripensarsi e riposizionarsi. Dopo un anno di studio, la riflessione è culminata in una due giorni di studio, svoltasi lo scorso novembre, dal titolo: “Da spettatori a cittadini mediali. L’Aiart davanti alle sfide della contemporaneità”, dove sono state coinvolte tutte le realtà regionali e si fatto sintesi di quello che stavamo vivendo».

Dunque non più semplici spettatori?

«L’elemento centrale di questa riflessione parte dal nome stesso dell’Aiart e dal suo acronimo storico che risale al 1954, ovvero Ascoltatori Radiofonici e Telespettatori e poi aveva un sottotitolo identificativo che era quello di spettatori. Così ci siamo resi conto che la parola di spettatori nell’attuale scenario della cultura digitale era limitante, in quanto lo spettatori rimanda all’attesa, quindi un soggetto, un individuo che vive il legame con i media in termini in maniera sostanzialmente secondaria, “passivi”, cioè fruisce dei contenuti dei media.  Con il digitale l’universo mediale si rielabora, si rimodula e anche i media tradizionali subiscono una riconfigurazione a livello di fruizione dati. Pensiamo solo a come può essere vista la televisione: in forma tradizionale, seduti sul proprio divano, oppure attraverso un dispositivo digitale, magari mentre si cammina per strada».

Quindi mi sembra di capire che il ripensamento del nome è partito dal cambiamento nell’utilizzo e fruizione dei media che stiamo vivendo?

«Certo. Per questo abbiamo pensato che la definizione di “cittadini mediali”, fosse quella esatta per caratterizzare l’aiart dell’oggi, perché il cittadino è colui il quale ha diritti e doveri, ma anche si assume la responsabilità di sviluppare e determinare la crescita della civiltà, dell’umanità e della società. Quindi è un soggetto attivo anche in rapporto con i media, perché non è cittadino soltanto il fruitore mediale, ma anche colui che crea, genera contenuti. Dunque questo doppio ruolo, che in realtà è integrato in un solo ruolo, quello di fruitore e consumatore, ci sembrava più adatto per la nuova ridefinizione dell’associazione».

L’Aiart è attenta da sempre ad una corretta formazione delle coscienze ed è per questo che dedicata un aspetto particolare alla partecipazione attiva che rientra in un percorso di formazione dei “cittadini mediali”.

Prosegui nell’ascoltare l’intervista

In conclusione come vede l’Aiart tra un anno?

«La vedo più presente nel dibattito e nello scenario pubblico. Oltre alla riviste, abbiamo ristrutturato il sito web istituzionale, dandogli un taglio non solo informativo ma anche culturale con approfondimenti ed integrando con immagini, video e siamo molto presenti sui social. Il mio desiderio che l’Aiart diventi un piccolo riferimento nel panorama culturale, sociale, politico ed istituzionale per i temi legati ai media e alla comunicazione»!

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Sono 155, ossia il 43% del totale, le parrocchie della diocesi di Roma che non hanno ancora un sito internet.
Un dato che lascia intravedere quanto si è ancora distaccati dall’attuale tessuto sociale che vede ormai indispensabile il riferimento all’universo digitale. Tra le parrocchie che si avvalgono dell’aiuto del Web, la maggior parte aggiorna di rado le proprie informazioni e non cura particolarmente neanche l’aspetto grafico del sito. Questi risultati provengono da un’indagine condotta dalla redazione dell’emittente romana Radiopiù (www.radiopiu.eu), che negli ultimi mesi del 2016 si è rivolta a ciascuna parrocchia della diocesi, analizzando successivamente il volume stimato delle connessioni dei siti parrocchiali più indicativi.
Da questo lavoro è emerso che il sito più seguito è stato nello scorso anno quello della parrocchia del Divino Amore, con una media attestata a poco meno di 5.000 contatti mensili (fonte Seozoom): un dato soddisfacente, dovuto senz’altro al grande interesse dei fedeli verso il santuario mariano. Per il resto, gli ascolti non sono esaltanti: si distinguono ad esempio parrocchie come Santa Lucia, che ha visto negli ultimi tre mesi del 2016 un aumento delle connessioni pari al 300%, arrivando a una media di 700 contatti al mese; oppure San Frumenzio, che conta circa 200 lettori mensili stabili. La maggior parte delle altre parrocchie ha un seguito irrilevante: alcune di esse hanno addirittura un volume di ascolto pari a zero.
La maggioranza dei siti è pensata semplicemente come vetrina delle attività della parrocchia e non come strumento di dialogo con chi si relaziona con lo spazio Web parrocchiale. A questo proposito suggerisce il presidente dell’Aiart, Massimiliano Padula, che «un sito parrocchiale dovrebbe permettere una migliore interazione con il fedele/utente, il quale non si limita soltanto a leggere ciò che si scrive ma va oltre. Sarebbe poi fondamentale che esso sia ben visibile e consultabile da tutti i dispostivi mobili. Occorrerebbe dunque un piano strategico strutturato che tenga conto di un’ azione incisiva di formazione».
A conferma che chi naviga su Internet è anche alla ricerca di contenuti di riflessione che possano illuminare sui temi della fede, ne è testimonianza la felice esperienza del sito www.gliscritti.it, curato dal direttore dell’Ufficio catechistico della diocesi di Roma, monsignor Andrea Lonardo che, con i suoi 18.700 lettori al mese, è secondo in diocesi solo al sito ufficiale del Vicariato di Roma www.vicariatusurbis.org.
La dialettica tra Internet e parrocchia, se ideata e condotta in modo intelligente, non può che avvantaggiare l’opera di evangelizzazione, specialmente verso coloro che in parrocchia mettono piede con grande difficoltà. Ne è convinto don Massimiliano Nazio, parroco di San Giovanni Battista De La Salle al Torrino: «Noi oltre a presentare le iniziative settimanali lo abbiamo utilizzato anche per realizzare il sondaggio in previsione del primo Sinodo sulla famiglia con papa Francesco. E abbiamo riscontrato un notevole interesse da parte dei parrocchiani. In un prossimo futuro stiamo pensando di usufruire di questo spazio anche per trasmettere le dirette delle celebrazioni e degli incontri in parrocchia».
(Francesco Indelicato)

Fonte: da Avvenire del 28 febbraio 2017, pag. 28

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Exemple

BOLLETTINO-CHIUPPANO-26-FEBBRAIO-2017-pdf[1]Da circa tre mesi, è attivo un nuovo servizio di comunicazione dedicata a chi vuole ricevere una newsletter settimanale che contiene il link per visualizzare tutti assieme, i Bollettini settimanali che ogni fine settimana le varie parrocchie del Vicariato pubblicano sul portale unificato e sulla sezione specifica della singola parrocchia.

UP-PIOVENE-04102015-BOLLETTINOUna semplice comunciazione, leggerissima, che contiene alcuni link a pagine presenti sul sito ma accessibili solo a chi è iscritto alla newsletter, che riassumono la settimana appena pubblicata dei Bollettini Parrocchiali.

Ogni sabato verso le ore 18, sulla casella mail dei vari utenti iscritti, arriverà questa mail: il sabato pomeriggio entro le ore 16 tutte le parrocchie dovranno avere pubblicato i vari bollettini per cui ogni utente può avere le news già dal sabato sera per potersi documentare per la settimana successiva.

 

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Quando la narrazione della realtà si appiattisce completamente sulla dinamica della negatività “dove vale la logica che una buona notizia non fa presa e dunque non è una notizia, e dove il dramma del dolore e il mistero del male vengono facilmente spettacolarizzati”, il rischio è di “essere tentati di anestetizzare la coscienza o di scivolare nella disperazione”. A richiamare l’attenzione è Francesco nel messaggio per la 51a Giornata mondiale delle comunicazioni sociali. Lo sforzo, scrive il Papa, deve essere orientato a “oltrepassare quel sentimento di malumore e di rassegnazione che spesso ci afferra, gettandoci nell’apatia, ingenerando paure o l’impressione che al male non si possa porre limite”

“Bad news is good news”, recita una massima del giornalismo americano. Le cattive notizie sono buone notizie. Una regola aurea che si fonda sulla convinzione che il pubblico sia più coinvolto da quegli eventi drammatici che

toccano le corde dell’emotività. Quando, però, la narrazione della realtà si appiattisce completamente sulla dinamica della negatività “dove vale la logica che una buona notizia non fa presa e dunque non è una notizia, e dove il dramma del dolore e il mistero del male vengono facilmente spettacolarizzati”, il rischio è di “essere tentati di anestetizzare la coscienza o di scivolare nella disperazione”. A richiamare l’attenzione è Francesco nel messaggio per la 51aGiornata mondiale delle comunicazioni sociali: “Non temere, perché io sono con te” (Is 43,5). Comunicare speranza e fiducia nel nostro tempo. Il Papa invita a “spezzare il circolo vizioso dell’angoscia e arginare la spirale della paura, frutto dell’abitudine a fissare l’attenzione” sulle cattive notizie: guerre, terrorismo, scandali e fallimenti nelle vicende umane.

Occhiali per guardare. Francesco non chiede di ignorare i drammi del nostro tempo, come le moltitudini di migranti che cercano a fatica una terra che li accolga, o le disuguaglianze sociali che spingono i poveri sempre più in basso. Lo aveva già detto in una delle prime udienze dopo l’elezione: “Un abbassamento di dieci punti nelle borse di alcune città, costituisce una tragedia. Uno che muore non è una notizia, ma se si abbassano di dieci punti le borse è una tragedia!”. Piuttosto, fedele al principio di realtà da cui non si può derogare, il Papa spiega che non è sua intenzione “promuovere una disinformazione in cui sarebbe ignorato il dramma della sofferenza, né di scadere in un ottimismo ingenuo che non si lascia toccare dallo scandalo del male”; al contrario, lo sforzo deve essere orientato a “oltrepassare quel sentimento di malumore e di rassegnazione che spesso ci afferra, gettandoci nell’apatia, ingenerando paure o l’impressione che al male non si possa porre limite”.

È a questa accettazione passiva di un mondo che sembra impossibile cambiare che Francesco oppone la ricetta di “uno stile comunicativo aperto e creativo, che non sia mai disposto a concedere al male un ruolo da protagonista, ma cerchi di mettere in luce le possibili soluzioni, ispirando un approccio propositivo e responsabile nelle persone a cui si comunica la notizia”. “La realtà, in sé stessa, non ha un significato univoco”, precisa il Papa: “Tutto dipende dallo sguardo con cui viene colta, dagli ‘occhiali’ con cui scegliamo di guardarla: cambiando le lenti, anche la realtà appare diversa”.

Per i cristiani, l’unico occhiale adeguato per decifrare la realtà non può che essere quello del Vangelo: la “buona notizia che è Gesù stesso non è buona perché priva di sofferenza, ma perché anche la sofferenza è vissuta in un quadro più ampio, parte integrante del suo amore per il Padre e per l’umanità”.

Testimoni di un’umanità nuova. Al suo quarto messaggio per la Giornata mondiale delle comunicazioni sociali – dopo aver parlato di cultura dell’incontrofamiglia e misericordia -, Francesco entra nelle dinamiche dell’informazione e ribalta il paradigma della negatività: “Ogni nuovo dramma che accade nella storia del mondo diventa anche scenario di una possibile buona notizia, dal momento che l’amore riesce sempre a trovare la strada della prossimità e a suscitare cuori capaci di commuoversi, volti capaci di non abbattersi, mani pronte a costruire”. “Essere ‘testimoni’ e comunicatori di un’umanità nuova, redenta” è l’ispirazione a cui tendere, nella persuasione che è “possibile scorgere e illuminare la buona notizia presente nella realtà di ogni storia e nel volto di ogni persona”. In bad news, good news.

di Riccardo Benotti

Fonte: Agensir.it 

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«Non temere, perché io sono con te» (Is 43,5). Comunicare speranza e fiducia nel nostro tempo è il tema scelto dal Santo Padre Francesco per la 51 ma Giornata Mondiale delle Comunicazioni Sociali.

Pubblichiamo di seguito il Messaggio del Papa per la Giornata che quest’anno si celebra, in molti Paesi, domenica 28 maggio, Solennità dell’Ascensione del Signore:

Messaggio del Santo Padre

«Non temere, perché io sono con te» (Is 43,5). Comunicare speranza e fiducia nel nostro tempo.

L’accesso ai mezzi di comunicazione, grazie allo sviluppo tecnologico, è tale che moltissimi soggetti hanno la possibilità di condividere istantaneamente le notizie e diffonderle in modo capillare. Queste notizie possono essere belle o brutte, vere o false. Già i nostri antichi padri nella fede parlavano della mente umana come di una macina da mulino che, mossa dall’acqua, non può essere fermata. Chi è incaricato del mulino, però, ha la possibilità di decidere se macinarvi grano o zizzania. La mente dell’uomo è sempre in azione e non può cessare di “macinare” ciò che riceve, ma sta a noi decidere quale materiale fornire (cfr Cassiano il Romano, Lettera a Leonzio Igumeno).

Vorrei che questo messaggio potesse raggiungere e incoraggiare tutti coloro che, sia nell’ambito professionale sia nelle relazioni personali, ogni giorno “macinano” tante informazioni per offrire un pane fragrante e buono a coloro che si alimentano dei frutti della loro comunicazione. Vorrei esortare tutti ad una comunicazione costruttiva che, nel rifiutare i pregiudizi verso l’altro, favorisca una cultura dell’incontro, grazie alla quale si possa imparare a guardare la realtà con consapevole fiducia.

Credo ci sia bisogno di spezzare il circolo vizioso dell’angoscia e arginare la spirale della paura, frutto dell’abitudine a fissare l’attenzione sulle “cattive notizie” (guerre, terrorismo, scandali e ogni tipo di fallimento nelle vicende umane). Certo, non si tratta di promuovere una disinformazione in cui sarebbe ignorato il dramma della sofferenza, né di scadere in un ottimismo ingenuo che non si lascia toccare dallo scandalo del male. Vorrei, al contrario, che tutti cercassimo di oltrepassare quel sentimento di malumore e di rassegnazione che spesso ci afferra, gettandoci nell’apatia, ingenerando paure o l’impressione che al male non si possa porre limite. Del resto, in un sistema comunicativo dove vale la logica che una buona notizia non fa presa e dunque non è una notizia, e dove il dramma del dolore e il mistero del male vengono facilmente spettacolarizzati, si può essere tentati di anestetizzare la coscienza o di scivolare nella disperazione.

Vorrei dunque offrire un contributo alla ricerca di uno stile comunicativo aperto e creativo, che non sia mai disposto a concedere al male un ruolo da protagonista, ma cerchi di mettere in luce le possibili soluzioni, ispirando un approccio propositivo e responsabile nelle persone a cui si comunica la notizia. Vorrei invitare tutti a offrire agli uomini e alle donne del nostro tempo narrazioni contrassegnate dalla logica della “buona notizia”.

La buona notizia

La vita dell’uomo non è solo una cronaca asettica di avvenimenti, ma è storia, una storia che attende di essere raccontata attraverso la scelta di una chiave interpretativa in grado di selezionare e raccogliere i dati più importanti. La realtà, in sé stessa, non ha un significato univoco. Tutto dipende dallo sguardo con cui viene colta, dagli “occhiali” con cui scegliamo di guardarla: cambiando le lenti, anche la realtà appare diversa. Da dove dunque possiamo partire per leggere la realtà con “occhiali” giusti?

Per noi cristiani, l’occhiale adeguato per decifrare la realtà non può che essere quello della buona notizia, a partire da la Buona Notizia per eccellenza: il «Vangelo di Gesù, Cristo, Figlio di Dio» ( Mc 1,1). Con queste parole l’evangelista Marco inizia il suo racconto, con l’annuncio della “buona notizia” che ha a che fare con Gesù, ma più che essere un’informazione su Gesù, è piuttosto la buona notizia che è Gesù stesso . Leggendo le pagine del Vangelo si scopre, infatti, che il titolo dell’opera corrisponde al suo contenuto e, soprattutto, che questo contenuto è la persona stessa di Gesù.

Questa buona notizia che è Gesù stesso non è buona perché priva di sofferenza, ma perché anche la sofferenza è vissuta in un quadro più ampio, parte integrante del suo amore per il Padre e per l’umanità. In Cristo, Dio si è reso solidale con ogni situazione umana, rivelandoci che non siamo soli perché abbiamo un Padre che mai può dimenticare i suoi figli. «Non temere, perché io sono con te» ( Is 43,5): è la parola consolante di un Dio che da sempre si coinvolge nella storia del suo popolo. Nel suo Figlio amato, questa promessa di Dio – “sono con te” – arriva ad assumere tutta la nostra debolezza fino a morire della nostra morte. In Lui anche le tenebre e la morte diventano luogo di comunione con la Luce e la Vita. Nasce così una speranza, accessibile a chiunque, proprio nel luogo in cui la vita conosce l’amarezza del fallimento. Si tratta di una speranza che non delude, perché l’amore di Dio è stato riversato nei nostri cuori (cfr Rm 5,5) e fa germogliare la vita nuova come la pianta cresce dal seme caduto. In questa luce ogni nuovo dramma che accade nella storia del mondo diventa anche scenario di una possibile buona notizia, dal momento che l’amore riesce sempre a trovare la strada della prossimità e a suscitare cuori capaci di commuoversi, volti capaci di non abbattersi, mani pronte a costruire.

La fiducia nel seme del regno

Per iniziare i suoi discepoli e le folle a questa mentalità evangelica e consegnare loro i giusti “occhiali” con cui accostarsi alla logica dell’amore che muore e risorge, Gesù faceva ricorso alle parabole, nelle quali il Regno di Dio è spesso paragonato al seme, che sprigiona la sua forza vitale proprio quando muore nella terra (cfr Mc 4,1-34). Ricorrere a immagini e metafore per comunicare la potenza umile del Regno non è un modo per ridurne l’importanza e l’urgenza, ma la forma misericordiosa che lascia all’ascoltatore lo “spazio” di libertà per accoglierla e riferirla anche a sé stesso. Inoltre, è la via privilegiata per esprimere l’immensa dignità del mistero pasquale, lasciando che siano le immagini – più che i concetti – a comunicare la paradossale bellezza della vita nuova in Cristo, dove le ostilità e la croce non vanificano ma realizzano la salvezza di Dio, dove la debolezza è più forte di ogni potenza umana, dove il fallimento può essere il preludio del più grande compimento di ogni cosa nell’amore. Proprio così, infatti, matura e si approfondisce la speranza del Regno di Dio: «Come un uomo che getta il seme sul terreno; dorma o vegli, di notte o di giorno, il seme germoglia e cresce» ( Mc 4,26-27).

Il Regno di Dio è già in mezzo a noi, come un seme nascosto allo sguardo superficiale e la cui crescita avviene nel silenzio. Chi ha occhi resi limpidi dallo Spirito Santo riesce a vederlo germogliare e non si lascia rubare la gioia del Regno a causa della zizzania sempre presente.

Gli orizzonti dello Spirito

La speranza fondata sulla buona notizia che è Gesù ci fa alzare lo sguardo e ci spinge a contemplarlo nella cornice liturgica della festa dell’Ascensione. Mentre sembra che il Signore si allontani da noi, in realtà si allargano gli orizzonti della speranza. Infatti, ogni uomo e ogni donna, in Cristo, che eleva la nostra umanità fino al Cielo, può avere piena libertà di «entrare nel santuario per mezzo del sangue di Gesù, via nuova e vivente che egli ha inaugurato per noi attraverso il velo, cioè la sua carne» ( Eb 10,19-20). Attraverso «la forza dello Spirito Santo» possiamo essere «testimoni» e comunicatori di un’umanità nuova, redenta, «fino ai confini della terra» (cfr At 1,7-8).

La fiducia nel seme del Regno di Dio e nella logica della Pasqua non può che plasmare anche il nostro modo di comunicare. Tale fiducia che ci rende capaci di operare – nelle molteplici forme in cui la comunicazione oggi avviene – con la persuasione che è possibile scorgere e illuminare la buona notizia presente nella realtà di ogni storia e nel volto di ogni persona.

Chi, con fede, si lascia guidare dallo Spirito Santo diventa capace di discernere in ogni avvenimento ciò che accade tra Dio e l’umanità, riconoscendo come Egli stesso, nello scenario drammatico di questo mondo, stia componendo la trama di una storia di salvezza. Il filo con cui si tesse questa storia sacra è la speranza e il suo tessitore non è altri che lo Spirito Consolatore. La speranza è la più umile delle virtù, perché rimane nascosta nelle pieghe della vita, ma è simile al lievito che fa fermentare tutta la pasta. Noi la alimentiamo leggendo sempre di nuovo la Buona Notizia, quel Vangelo che è stato “ristampato” in tantissime edizioni nelle vite dei santi, uomini e donne diventati icone dell’amore di Dio. Anche oggi è lo Spirito a seminare in noi il desiderio del Regno, attraverso tanti “canali” viventi, attraverso le persone che si lasciano condurre dalla Buona Notizia in mezzo al dramma della storia, e sono come dei fari nel buio di questo mondo, che illuminano la rotta e aprono sentieri nuovi di fiducia e speranza.

Dal Vaticano, 24 gennaio 2017

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L’accesso ai mezzi di comunicazione, grazie allo sviluppo tecnologico, è tale che moltissimi soggetti hanno la possibilità di condividere istantaneamente le notizie e diffonderle in modo capillare. Queste notizie possono essere belle o brutte, vere o false. Già i nostri antichi padri nella fede parlavano della mente umana come di una macina da mulino che, mossa dall’acqua, non può essere fermata. Chi è incaricato del mulino, però, ha la possibilità di decidere se macinarvi grano o zizzania. La mente dell’uomo è sempre in azione e non può cessare di “macinare” ciò che riceve, ma sta a noi decidere quale materiale fornire (cfr Cassiano il Romano, Lettera a Leonzio Igumeno).

Vorrei che questo messaggio potesse raggiungere e incoraggiare tutti coloro che, sia nell’ambito professionale sia nelle relazioni personali, ogni giorno “macinano” tante informazioni per offrire un pane fragrante e buono a coloro che si alimentano dei frutti della loro comunicazione. Vorrei esortare tutti ad una comunicazione costruttiva che, nel rifiutare i pregiudizi verso l’altro, favorisca una cultura dell’incontro, grazie alla quale si possa imparare a guardare la realtà con consapevole fiducia.

Credo ci sia bisogno di spezzare il circolo vizioso dell’angoscia e arginare la spirale della paura, frutto dell’abitudine a fissare l’attenzione sulle “cattive notizie” (guerre, terrorismo, scandali e ogni tipo di fallimento nelle vicende umane). Certo, non si tratta di promuovere una disinformazione in cui sarebbe ignorato il dramma della sofferenza, né di scadere in un ottimismo ingenuo che non si lascia toccare dallo scandalo del male. Vorrei, al contrario, che tutti cercassimo di oltrepassare quel sentimento di malumore e di rassegnazione che spesso ci afferra, gettandoci nell’apatia, ingenerando paure o l’impressione che al male non si possa porre limite. Del resto, in un sistema comunicativo dove vale la logica che una buona notizia non fa presa e dunque non è una notizia, e dove il dramma del dolore e il mistero del male vengono facilmente spettacolarizzati, si può essere tentati di anestetizzare la coscienza o di scivolare nella disperazione.

Vorrei dunque offrire un contributo alla ricerca di uno stile comunicativo aperto e creativo, che non sia mai disposto a concedere al male un ruolo da protagonista, ma cerchi di mettere in luce le possibili soluzioni, ispirando un approccio propositivo e responsabile nelle persone a cui si comunica la notizia. Vorrei invitare tutti a offrire agli uomini e alle donne del nostro tempo narrazioni contrassegnate dalla logica della “buona notizia”.

La buona notizia

La vita dell’uomo non è solo una cronaca asettica di avvenimenti, ma è storia, una storia che attende di essere raccontata attraverso la scelta di una chiave interpretativa in grado di selezionare e raccogliere i dati più importanti. La realtà, in sé stessa, non ha un significato univoco. Tutto dipende dallo sguardo con cui viene colta, dagli “occhiali” con cui scegliamo di guardarla: cambiando le lenti, anche la realtà appare diversa. Da dove dunque possiamo partire per leggere la realtà con “occhiali” giusti?

Per noi cristiani, l’occhiale adeguato per decifrare la realtà non può che essere quello della buona notizia, a partire da la Buona Notizia per eccellenza: il «Vangelo di Gesù, Cristo, Figlio di Dio» (Mc 1,1). Con queste parole l’evangelista Marco inizia il suo racconto, con l’annuncio della “buona notizia” che ha a che fare con Gesù, ma più che essere un’informazione su Gesù, è piuttosto la buona notizia che è Gesù stesso. Leggendo le pagine del Vangelo si scopre, infatti, che il titolo dell’opera corrisponde al suo contenuto e, soprattutto, che questo contenuto è la persona stessa di Gesù.

Questa buona notizia che è Gesù stesso non è buona perché priva di sofferenza, ma perché anche la sofferenza è vissuta in un quadro più ampio, parte integrante del suo amore per il Padre e per l’umanità. In Cristo, Dio si è reso solidale con ogni situazione umana, rivelandoci che non siamo soli perché abbiamo un Padre che mai può dimenticare i suoi figli. «Non temere, perché io sono con te» (Is 43,5): è la parola consolante di un Dio che da sempre si coinvolge nella storia del suo popolo. Nel suo Figlio amato, questa promessa di Dio – “sono con te” – arriva ad assumere tutta la nostra debolezza fino a morire della nostra morte. In Lui anche le tenebre e la morte diventano luogo di comunione con la Luce e la Vita. Nasce così una speranza, accessibile a chiunque, proprio nel luogo in cui la vita conosce l’amarezza del fallimento. Si tratta di una speranza che non delude, perché l’amore di Dio è stato riversato nei nostri cuori (cfr Rm 5,5) e fa germogliare la vita nuova come la pianta cresce dal seme caduto. In questa luce ogni nuovo dramma che accade nella storia del mondo diventa anche scenario di una possibile buona notizia, dal momento che l’amore riesce sempre a trovare la strada della prossimità e a suscitare cuori capaci di commuoversi, volti capaci di non abbattersi, mani pronte a costruire.

La fiducia nel seme del regno

Per iniziare i suoi discepoli e le folle a questa mentalità evangelica e consegnare loro i giusti “occhiali” con cui accostarsi alla logica dell’amore che muore e risorge, Gesù faceva ricorso alle parabole, nelle quali il Regno di Dio è spesso paragonato al seme, che sprigiona la sua forza vitale proprio quando muore nella terra (cfr Mc 4,1-34). Ricorrere a immagini e metafore per comunicare la potenza umile del Regno non è un modo per ridurne l’importanza e l’urgenza, ma la forma misericordiosa che lascia all’ascoltatore lo “spazio” di libertà per accoglierla e riferirla anche a sé stesso. Inoltre, è la via privilegiata per esprimere l’immensa dignità del mistero pasquale, lasciando che siano le immagini – più che i concetti – a comunicare la paradossale bellezza della vita nuova in Cristo, dove le ostilità e la croce non vanificano ma realizzano la salvezza di Dio, dove la debolezza è più forte di ogni potenza umana, dove il fallimento può essere il preludio del più grande compimento di ogni cosa nell’amore. Proprio così, infatti, matura e si approfondisce la speranza del Regno di Dio: «Come un uomo che getta il seme sul terreno; dorma o vegli, di notte o di giorno, il seme germoglia e cresce» (Mc 4,26-27).

Il Regno di Dio è già in mezzo a noi, come un seme nascosto allo sguardo superficiale e la cui crescita avviene nel silenzio. Chi ha occhi resi limpidi dallo Spirito Santo riesce a vederlo germogliare e non si lascia rubare la gioia del Regno a causa della zizzania sempre presente.

Gli orizzonti dello Spirito

La speranza fondata sulla buona notizia che è Gesù ci fa alzare lo sguardo e ci spinge a contemplarlo nella cornice liturgica della festa dell’Ascensione. Mentre sembra che il Signore si allontani da noi, in realtà si allargano gli orizzonti della speranza. Infatti, ogni uomo e ogni donna, in Cristo, che eleva la nostra umanità fino al Cielo, può avere piena libertà di «entrare nel santuario per mezzo del sangue di Gesù, via nuova e vivente che egli ha inaugurato per noi attraverso il velo, cioè la sua carne» (Eb 10,19-20). Attraverso «la forza dello Spirito Santo» possiamo essere «testimoni» e comunicatori di un’umanità nuova, redenta, «fino ai confini della terra» (cfr At 1,7-8).

La fiducia nel seme del Regno di Dio e nella logica della Pasqua non può che plasmare anche il nostro modo di comunicare. Tale fiducia che ci rende capaci di operare – nelle molteplici forme in cui la comunicazione oggi avviene – con la persuasione che è possibile scorgere e illuminare la buona notizia presente nella realtà di ogni storia e nel volto di ogni persona.

Chi, con fede, si lascia guidare dallo Spirito Santo diventa capace di discernere in ogni avvenimento ciò che accade tra Dio e l’umanità, riconoscendo come Egli stesso, nello scenario drammatico di questo mondo, stia componendo la trama di una storia di salvezza. Il filo con cui si tesse questa storia sacra è la speranza e il suo tessitore non è altri che lo Spirito Consolatore. La speranza è la più umile delle virtù, perché rimane nascosta nelle pieghe della vita, ma è simile al lievito che fa fermentare tutta la pasta. Noi la alimentiamo leggendo sempre di nuovo la Buona Notizia, quel Vangelo che è stato “ristampato” in tantissime edizioni nelle vite dei santi, uomini e donne diventati icone dell’amore di Dio. Anche oggi è lo Spirito a seminare in noi il desiderio del Regno, attraverso tanti “canali” viventi, attraverso le persone che si lasciano condurre dalla Buona Notizia in mezzo al dramma della storia, e sono come dei fari nel buio di questo mondo, che illuminano la rotta e aprono sentieri nuovi di fiducia e speranza.

Dal Vaticano, 24 gennaio 2017

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Oggi, festa di san Francesco di Sales, in concomitanza con la pubblicazione del Messaggio del Papa per la Giornata delle comunicazioni, viene reso noto  il Visual 2017.

Un faro acceso, il mondo virtuale, il mappamondo, una barchetta a vela. Sono questi gli elementi dell’immagine proposta dalle Paoline e dai Paolini per accompagnare le iniziative della Settimana  della comunicazione 2017 (21-28 maggio)  2017, giunta ormai  al 12° anno.

A partire dal titolo del Messaggio del papa per la 51° Giornata mondiale della comunicazione (28 maggio) che recita: “Non temere, perché io sono con te (Is 43,5). Comunicare speranza e fiducia nel nostro tempo”, l’Art director Marco Zanchi, ha creato un’immagine che mette in rilievo come, per  navigare a vele spiegate una persona deve muoversi nella luce e con lo sguardo rivolto al tempo presente che è fatto di relazioni, connessioni, nuove tecnologie.

Nel mondo disorientato da radicali cambiamenti e sconvolto da conflitti, gli addetti alla comunicazione hanno un compito complesso e delicato allo stesso modo: comunicare fiducia. Nel nostro tempo (e forse anche ieri), non è facile dare e ricevere fiducia. La vita di relazione lo chiede, però, e spesso, anche solo mediante il silenzio: fidarsi dell’altro richiede coraggio e chiarezza di idee.  Raccontare la storia del mondo e le storie degli uomini e delle donne, secondo la logica della ‘buona notizia’ si può, ma bisogna imparare a comunicare fiducia e speranza per la storia.

La Famiglia Paolina ha molta  dimestichezza con la frase di Isaia. Essa, infatti, campeggia in bella vista nelle loro cappelle, per volontà del loro fondatore, don Giacomo Alberione. E  l’esperienza, insegna loro che Dio mantiene la parola.

(Cristina Beffa)

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