MESSAGGIO DEL SANTO PADRE
FRANCESCO
PER LA CELEBRAZIONE DELLA
L GIORNATA MONDIALE DELLA PACE 

1° GENNAIO 2017

 

La nonviolenza: stile di una politica per la pace

 

1. All’inizio di questo nuovo anno porgo i miei sinceri auguri di pace ai popoli e alle nazioni del mondo, ai Capi di Stato e di Governo, nonché ai responsabili delle comunità religiose e delle varie espressioni della società civile. Auguro pace ad ogni uomo, donna, bambino e bambina e prego affinché l’immagine e la somiglianza di Dio in ogni persona ci consentano di riconoscerci a vicenda come doni sacri dotati di una dignità immensa. Soprattutto nelle situazioni di conflitto, rispettiamo questa «dignità più profonda»[1] e facciamo della nonviolenza attiva il nostro stile di vita.

Questo è il Messaggio per la 50ª Giornata Mondiale della Pace. Nel primo, il beato Papa Paolo VI si rivolse a tutti i popoli, non solo ai cattolici, con parole inequivocabili: «E’ finalmente emerso chiarissimo che la pace è l’unica e vera linea dell’umano progresso (non le tensioni di ambiziosi nazionalismi, non le conquiste violente, non le repressioni apportatrici di falso ordine civile)». Metteva in guardia dal «pericolo di credere che le controversie internazionali non siano risolvibili per le vie della ragione, cioè delle trattative fondate sul diritto, la giustizia, l’equità, ma solo per quelle delle forze deterrenti e micidiali». Al contrario, citando la Pacem in terris del suo predecessore san Giovanni XXIII, esaltava «il senso e l’amore della pace fondata sulla verità, sulla giustizia, sulla libertà, sull’amore».[2] Colpisce l’attualità di queste parole, che oggi non sono meno importanti e pressanti di cinquant’anni fa.

In questa occasione desidero soffermarmi sulla nonviolenza come stile di una politica di pace e chiedo a Dio di aiutare tutti noi ad attingere alla nonviolenza nelle profondità dei nostri sentimenti e valori personali. Che siano la carità e la nonviolenza a guidare il modo in cui ci trattiamo gli uni gli altri nei rapporti interpersonali, in quelli sociali e in quelli internazionali. Quando sanno resistere alla tentazione della vendetta, le vittime della violenza possono essere i protagonisti più credibili di processi nonviolenti di costruzione della pace. Dal livello locale e quotidiano fino a quello dell’ordine mondiale, possa la nonviolenza diventare lo stile caratteristico delle nostre decisioni, delle nostre relazioni, delle nostre azioni, della politica in tutte le sue forme.

Un mondo frantumato

2. Il secolo scorso è stato devastato da due guerre mondiali micidiali, ha conosciuto la minaccia della guerra nucleare e un gran numero di altri conflitti, mentre oggi purtroppo siamo alle prese con una terribile guerra mondiale a pezzi. Non è facile sapere se il mondo attualmente sia più o meno violento di quanto lo fosse ieri, né se i moderni mezzi di comunicazione e la mobilità che caratterizza la nostra epoca ci rendano più consapevoli della violenza o più assuefatti ad essa.

In ogni caso, questa violenza che si esercita “a pezzi”, in modi e a livelli diversi, provoca enormi sofferenze di cui siamo ben consapevoli: guerre in diversi Paesi e continenti; terrorismo, criminalità e attacchi armati imprevedibili; gli abusi subiti dai migranti e dalle vittime della tratta; la devastazione dell’ambiente. A che scopo? La violenza permette di raggiungere obiettivi di valore duraturo? Tutto quello che ottiene non è forse di scatenare rappresaglie e spirali di conflitti letali che recano benefici solo a pochi “signori della guerra”?

La violenza non è la cura per il nostro mondo frantumato. Rispondere alla violenza con la violenza conduce, nella migliore delle ipotesi, a migrazioni forzate e a immani sofferenze, poiché grandi quantità di risorse sono destinate a scopi militari e sottratte alle esigenze quotidiane dei giovani, delle famiglie in difficoltà, degli anziani, dei malati, della grande maggioranza degli abitanti del mondo. Nel peggiore dei casi, può portare alla morte, fisica e spirituale, di molti, se non addirittura di tutti.

La Buona Notizia

3. Anche Gesù visse in tempi di violenza. Egli insegnò che il vero campo di battaglia, in cui si affrontano la violenza e la pace, è il cuore umano: «Dal di dentro infatti, cioè dal cuore degli uomini, escono le intenzioni cattive» (Mc 7,21). Ma il messaggio di Cristo, di fronte a questa realtà, offre la risposta radicalmente positiva: Egli predicò instancabilmente l’amore incondizionato di Dio che accoglie e perdona e insegnò ai suoi discepoli ad amare i nemici (cfr Mt 5,44) e a porgere l’altra guancia (cfr Mt 5,39). Quando impedì a coloro che accusavano l’adultera di lapidarla (cfr Gv 8,1-11) e quando, la notte prima di morire, disse a Pietro di rimettere la spada nel fodero (cfr Mt 26,52), Gesù tracciò la via della nonviolenza, che ha percorso fino alla fine, fino alla croce, mediante la quale ha realizzato la pace e distrutto l’inimicizia (cfr Ef 2,14-16). Perciò, chi accoglie la Buona Notizia di Gesù, sa riconoscere la violenza che porta in sé e si lascia guarire dalla misericordia di Dio, diventando così a sua volta strumento di riconciliazione, secondo l’esortazione di san Francesco d’Assisi: «La pace che annunziate con la bocca, abbiatela ancor più copiosa nei vostri cuori».[3]

Essere veri discepoli di Gesù oggi significa aderire anche alla sua proposta di nonviolenza. Essa – come ha affermato il mio predecessore Benedetto XVI – «è realistica, perché tiene conto che nel mondo c’è troppa violenza, troppa ingiustizia, e dunque non si può superare questa situazione se non contrapponendo un di più di amore, un di più di bontà. Questo “di più” viene da Dio».[4] Ed egli aggiungeva con grande forza: «La nonviolenza per i cristiani non è un mero comportamento tattico, bensì un modo di essere della persona, l’atteggiamento di chi è così convinto dell’amore di Dio e della sua potenza, che non ha paura di affrontare il male con le sole armi dell’amore e della verità. L’amore del nemico costituisce il nucleo della “rivoluzione cristiana”».[5] Giustamente il vangelo dell’amate i vostri nemici (cfr Lc 6,27) viene considerato «la magna charta della nonviolenza cristiana»: esso non consiste «nell’arrendersi al male […] ma nel rispondere al male con il bene (cfr Rm 12,17-21), spezzando in tal modo la catena dell’ingiustizia».[6]

Più potente della violenza

4. La nonviolenza è talvolta intesa nel senso di resa, disimpegno e passività, ma in realtà non è così. Quando Madre Teresa ricevette il premio Nobel per la Pace nel 1979, dichiarò chiaramente il suo messaggio di nonviolenza attiva: «Nella nostra famiglia non abbiamo bisogno di bombe e di armi, di distruggere per portare pace, ma solo di stare insieme, di amarci gli uni gli altri […] E potremo superare tutto il male che c’è nel mondo».[7] Perché la forza delle armi è ingannevole. «Mentre i trafficanti di armi fanno il loro lavoro, ci sono i poveri operatori di pace che soltanto per aiutare una persona, un’altra, un’altra, un’altra, danno la vita»; per questi operatori di pace, Madre Teresa è «un simbolo, un’icona dei nostri tempi».[8] Nello scorso mese di settembre ho avuto la grande gioia di proclamarla Santa. Ho elogiato la sua disponibilità verso tutti attraverso «l’accoglienza e la difesa della vita umana, quella non nata e quella abbandonata e scartata. […] Si è chinata sulle persone sfinite, lasciate morire ai margini delle strade, riconoscendo la dignità che Dio aveva loro dato; ha fatto sentire la sua voce ai potenti della terra, perché riconoscessero le loro colpe dinanzi ai crimini – dinanzi ai crimini! – della povertà creata da loro stessi».[9] In risposta, la sua missione – e in questo rappresenta migliaia, anzi milioni di persone – è andare incontro alle vittime con generosità e dedizione, toccando e fasciando ogni corpo ferito, guarendo ogni vita spezzata.

La nonviolenza praticata con decisione e coerenza ha prodotto risultati impressionanti. I successi ottenuti dal Mahatma Gandhi e Khan Abdul Ghaffar Khan nella liberazione dell’India, e da Martin Luther King Jr contro la discriminazione razziale non saranno mai dimenticati. Le donne, in particolare, sono spesso leader di nonviolenza, come, ad esempio, Leymah Gbowee e migliaia di donne liberiane, che hanno organizzato incontri di preghiera e protesta nonviolenta (pray-ins) ottenendo negoziati di alto livello per la conclusione della seconda guerra civile in Liberia.

Né possiamo dimenticare il decennio epocale conclusosi con la caduta dei regimi comunisti in Europa. Le comunità cristiane hanno dato il loro contributo con la preghiera insistente e l’azione coraggiosa. Speciale influenza hanno esercitato il ministero e il magistero di san Giovanni Paolo II. Riflettendo sugli avvenimenti del 1989 nell’Enciclica Centesimus annus (1991), il mio predecessore evidenziava che un cambiamento epocale nella vita dei popoli, delle nazioni e degli Stati si realizza «mediante una lotta pacifica, che fa uso delle sole armi della verità e della giustizia».[10] Questo percorso di transizione politica verso la pace è stato reso possibile in parte «dall’impegno non violento di uomini che, mentre si sono sempre rifiutati di cedere al potere della forza, hanno saputo trovare di volta in volta forme efficaci per rendere testimonianza alla verità». E concludeva: «Che gli uomini imparino a lottare per la giustizia senza violenza, rinunciando alla lotta di classe nelle controversie interne ed alla guerra in quelle internazionali».[11]

La Chiesa si è impegnata per l’attuazione di strategie nonviolente di promozione della pace in molti Paesi, sollecitando persino gli attori più violenti in sforzi per costruire una pace giusta e duratura.

Questo impegno a favore delle vittime dell’ingiustizia e della violenza non è un patrimonio esclusivo della Chiesa Cattolica, ma è proprio di molte tradizioni religiose, per le quali «la compassione e la nonviolenza sono essenziali e indicano la via della vita».[12] Lo ribadisco con forza: «Nessuna religione è terrorista».[13] La violenza è una profanazione del nome di Dio.[14] Non stanchiamoci mai di ripeterlo: «Mai il nome di Dio può giustificare la violenza. Solo la pace è santa. Solo la pace è santa, non la guerra!».[15]

La radice domestica di una politica nonviolenta

5. Se l’origine da cui scaturisce la violenza è il cuore degli uomini, allora è fondamentale percorrere il sentiero della nonviolenza in primo luogo all’interno della famiglia. È una componente di quella gioia dell’amore che ho presentato nello scorso marzo nell’Esortazione apostolica Amoris laetitia, a conclusione di due anni di riflessione da parte della Chiesa sul matrimonio e la famiglia. La famiglia è l’indispensabile crogiolo attraverso il quale coniugi, genitori e figli, fratelli e sorelle imparano a comunicare e a prendersi cura gli uni degli altri in modo disinteressato, e dove gli attriti o addirittura i conflitti devono essere superati non con la forza, ma con il dialogo, il rispetto, la ricerca del bene dell’altro, la misericordia e il perdono.[16] Dall’interno della famiglia la gioia dell’amore si propaga nel mondo e si irradia in tutta la società.[17] D’altronde, un’etica di fraternità e di coesistenza pacifica tra le persone e tra i popoli non può basarsi sulla logica della paura, della violenza e della chiusura, ma sulla responsabilità, sul rispetto e sul dialogo sincero. In questo senso, rivolgo un appello in favore del disarmo, nonché della proibizione e dell’abolizione delle armi nucleari: la deterrenza nucleare e la minaccia della distruzione reciproca assicurata non possono fondare questo tipo di etica.[18] Con uguale urgenza supplico che si arrestino la violenza domestica e gli abusi su donne e bambini.

Il Giubileo della Misericordia, conclusosi nel novembre scorso, è stato un invito a guardare nelle profondità del nostro cuore e a lasciarvi entrare la misericordia di Dio. L’anno giubilare ci ha fatto prendere coscienza di quanto numerosi e diversi siano le persone e i gruppi sociali che vengono trattati con indifferenza, sono vittime di ingiustizia e subiscono violenza. Essi fanno parte della nostra “famiglia”, sono nostri fratelli e sorelle. Per questo le politiche di nonviolenza devono cominciare tra le mura di casa per poi diffondersi all’intera famiglia umana. «L’esempio di santa Teresa di Gesù Bambino ci invita alla pratica della piccola via dell’amore, a non perdere l’opportunità di una parola gentile, di un sorriso, di qualsiasi piccolo gesto che semini pace e amicizia. Una ecologia integrale è fatta anche di semplici gesti quotidiani nei quali spezziamo la logica della violenza, dello sfruttamento, dell’egoismo».[19]

Il mio invito

6. La costruzione della pace mediante la nonviolenza attiva è elemento necessario e coerente con i continui sforzi della Chiesa per limitare l’uso della forza attraverso le norme morali, mediante la sua partecipazione ai lavori delle istituzioni internazionali e grazie al contributo competente di tanti cristiani all’elaborazione della legislazione a tutti i livelli. Gesù stesso ci offre un “manuale” di questa strategia di costruzione della pace nel cosiddetto Discorso della montagna. Le otto Beatitudini (cfr Mt 5,3-10) tracciano il profilo della persona che possiamo definire beata, buona e autentica. Beati i miti – dice Gesù –, i misericordiosi, gli operatori di pace, i puri di cuore, coloro che hanno fame e sete di giustizia.

Questo è anche un programma e una sfida per i leader politici e religiosi, per i responsabili delle istituzioni internazionali e i dirigenti delle imprese e dei media di tutto il mondo: applicare le Beatitudini nel modo in cui esercitano le proprie responsabilità. Una sfida a costruire la società, la comunità o l’impresa di cui sono responsabili con lo stile degli operatori di pace; a dare prova di misericordia rifiutando di scartare le persone, danneggiare l’ambiente e voler vincere ad ogni costo. Questo richiede la disponibilità «di sopportare il conflitto, risolverlo e trasformarlo in un anello di collegamento di un nuovo processo».[20] Operare in questo modo significa scegliere la solidarietà come stile per fare la storia e costruire l’amicizia sociale. La nonviolenza attiva è un modo per mostrare che davvero l’unità è più potente e più feconda del conflitto. Tutto nel mondo è intimamente connesso.[21] Certo, può accadere che le differenze generino attriti: affrontiamoli in maniera costruttiva e nonviolenta, così che «le tensioni e gli opposti [possano] raggiungere una pluriforme unità che genera nuova vita», conservando «le preziose potenzialità delle polarità in contrasto».[22]

Assicuro che la Chiesa Cattolica accompagnerà ogni tentativo di costruzione della pace anche attraverso la nonviolenza attiva e creativa. Il 1° gennaio 2017 vede la luce il nuovo Dicastero per il Servizio dello Sviluppo Umano Integrale, che aiuterà la Chiesa a promuovere in modo sempre più efficace «i beni incommensurabili della giustizia, della pace e della salvaguardia del creato» e della sollecitudine verso i migranti, «i bisognosi, gli ammalati e gli esclusi, gli emarginati e le vittime dei conflitti armati e delle catastrofi naturali, i carcerati, i disoccupati e le vittime di qualunque forma di schiavitù e di tortura».[23] Ogni azione in questa direzione, per quanto modesta, contribuisce a costruire un mondo libero dalla violenza, primo passo verso la giustizia e la pace.

In conclusione

7. Come da tradizione, firmo questo Messaggio l’8 dicembre, festa dell’Immacolata Concezione della Beata Vergine Maria. Maria è la Regina della Pace. Alla nascita di suo Figlio, gli angeli glorificavano Dio e auguravano pace in terra agli uomini e donne di buona volontà (cfr Lc 2,14). Chiediamo alla Vergine di farci da guida.

«Tutti desideriamo la pace; tante persone la costruiscono ogni giorno con piccoli gesti e molti soffrono e sopportano pazientemente la fatica di tanti tentativi per costruirla».[24] Nel 2017, impegniamoci, con la preghiera e con l’azione, a diventare persone che hanno bandito dal loro cuore, dalle loro parole e dai loro gesti la violenza, e a costruire comunità nonviolente, che si prendono cura della casa comune. «Niente è impossibile se ci rivolgiamo a Dio nella preghiera. Tutti possono essere artigiani di pace».[25]

Dal Vaticano, 8 dicembre 2016

 

Fonte: http://w2.vatican.va/content/francesco/it/messages/peace/documents/papa-francesco_20161208_messaggio-l-giornata-mondiale-pace-2017.html

L'articolo Papa Francesco: la nonviolenza: stile di una politica per la pace sembra essere il primo su Chiesa di Padova.

Leggi tutto →
Exemple

Impegnarsi affinché i giovani siano protagonisti attivi della nostra società, affinché abbiano lavori dignitosi. E’ l’esortazione levata da Papa Francesco alla celebrazione dei Primi Vespri e del Te Deum nella Basilica Petrina, nell’ultimo giorno dell’anno 2016, alla vigilia della Solennità di Maria Santissima Madre di Dio. Dal Papa anche l’esortazione a superare le logiche che portano ad escludere il prossimo. Il servizio di Alessandro Gisotti:

 

Sostare davanti al presepe per fare memoria di un anno che si è concluso e ringraziare il Signore per quello che ci ha donato. Nell’ultimo giorno del 2016, Francesco ricorda innanzitutto che, in Cristo, Dio “non si è mascherato da uomo” ma ha davvero condiviso “in tutto la nostra condizione”. Il presepe, ha affermato nella sua omelia per i Primi Vespri della Solennità di Maria Madre di Dio, “ci invita a fare nostra la logica divina”: una logica che rifiuta il privilegio, le concessioni e i favoritismi. E’ una logica, prosegue, che si basa sull’incontro, la vicinanza e la prossimità.

No alla logica dei privilegi che escludono il prossimo
Certo, ha riconosciuto il Papa, “da varie parti siamo tentati di vivere in questa logica del privilegio che ci separa-separando, che ci esclude-escludendo, che ci rinchiude-rinchiudendo i sogni e la vita di tanti nostri fratelli”:

“Oggi, davanti al bambino Gesù, vogliamo ammettere di avere bisogno che il Signore ci illumini, perché non sono poche le volte in cui sembriamo miopi o rimaniamo prigionieri di un atteggiamento marcatamente integrazionista di chi vuole per forza far entrare gli altri nei propri schemi”.

Evitare protagonismi e lotte per apparire
“Sostiamo davanti al presepe – ha ripreso – per contemplare come Dio si è fatto presente durante tutto questo anno e così ricordarci che ogni tempo, ogni momento è portatore di grazia e di benedizione”. Il presepe, ha ribadito, “ci sfida a non dare nulla e nessuno per perduto”:

“Guardare il presepe significa trovare la forza di prendere il nostro posto nella storia senza lamentarci e amareggiarci, senza chiuderci o evadere, senza cercare scorciatoie che ci privilegino. Guardare il presepe implica sapere che il tempo che ci attende richiede iniziative piene di audacia e di speranza, come pure di rinunciare a vani protagonismi o a lotte interminabili per apparire”.

Società ha privilegiato le speculazioni al futuro dei giovani
Francesco ha quindi rivolto il pensiero ai giovani, osservando che “non si può parlare di futuro” senza “assumere la responsabilità” che abbiamo verso le nuove generazioni. Più che responsabilità, ha precisato, “la parola giusta è debito”, un “debito” con i giovani che ci spinge a “pensare a come ci stiamo interessando al posto” che “hanno nella nostra società”:

“Abbiamo creato una cultura che, da una parte, idolatra la giovinezza cercando di renderla eterna, ma, paradossalmente, abbiamo condannato i nostri giovani a non avere uno spazio di reale inserimento, perché lentamente li abbiamo emarginati dalla vita pubblica obbligandoli a emigrare o a mendicare occupazioni che non esistono o che non permettono loro di proiettarsi in un domani. Abbiamo privilegiato la speculazione invece di lavori dignitosi e genuini che permettano loro di essere protagonisti attivi nella vita della nostra società”.

Non priviamo i giovani di un lavoro dignitoso
“Ci aspettiamo da loro ed esigiamo che siano fermento di futuro – ha detto ancora – ma li discriminiamo e li ‘condanniamo’ a bussare a porte che per lo più rimangono chiuse”. Ha così esortato ad “aiutare i nostri giovani a ritrovare, qui nella loro terra, nella loro patria, orizzonti concreti di un futuro da costruire:

“Non priviamoci della forza delle loro mani, delle loro menti, delle loro capacità di profetizzare i sogni dei loro anziani (cfr Gl 3,1). Se vogliamo puntare a un futuro che sia degno di loro, potremo raggiungerlo solo scommettendo su una vera inclusione: quella che dà il lavoro dignitoso, libero, creativo, partecipativo e solidale (cfr Discorso in occasione del conferimento del Premio Carlo Magno, 6 maggio 2016).

“Guardare il presepe – ha concluso Francesco – ci sfida ad aiutare i nostri giovani perché non si lascino disilludere davanti alle nostre immaturità, e stimolarli affinché siano capaci di sognare e di lottare per i loro sogni”.

(Da Radio Vaticana)
Leggi tutto →
Exemple

Regge la tregua in Siria dopo l’accordo entrato in vigore ieri a mezzanotte. Una tregua tante volte invocata da Papa Francesco che si è impegnato personalmente per facilitare in ogni modo la fine delle ostilità nel Paese mediorientale e il rispetto dei diritti fondamentali delle persone travolte dal conflitto che dura da oltre 5 anni. Sulle speranze di pace in Siria e il ruolo del Papa e della Santa Sede, Alessandro Gisotti ha intervistato l’arcivescovo Silvano Maria Tomasi, membro del Pontificio Consiglio “Giustizia e Pace”:

Mons. Tomasi: ascoltare il Papa sulla Siria, è il tempo della pace

R. – La pace che si prevede in questo momento per la Siria è un’opzione veramente opportuna, una “window of opportunity” come si direbbe in inglese; cioè è un momento in cui si può tentare di cominciare i negoziati per una pace stabile nel Medio Oriente. È un cessate-il-fuoco fragile. Adesso la comunità internazionale deve fare il suo meglio per aiutare in questo momento il dialogo e portare avanti un negoziato solido, che costituisca la base per un futuro più sereno in questa parte del mondo. Il problema è che, in questi cinque anni, ci sono stati più di 300 mila morti, sei milioni di sfollati interni e quattro milioni di rifugiati nei Paesi vicini della Giordania, la Turchia, e il Libano soprattutto. Quindi dobbiamo veramente muoverci nella direzione di responsabilità da parte della comunità internazionale, perché la guerra in Siria è stata una guerra giocata dai grandi poteri e da altri gruppi regionali sul territorio. Speriamo che questa volta sia un momento opportuno; quindi che il passo fatto, quello di permettere l’arrivo di aiuti umanitari e soprattutto di far cessare le armi, possa davvero avviare una soluzione stabile!

D. – Papa Francesco ha denunciato tante volte per la Siria, e non solo, che non si può parlare di pace e poi con una mano, sotto banco, dare le armi alle parti in conflitto. C’è sempre, vediamo, un interesse economico perverso che alimenta le guerre…

R. – Alla radice di questa violenza, che è stata distruttrice di un Paese che funzionava, c’è il desiderio di potere. Chi va a dominare il Medio Oriente? Sunniti o sciiti? La Russia o l’America? Dobbiamo fare in modo che gli interessi dei grandi poteri e dei grandi movimenti religiosi non diventino forza di morte per la povera gente e per le popolazioni locali, che diventano semplicemente vittime di ambizioni che non hanno niente a che fare con il loro futuro, con il futuro e la vita normale di queste famiglie e di queste persone. E il Papa – giustamente – insiste sulla protezione dei civili e dei più deboli, perché è la vita della gente comune e sono le famiglie che noi incontriamo per le strade delle varie città del Medio Oriente, che vanno a pagare alla fine il prezzo più alto con la morte dei loro cari, la fame, l’esilio… Quindi dobbiamo veramente far prendere coscienza alla comunità internazionale che non si può giocare sulla pelle degli altri.

D. – Domani la Giornata Mondiale della Pace. in questo 2016 che si sta concludendo la Chiesa, la Santa Sede, hanno facilitato dei processi di pace: pensiamo ai rapporti diplomatici tra Cuba e Stati Uniti, alla Colombia… Qual è il ruolo specifico che la Santa Sede può giocare, anche su altri fronti, per la pace e la riconciliazione?

R. – La Santa Sede non è un potere economico o militare. Dico sempre che le alabarde delle Guardie Svizzere non possono fermare le bombe moderne, specialmente le bombe atomiche. Dobbiamo ringraziare il Signore che dei passi positivi sono stati fatti in questo anno che si sta chiudendo. Per cui, il messaggio di pace che è stato inviato dal Santo Padre per la Giornata Mondiale di Preghiera per la Pace si concentra sulla nonviolenza attiva, cioè usare la nonviolenza come una strategia politica che raccolga, dopo 50 anni di messaggi sulla pace, un po’ il frutto di questo cammino che è stato fatto; e fare in modo che diventi parte della coscienza della famiglia umana che la soluzione dei problemi non può essere nell’uso delle armi, ma nel dialogo, nella creazione di incontri fraterni, nel creare ponti e non muri.

(Da Radio Vaticana)

Leggi tutto →
Exemple

Questa domenica, nella Solennità di Maria Santissima Madre di Dio e nella 50.ma Giornata Mondiale della Pace, Papa Francesco presiederà alle 10.00 la Messa nella Basilica Vaticana. Alle 12.00 il tradizionale Angelus festivo con i fedeli radunati in Piazza San Pietro. Il Pontefice ha dedicato il suo Messaggio per la ricorrenza al tema: “La non violenza: stile di una politica per la pace”. Ce ne parla Sergio Centofanti:

La pace - afferma il Papa – è responsabilità di tutti, non solo dei grandi: si costruisce con i piccoli gesti quotidiani di attenzione, amore e perdono. Si costruisce a partire dalla famiglia, iniziando a bandire la violenza dai cuori e dalle parole. Chi ha fede in Gesù dovrebbe sapere che “l’amore del nemico costituisce il nucleo della rivoluzione cristiana”. Anche Gesù - rileva il Papa, è vissuto in tempi conflittuali tracciando “la via della nonviolenza, che ha percorso fino alla fine, fino alla croce, mediante la quale ha realizzato la pace e distrutto l’inimicizia”. Questo vuol dire che per “essere veri discepoli di Gesù oggi significa aderire anche alla sua proposta di nonviolenza” così come la leggiamo nel Vangelo. E’ una proposta che può raggiungere tutta l’umanità:  

“La nonviolenza è un esempio tipico di valore universale, che trova nel Vangelo di Cristo il suo compimento ma che appartiene anche ad altre nobili e antiche tradizioni spirituali”. (Discorso a un gruppo di ambasciatori, 15 dicembre 2016)

Alcune popolazioni e anche intere nazioni – ricorda il Papa – “grazie all’impegno di leader nonviolenti, hanno conquistato traguardi di libertà e di giustizia in maniera pacifica”:

“Questa è la strada da seguire nel presente e nel futuro. Questa è la via della pace, non quella proclamata a parole ma di fatto negata perseguendo strategie di dominio, supportate da scandalose spese per gli armamenti, mentre tante persone sono prive del necessario per vivere”. (Discorso a un gruppo di ambasciatori, 15 dicembre 2016)

La non violenza – sottolinea Papa Francesco – “non è affatto sinonimo di debolezza o di passività, ma, al contrario” è “attiva e creativa”:

“Presuppone forza d’animo, coraggio e capacità di affrontare le questioni e i conflitti con onestà intellettuale, cercando veramente il bene comune prima e più di ogni interesse di parte sia ideologico, sia economico, sia politico”. (Discorso a un gruppo di ambasciatori, 15 dicembre 2016)

Nel nuovo anno, chiede il Papa, “impegniamoci con la preghiera e con l’azione a diventare persone che hanno bandito” la violenza cominciando dalle cose piccole di tutti i giorni. “Maria è la Regina della Pace” – conclude – e ogni volta che guardiamo a Lei “torniamo a credere nella forza rivoluzionaria della tenerezza e dell’affetto”: chiediamo alla Madre di Dio “di farci da guida” sulla via della pace.

Bologna ospita questa sera la 49.ma Marcia nazionale per la pace, organizzata dalla Chiesa cattolica proprio dul tema del Messaggio del Papa sulla nonviolenza. Ascoltiamo il commento di mons. Matteo Maria Zuppi, arcivescovo di Bologna, al microfono di Fabio Colagrande:

Giornata della pace, il Papa: la rivoluzione cristiana è amare il nemico

R. – Un messaggio molto importante, la scelta: sia per la nonviolenza, che sembra aver lasciato spazio – al contrario – a una certa legittimazione della violenza, una giustificazione, un’accettazione … sembra un tema di anni passati e di una qualche ingenuità … Riproporlo significa, invece, che è l’unica via per interrompere la catena terribile dell’occhio-per-occhio, per spezzare la logica della contrapposizione e del riarmo. Ma anche la seconda parte, cioè la politica, come politica di pace: cioè, la nonviolenza non è di animi buoni ma fuori dal mondo; è l’unica via per raggiungere davvero la pace. E’ chi è non violento, chi sceglie la via della nonviolenza che può sconfiggerla. Quindi, un impegno anche che la nonviolenza non sia ridotta a buoni sentimenti, ma che i buoni sentimenti diventino una visione e una politica.

D. – Citando il suo predecessore, Benedetto XVI, Francesco ci ricorda che il Vangelo dell’“amate i vostri nemici” è la Magna Charta della non violenza: c’è una forte radice evangelica in questo valore …

R. – Certamente. Lui, anzi, dice proprio che tutti dovrebbero impegnarsi a vivere nella logica delle Beatitudini ma, appunto, come un’unica via possibile – io credo. Perché quando si vive la logica della violenza poi se ne viene catturati e non la si governa più; tanto più in un mondo così complicato come il nostro, dove i conflitti sono tutti, i tanti pezzi sono tutti mondiali. Io credo che sia un’intuizione che speriamo possa trovare molto ascolto, anche tra i governanti; certamente, impegna tutti, perché la nonviolenza è una scelta che è richiesta a tutti e tutti possono viverla.

D. – Di fronte a un’Europa spaventata da un nuovo attacco terroristico, la scelta della non violenza sembra una scelta debole, per garantire la sicurezza …

R. – Al contrario, credo che sia una scelta forte. Perché non violenza significa disarmare, significa intelligenza, significa fermezza, anche, ma senza mai cadere nella logica terribile della violenza che chiama violenza. Sappiamo anche quanto questo abbia inciso anche paradossalmente proprio nel non combattere seriamente il terrorismo, perché il terrorismo non si combatte con le modalità tradizionali ma si combatte con molta intelligenza e anche, appunto, con la scelta di continuare a costruire ponti, continuare a investire nel dialogo e non nell’innalzare i muri.

D. – Anche la guerra in Siria, il dramma umanitario di Aleppo possono essere letti attraverso la lente di questo messaggio del Papa?

R. – Ma credo di sì, perché tutto il messaggio del Papa è realistico: i conflitti ci sono, il problema è: come vogliamo risolverli? Se pensiamo di risolverli con la logica del più forte, oppure al contrario, con la logica della nonviolenza che è quella di capire davvero le cause dei conflitti e trovare le soluzioni.

(Da Radio Vaticana)
Leggi tutto →

La non violenza: stile di una politica per la pace” è lo slogan della marcia della pace che come ogni anno il 1 gennaio anima in forme diverse le vie della città. Il messaggio di papa Francesco, in occasione della 50ma giornata mondiale della pace, diffuso lo scorso 8 dicembre, è ovviamente il centro della proposta.

Organizzata dalla diocesi di Padova, con il patrocinio del comune di Padova, la marcia per la pace vede ogni anno il coinvolgimento di tante persone e realtà impegnate sul fronte della pace, declinata nelle sue più diverse sfumature.

«Siamo grati al papa per i suoi ripetuti appelli al dialogo e alla pacificazione, come quello lanciato in questo Natale, per la “martoriata Siria” e la città di Aleppo, teatro, come ha detto “di una delle battaglie più atroci” – sottolinea Marco Illotti, presidente del Csi Padova, una delle realtà, che assieme a comunità di Sant’Egidio, Noi associazione, Fuci, associazione Papa Giovanni XXIII, Acli Padova, Ordine francescano secolare, Csi Padova, Movimento dei focolari, coordinano la marcia – L’impegno di papa Francesco è un impegno costante per la costruzione di un mondo di pace per tutti, a partire dai più poveri e dalle periferie umane e geografiche del nostro pianeta. Facciamo nostro il desiderio del papa: “Possa la nonviolenza” scrive nel messaggio di questo primo gennaio “diventare lo stile caratteristico delle nostre decisioni, delle nostre relazioni, delle nostre azioni, della politica in tutte le sue forme. La violenza non è la cura per il nostro mondo frantumato».

La marcia prende avvio alle 15 sul sagrato della Cattedrale a Padova e si conclude, dopo una tappa davanti al Municipio e sul sagrato della chiesa di San Gaetano, dentro Santa Sofia, dove alle 17, il vescovo Claudio prediede la celebrazione eucaristica.

«C’è bisogno infine che i credenti, ma anche le istituzioni, scelgano la solidarietà come espressione della nonviolenza nella vita delle città e dei paesi in cui abitiamo verso i migranti, i bisognosi, gli ammalati e gli esclusi, gli emarginati e le vittime dei conflitti armati e delle catastrofi naturali, i carcerati, i disoccupati e le vittime di qualunque forma di schiavitù e di tortura.

È con questo passo di pace che il primo gennaio, qui come in tante altre parti del mondo, vogliamo cominciare un nuovo anno di lavoro e di speranza. Perché, ce lo chiedono con forza i poveri e le vittime di tante guerre, sia presto pace in tutte le terre!».

La marcia silenziosa attraversa il centro di Padova.

«La marcia sarà l’occasione, pur camminando, di “sostare”, come richiama l’anno pastorale in corso – aggiunge Illotti – nel senso di fermarsi e prendere consapevolezza dei tanti conflitti vicini e lontani e cogliere stili virtuosi di non violenza, per favorire una convivenza rispettosa che dia spazio alla dignità di ciascuno. Sostare nella nostra città per ridare i colori di pace ripensando nuove modalità, nuove strade, metodi e atteggiamenti per vivere insieme e costruire in maniera concreta la pace».

Anche lo sport può essere via di pacificazione, proprio nel suo obiettivo educativo.

«Lo sport mette in campo tutti, mette in contatto tutti – aggiunge il presidente del Csi Padova – in un continuo confronto che alla fine, indipendentemente da chi vince o chi perde, introduce a un “terzo tempo” fatto di umanità, fratellanza e comunione che da spazio alla dignità e rispetto di ciascuno facendoti sentire, in un certo senso, amico per sempre. Mi piace ricordare la partita per la pace voluta recentemente da papa Francesco con tutti i più grandi campioni del mondo del calcio e il miracolo del 25 dicembre 1914 definito “Il silenzio delle armi”, la tregua di Natale. Tedeschi e inglesi al fronte non più nemici per una notte e un giorno. Fu un iniziativa presa dal basso, dai soldati che uscirono dalle trincee del fronte occidentale per andare a salutare e fare gli auguri ai nemici senza nessun comando dall’alto. Il miracolo di una partita di calcio giocata nella terra di nessuno, tra i due fronti, che sarebbe finita tre a due per i tedeschi con alla fine scambio di doni, bottoni, tabacco e sigarette. Questo momento tregua di Natale venne quindi vista come la dimostrazione che gli uomini sono fondamentalmente buoni e che erano spinti alla guerra da governi stupidi e irresponsabili, tanto che appena liberi di farlo avevano scelto la pace e la fratellanza…..e una partita a pallone!».

Claudia Belleffi

L'articolo La pace? Un “terzo tempo” fatto di fratellanza sembra essere il primo su Chiesa di Padova.

Leggi tutto →

MOSSON : BOLLETTINO CALTRANO e MOSSON 01/01/2017


Consulta il Bollettino FSCM-01-Gennaio-2017.pdf oppure scaricalo dal link che trovi in fondo alla pagina

FSCM-01-Gennaio-2017

Per scaricare l’allegato file, clicca sul LINK sottostante oppure sul LINK che trovi riportato dopo la dicitura ALLEGATO

FSCM-01-Gennaio-2017.pdf

Allegato

Leggi tutto →

CALTRANO : BOLLETTINO CALTRANO e MOSSON 01/01/2017


Consulta il Bollettino FSCM-01-Gennaio-2017.pdf oppure scaricalo dal link che trovi in fondo alla pagina

FSCM-01-Gennaio-2017

Per scaricare l’allegato file, clicca sul LINK sottostante oppure sul LINK che trovi riportato dopo la dicitura ALLEGATO

FSCM-01-Gennaio-2017.pdf

Allegato

Leggi tutto →
Exemple

«Ogni lingua proclami che Gesù Cristo è il Signore», profetizzava san Paolo nella seconda lettera ai Filippesi.
E chi, il 6 gennaio, dalle 10.30 del mattino, prenderà parte al Tempio della Pace all’edizione 2017 della Festa della Genti, potrà toccare con mano quanto questa citazione biblica sia diventata nei secoli stupenda realtà.

«Ormai è una tradizione – racconta don Elia Ferro, direttore della pastorale dei migranti, Migrantes – È la festa nella quale il vescovo incontra le comunità straniere, il giorno dell’Epifania. È un giorno significativo, questo, perché Cristo Signore non si manifesta solo ai suoi compaesani, ma al mondo intero. È questo il vero significato dell’Epifania».

Celebrata da dodici anni a Padova, la Festa delle Genti inizialmente si teneva nel mese di settembre; poi, per volere dell’allora vescovo Antonio è stata spostata all’Epifania.
La festa precede di dieci giorni la giornata mondiale delle migrazioni, la più antica delle giornate mondiali, con ben 103 edizioni: «Sarà l’occasione per richiamare i cristiani – e non solo – della nostra diocesi su questo tema; il tema di una chiesa che è accogliente, plurale, cattolica, aperta al mondo e che al mondo predica il vangelo a tutte le genti». La bellezza della diversità in un solo Signore: «Questi tanti elementi rappresentano i mille tasselli di un mosaico che è la chiesa, che in tutte le lingue del mondo parla per mostrare la luce di Cristo».

Alla Festa delle Genti prenderanno parte tutte le comunità cattoliche straniere che vivono in città e nel territorio della diocesi.
Tutte saranno valorizzate: «Ognuno ha il suo piccolo compito, dalla preghiera dei fedeli ai canti». La messa sarà preceduta dal racconto di due testimonianze: «Una di queste sarà quella di chi rappresenta una piccolissima parte dei migranti, ma che ottiene quasi tutta l’attenzione: i richiedenti asilo. Nei comuni della diocesi di Padova ci sono infatti 100 mila migranti e 1.800 richiedenti asilo. La stragrande maggioranza del mondo dei migranti sono persone che qui hanno famiglia e lavoro: sono presenze importanti che segnano il territorio».

Significativa poi la presenza non solo del vescovo, ma anche di tanti fedeli italiani
Da ogni parte della diocesi, ogni anno, vengono per vivere questo momento davvero “cattolico”, cioè universale, a poche settimane dal successo del concerto Note di Natale che ha visto protagoniste corali di ogni nazionalità. Dopo la messa, la festa proseguirà con un gioioso momento di convivialità.

La Festa delle Genti farà da volano alla giornata mondiale dei migranti, che si celebrerà nella varie comunità della diocesi il 15 gennaio, dedicata dal papa ai migranti minorenni.
L’evento sarà doppiamente speciale per le comunità che hanno al loro interno una presenza stabile di una comunità straniera, come gli africani a Terranegra, i filippini alla Natività o i rumeni al Tempio della Pace, dove italiani e “nuovi italiani” festeggeranno insieme.

«La presenza di cattolici stranieri è preziosa per noi italiani – osserva don Elia Ferro – specie per gli africani, è una fede piena di “God bless you”, “Dio ti benedica”. È una fede più tradizionale? Più radicata? Più vissuta? Non lo so. Sta di fatto che il loro esempio è notevole, specie se messo a confronto con una fede occidentale, post-cristiana, più fredda e meno attenta ai bisogni del cuore».

E dunque, dal dialogo, la possibilità di un “contagio” positivo che faccia riscoprire i nostri, di tesori
«La loro fede ci permette di recuperare la tradizione radicata nel cuore della gente, fatta di aperture e generosità, mostrandoci come non ci sia solo una maniera di esprimere la fede, ma tante, molto profonde. Ci obbliga, insomma, a riappropriarci del senso profondo del nostro credo che a volte viviamo solo nei simboli di un Gesù bambino nel presepe o di un crocifisso appeso al muro. Una tradizione e basta, insomma».

Concludendo, c’è molto al di là degli aspetti logistici della gestione delle accoglienze e dell’integrazione dei migranti “normali”
«Siamo soffocati dalla logica dell’emergenza e dalla cultura dell’assistenza, rischiando di restare poveri nella condivisione culturale e religiosa. Dobbiamo impegnarci nel campo del dialogo, dell’educazione e dell’insegnamento. È qui che si gioca la partita più importante».

Leggi tutto →

Categorie Articoli

Pubblicati nei mesi scorsi