Accusato di pedofilia, condannato in primo e secondo grado, padre Secondo Bongiovanni è stato definitivamente assolto lo scorso settembre per non avere commesso il fatto, dopo che la Corte di Cassazione aveva annullato le precedenti sentenze con dure parole di critica ai giudici. Per il gesuita, a lungo direttore dell’istituto filosofico Aloisianum di Padova, può ora iniziare una seconda vita. Da qualche settimana è a Napoli, per insegnare filosofia alla facoltà teologica dei gesuiti.
La prima vita, quella che ricorda con nostalgia, si è bruscamente fermata quel 2 agosto del 2008, mentre era in vacanza a Sondrio, appena uscito da una nuotata in piscina.E questa è la storia, paradossale ma vera, di un uomo e di un prete che per otto anni ha cercato un perché alla tragedia che lo ha colpito.

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Diventa concreta la proposta della Settimana della comunità lanciata negli orientamenti pastorali (Op) di quest’anno, da svolgersi all’inizio della Quaresima, dal 1 marzo (Mercoledì delle Ceneri) al 7 marzo 2017 . Un’équipe a livello diocesano ha elaborato una traccia su cui ogni realtà parrocchiale è chiamata a “mettere del proprio”.

Ecco i passi concreti.

Il senso della proposta

Fermarsi accanto a Gesù, mettendo il Vangelo al centro. L’incontro con Gesù, il Vivente, fonda il nostro essere comunità. In questo modo diamo spazio anche all’atteggiamento della sosta: “in questa sosta”. Tutti noi recuperiamo, percepiamo, respiriamo, viviamo Gesù e il Vangelo nella nostra comunità parrocchiale. Nelle relazioni forti, calorose, vere tra di noi avvertiamo la presenza buona e misericordiosa di Gesù. In questo modo riusciamo anche a “so- stare”, a stare dentro, con gioia e serenità, alle dinamiche più normali ed essenziali della nostra comunità.

 

Per entrare nella proposta

La sosta non è un fermarsi statico e inoperoso. È invece un tempo che ci regaliamo, che ci offriamo per motivare e rilanciare atteggiamenti e scelte quotidiane. È un fermarsi che ricrea, che fa star bene, che rinfranca.

Questa Settimana della comunità vorrebbe diventare una buona prassi, quindi essere ripetuta negli anni, anche per crearne la mentalità. Va ricordato che questa è la prima volta ed è necessario avviare dei “processi”, piuttosto che puntare ai risultati. Vorrebbe diventare una buona prassi anche nella sua collocazione, all’inizio della Quaresima, tempo forte che ci invita al rinnovamento interiore e comunitario.

La Settimana si propone anche come elemento di essenzialità, un’occasione per andare all’essenziale della vita parrocchiale. Può diventare quasi un esercizio che ci stimola a valorizzare ciò che più conta per le nostre comunità. Quindi auspichiamo, possibilmente, non il sovraccaricarsi di attività ed esperienze, ma alcuni momenti semplici in cui ritrovarci attorno al Vangelo. Vorrebbe essere una proposta “povera”, quindi è possibile anche “togliere”, rispetto alle molteplici esperienze parrocchiali.

La Settimana si inserisce anche nel cammino della Quaresima di fraternità, proposto dal Centro Missionario per la Quaresima 2017 “La missione rigenera”. Sostare accanto a Gesù, mettendo al centro il Vangelo fa maturare in noi l’urgenza di un rinnovamento, di una rinascita, di una rigenerazione del cuore, della mente e delle opere.

 

Lo stile

La Settimana ha lo scopo primario di ribadire la bellezza dell’essere comunità. Rafforzare gli affetti fraterni. Generare incontro e riconciliazione tra di noi persone affezionate alla comunità. In questo senso è bene liberarsi anche dall’ansia di raggiungere tutti, nella prospettiva che altri conoscano e vivano la comunità Evidenziare la libertà della proposta (non vuole essere pressante ed invasiva) e la gratuità di chi partecipa (non abbiamo risultati o mete quantificabili da raggiungere).

Gesù e il Vangelo utilizzano anche tanti linguaggi, quindi si possono prevedere anche momenti che attingano dall’arte, dalla musica, dal cinema. Chiaramente, se possibile e senza forzature.

 

Un’attenzione concreta

Le nostre parrocchie e unità pastorali sono ricche di tanti incontri e attività. A volte i calendari sono fissati con largo anticipo e potrebbe essere difficile spostare date già scelte. Il suggerimento che diamo è che gli incontri dell’Iniziazione cristiana, dell’Acr e degli scout (…) si integrino con questa Settimana. Quindi che il “taglio” di queste esperienze, se non sono rinviabili, sia legato alle relazioni e allo stare in comunità. Vorremmo, però, anche evitare che si sospendano e basta. Ad altre realtà, organismi di comunione, gruppi educativi di giovanissimi e giovani, genitori ed adulti, va presentata l’opportunità della Settimana. Si può chiedere anche ad altre realtà (sportive, ricreative ed altro) in relazione con la parrocchia, di sostare, se possibile.

 

Ciò che vorremmo non mancasse

Alcuni piccoli suggerimenti. Va tenuto sempre presente che ogni comunità fa le proprie scelte e dà la propria tonalità alla Settimana. Queste indicazioni vanno intese più come “strumenti” che come linee operative precise.

♦ La chiesa aperta dal pomeriggio alla sera (ad esempio dalle 18 alle 21) con la possibilità delle confessioni. Meglio se, anche dall’esterno, con piccoli segni (luminarie o altro) si comprende che la chiesa è aperta e disponibile ad un tempo silenzioso di preghiera, di incontro nel Sacramento della Riconciliazione, di ascolto del Vangelo. Se possibile, ci sia il libro dei Vangeli esposto e messo in evidenza, in un luogo centrale della chiesa.

♦ Le tre celebrazioni. Sostanzialmente così come sono con piccole attenzioni, che si possono in libertà fare proprie:

– il Mercoledì delle Ceneri. Si potrebbe all’inizio della celebrazione intronizzare il Vangelo, che poi come detto sopra, rimane esposto e visibile per tutta la settimana. Alla fine della celebrazione, il parroco o un membro del Consiglio pastorale parrocchiale, annuncia il senso della Settimana. Nel Mercoledì delle Ceneri si può anche pensare ad una riflessione biblica o meditazione nel tardo pomeriggio, che apra al tempo di Quaresima, quasi un breve “ritiro spirituale”.  Si può riprendere e proporre anche la prassi, quanto mai significativa, del digiuno. Se la celebrazione in Unità pastorale è unitaria, ogni singola comunità può curare la preparazione di una parte della celebrazione;

– la domenica, prima di Quaresima. Se si verifica la possibilità potrebbero essere tolte delle messe per dare spazio a una celebrazione senza fretta e allo stare insieme, dopo la celebrazione;

– la celebrazione in Vicariato conclusiva della Settimana (martedì 7 marzo), centrata sul testo della Trasfigurazione (vangelo della seconda domenica di Quaresima). Di questa, prossimamente, faremo giungere una breve traccia.

♦ Una festa (ipotesi, la domenica mattina con giochi, la celebrazione dell’Eucaristia e il pranzo …) oppure una semplice cena (ipotesi del sabato sera) con tutti gli operatori pastorali, con tutte le persone che in vario modo, vivono e si impegnano nel servizio con l’intera comunità.

♦ Altri possibili strumenti

La lettura continuativa, nelle serate, quando la chiesa è aperta, del vangelo di Matteo (o di qualche parte).

Una semplice preghiera che può contrassegnare tutta la Settimana e che può essere fatta in famiglia, prima o dopo i pasti.

Una serata in famiglia, con l’intera famiglia riunita, in cui tutti si offrono spazio e convivialità, in semplicità. Ci può essere anche l’invito a qualche altra famiglia.

Un film, una lettura animata … che riporti alla dimensione della vita comunitaria.

Le convivenze o settimane di fraternità dei giovani, che possano essere collocate in questa Settimana, nella logica dell’integrazione delle esperienze.

 

La preghiera

Ti ringraziamo Signore di questo cibo,
che nutre la nostra vita.
Nel prenderlo assieme,
ci sentiamo dentro la famiglia
più grande della nostra comunità.
Gesù e il Vangelo ci offrono,
l’orizzonte di una fraternità
che continuamente ci supera e ci arricchisce.
Che non ci manchi mai Signore
la festa della tua presenza,
l’ascolto delle tue parole,
il gusto di trovarci insieme
e di spenderci per gli altri.
Amen

 

Il disegno è stato ideato e realizzato da Vittoria Bellon, una giovane della diocesi di Padova.

Il cartoncino con disegno e preghiera può essere un dono alle famiglie nella settimana comunitaria.

Per chi desidera può prenotare le copie al seguente indirizzo mail: coordinamentopastorale@diocesipadova.it

Entro il 6 febbraio 2017.

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Il conflitto nel sud est dell'Ucraina. Sempre tese le relazioni con Mosca e in discussione l'appoggio dell'Unione europea anche dopo l'ultimo Consiglio Ue di questa settimana. Ma nel Paese la guerra ha provocato un risveglio della fede: è la Chiesa greco-cattolica a dirlo, facendosi portavoce di un messaggio di pace. "Noi non odiamo i nostri nemici", ribadisce l’Arcivescovo Maggiore di Kiev, Sua Beatitudine Sviatoslav Shevchuk, a Roma in questi giorni per un ciclo di conferenze. Fabrizio Mastrofini lo ha intervistato. L’intervista completa andrà in onda il 4 gennaio alle 18,30 nell’ambito della trasmissione “Roma: la Chiesa nella città”.

Ucraina. Mons. Shevchuk: dalla guerra non odio, ma risveglio della fede

R. – Ovviamente ci sono tanti elementi importanti dell’identità e tanti modi di conservarla: la vita liturgica, la vita comunitaria, la strategia comune dello sviluppo della nostra Chiesa, che si chiama la “parrocchia vivente” come il luogo dell’incontro con il Cristo vivente. Ma devo dire che quando è cominciata la guerra in Ucraina tutta la diaspora si è risvegliata: anche quelle persone che per vari motivi si erano allontanate sia dalle comunità culturali che dalla Chiesa. Ritornano perché sentono che devono fare qualcosa per coloro che soffrono in Ucraina; spesso la gente, sia in Ucraina che nel resto del mondo, vede che i politici, i diplomatici, che non riescono a fermare la guerra. E perciò le risposte alle domande difficili, la nostra gente, sia in Ucraina sia in diaspora, le trova nel Vangelo, nella fede cristiana; e questa guerra in Ucraina ha provocato un risveglio della vita cristiana autentica. La Chiesa si è risvegliata. Abbiamo perciò individuato le dimensioni importanti della “parrocchia vivente”, che è una comunità che vive la liturgia, una comunità che annuncia il Vangelo e insegna la Catechesi. Ma soprattutto è una comunità che fa il servizio sociale: perché se una parrocchia si chiude in sé stessa muore.

D. – Come convive questo grande senso di fede, speranza e carità con il fatto che non si riescono molto a scalfire gli interessi economici che a volte sottostanno e presiedono a tanti conflitti nel mondo, e probabilmente anche al conflitto in Ucraina?

R. – Gli aggressori moderni, che vogliono modellare il mondo secondo il loro piano strategico o geopolitico, vogliono incidere su tutti noi – non soltanto su noi ucraini ma anche sugli europei – due sentimenti molto pericolosi: paura e odio. Forse la paura di perdere la sicurezza economica, a causa delle migrazioni; paura di perdere il potere, a causa delle nuove elezioni; paura di questo, paura di quest’altro… Ma la risposta cristiana è: “Non abbiate paura!”, perché non sono le leggi cieche dell’economia che dirigono la nostra vita, ma le persone libere e responsabili. Noi siamo i costruttori sia della nostra vita e che di quella dei nostri Paesi. Non dobbiamo avere paura di mostrarci cittadini liberi e responsabili. Il secondo sentimento è l’odio: veramente l’egoismo, sia privato che comunitario, adesso fa chiudere le nazioni europee. È l’odio verso l’altro: lo sconosciuto, lo straniero, e così via… È un sentimento molto pericoloso perché può essere, e di fatto lo è, la causa dei conflitti e delle guerre. Forse un messaggio che può venire dall’Ucraina è questo: non possiamo cedere all’odio! Non odiate quelli che forse si presentano come vostri nemici. Sappiamo che solo l’amore è capace di generare gli eroi. Se noi cederemo alla tentazione dell’odio globale, questo distruggerà sia la collaborazione tra gli Stati europei che la sicurezza mondiale, il sistema della sicurezza.

(Da Radio Vaticana)
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Sul modello di Maria e di Giuseppe rendiamoci disponibili ad accogliere il Figlio di Dio nella nostra vita concreta e a seguire con fiducia la volontà del Padre celeste. E’ l’invito rivolto dal Papa a migliaia di fedeli presenti questa domenica in piazza S. Pietro per l’Angelus. Da Francesco anche l’invito, in questa settimana che ci separa dal Natale a fermarci in silenzio davanti al presepe per cogliere veramente la grazia di amore che questa festa rappresenta. Il servizio di Gabriella Ceraso:

La vicinanza di Dio all’umanità è il tema della quarta e ultima domenica di Avvento. Il Papa invita a guardare alle due persone che più di altre sono state coinvolte in questo “mistero di amore che si compie nel Natale”: Maria e il suo sposo Giuseppe.

Maria accoglie nella sua carne Gesù cambiando il destino dell'umanità
La Vergine ha concepito Gesù per opera dello Spirito Santo, rimarca Francesco, “il Figlio di Dio viene nel suo seno per diventare uomo e Lei lo accoglie”. Così, in modo unico, “Dio si è avvicinato all’essere umano prendendo la carne da una donna”: è quanto succede “anche a noi in modo diverso”, spiega il Papa. “Dio si avvicina con la sua grazia per entrare nella nostra vita e offrirci in dono il suo Figlio”:

“E noi che cosa facciamo? Lo accogliamo, lo lasciamo avvicinarsi oppure lo rifiutiamo, lo cacciamo via? Come Maria, offrendo liberamente sé stessa al Signore della storia, gli ha permesso di cambiare il destino dell’umanità, così anche noi, accogliendo Gesù e cercando di seguirlo ogni giorno, possiamo cooperare al suo disegno di salvezza su noi stessi e sul mondo. Maria ci appare dunque come modello a cui guardare e sostegno su cui contare nella nostra ricerca di Dio, nella nostra vicinanza a Dio, in questo lasciare che Dio si avvicini a noi e nel nostro impegno per costruire la civiltà dell’amore”.

Giuseppe anche nel dubbio si fida di Dio che si manifesta
Al fianco di Maria, altro protagonista del Vangelo di oggi, è San Giuseppe che, “da solo”, ricorda il Papa citando il testo di Matteo, non può darsi una spiegazione della gravidanza di Maria. Proprio allora “nel momento del dubbio e dell’angoscia”, sottolinea Francesco, Dio lo illumina con un Suo messaggero che annuncia: “ Il bambino che è generato in lei viene dallo Spirito Santo”:

“Così, di fronte all’evento straordinario, che certamente suscita nel suo cuore tanti interrogativi, si fida totalmente di Dio che gli si avvicina e, seguendo il suo invito, non ripudia la sua promessa [sposa] ma la prende con sé e sposa Maria. Accogliendo Maria, Giuseppe accoglie consapevolmente e con amore Colui che in lei è stato concepito per opera mirabile di Dio, a cui nulla è impossibile. Giuseppe, uomo umile e giusto (cfr v. 19), ci insegna a fidarci sempre di Dio, che ci si avvicina: quando Dio ci si avvicina dobbiamo fidarci. Giuseppe ci insegna a lasciarci guidare da Lui con volontaria obbedienza.”

Maria e Giuseppe modelli da seguire che ci introducono al Natale
Mediante la loro fede dunque Maria e Giuseppe” per primi hanno accolto Gesù” si “ sono lasciati avvicinare da Dio” e così “ci introducono al mistero del Natale”: l’una ci “aiuta a metterci nell’atteggiamento di disponibilità per accogliere il Figlio di Dio nella nostra carne”, l’altro “ ci sprona a cercare sempre la volontà di Dio e a seguirla con fiducia”. Entrambi si sono fatti “avvicinare da Dio” e noi, si chiede ancora il Papa, facciamo lo stesso davanti al mistero del Natale che festeggia l’Emmanuele, il “Dio con noi”?:

“E al Dio che si avvicina io gli apro la porta - al Signore- quando sento una ispirazione interiore, quando sento che mi chiede di fare qualcosa di più per gli altri, quando mi chiama alla preghiera? Dio-con-noi, Dio che si avvicina. Questo annuncio di speranza, che si compie a Natale, porti a compimento l’attesa di Dio anche in ciascuno di noi, in tutta la Chiesa, e in tanti piccoli che il mondo disprezza, ma che Dio ama e che Dio si avvicina loro”.

Dopo la preghiera dell’Angelus il Papa ha salutato in particolare il gruppo dell’UNITALSI di Roma, che “ha dato vita a un presepe vivente inclusivo delle persone con disabilità” e soprattutto ha raccomandato una preparazione speciale al Natale in questa ultima settimana prima della festa:

Natale festa della vicinanza di Dio, restiamo un pò in silenzio
“Cerchiamo di trovare qualche momento per fermarci, fare un po’ di silenzio, e immaginare la Madonna e san Giuseppe che stanno andando a Betlemme. Immaginare come vanno: il cammino, la fatica, ma anche la gioia, la commozione, e poi l’ansia di trovare un posto, la preoccupazione…, e così via. In questo ci aiuta molto il presepe. Cerchiamo di entrare nel vero Natale, quello di Gesù, che ci si avvicina, Dio-con-noi, vicino a noi, per ricevere la grazia di questa festa, che è una grazia di vicinanza, di amore, di umiltà e di tenerezza”.

(Da Radio Vaticana)

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Casa Barnaba DengMi guardo intorno e vedo che la gente, pur avendo il sorriso sul volto, ha il cuore in ansia. Per le strade di Juba corre voce che ci sia una maledizione di Dicembre. L’evidenza sta nel fatto che negli ultimi tre anni questo mese è stato caratterizzato da scontri e violenze. In verità non è che sia una novità di questi anni: da tempi antichi l’inizio della stagione secca è sempre stato marcato da scontri tra diversi gruppi etnici a causa dello spostamento di bestiame alla ricerca di pascoli e fonti d’acqua. Oggi peró lo scenario si fa più preoccupante perché il paese è diviso da ben altre e più pericolose incomprensioni.

La gente aspetta il Natale con il fiato sospeso sperando che questa celebrazione sia di buon auspicio, ma anche con la consapevolezza che la pace sia un dono fragile e che il cuore dell’uomo non sia sempre capace a proteggerla. Ci sono sempre gli Erode del nostro tempo che preferiscono vedere il bambino morto pur di mantenere il controllo della situazione. Pur con tutta la loro buona volontà, le organizzazioni internazionali non sono portatrici di buone notizie: parlano infatti di segni preoccupanti che fanno temere un possibile genocidio come è già accaduto in Rwanda più di vent’anni fa.

Il 14 Dicembre scorso il presidente Salva Kiir ha annunciato l’apertura di un processo di dialogo nazionale con lo scopo di voltare pagina e trovare una soluzione alla crisi attraverso la riconciliazione delle diverse comunità etniche ferite da questo conflitto. Il progetto è alquanto ambizioso perché vuole che tutte le comunità locali possano esprimersi ed essere rappresentate in una conferenza nazionale a chiusura del processo. Si tratta peró di vedere se alle parole seguono poi anche i fatti. Sono molti gli organismi che cercano di far mediare la pace, ma occorre poi anche l’onestà politica delle parti di saper mollare alcune loro posizioni e dare respiro al paese. Il paese è sotto il torchio di una crisi economica inaccettabile, quando ancora una grande percentuale delle risorse sono stanziate per le spese militari invece che per lo sviluppo.

Papa Francesco ha annunciato la sua intenzione di visitare il Sud Sudan durante il 2017 proprio con lo scopo di patrocinare la pace. La mediazione della Chiesa è molto importante e sembra essere l’unica a parlarne con una certa autorità morale. Ed è significativo che le tre Chiese più importanti – Cattolica, Episcopale e Presbiteriana – presenti in Sud Sudan siano unite in un unico coro. Le tre autorità religiose del paese sono andate da papa Francesco per proporgli di visitare il Sud Sudan in una congiunta azione di pace alla quale dovrebbe unirsi anche l’arcivescovo di Canterbury e un moderatore presbiteriano. Non si sa se questa iniziativa sia in grado di portare un cambiamento. Ma la conversione è un miracolo sempre possibile.

Dal mio canto, io sto bene e mi sto inserendo nel nuovo servizio qui a Juba. Vivo nella comunità di Moroyok alla periferia di Juba con altri tre comboniani: due anziani e un professore di filosofia del seminario maggiore. Seguo il gruppo vocazionale collaborando con la diocesi di Juba e le altre congregazioni religiose e accompagno i giovani che desiderano farsi missionari. Ospitiamo ora un gruppo di undici giovani tra i 19 e i 24 anni di età e li sto accompagnando lungo un percorso di orientamento vocazionale e preparazione umana e intellettuale che dura nove mesi prima di cominciare la filosofia in seminario. Sono giovani che vengono da tutte le diocesi del Sud Sudan: appartengono a varie tribù e hanno imparato a camminare insieme condividendo gioie e fatiche quotidiane. Sembra una cosa da niente ed invece è importantissima.

Alcuni di loro hanno infatti perso familiari o amici durante gli ultimi tre anni di conflitto magari proprio per mano di chi appartiene alla tribù del compagno di stanza. Quale allora la tribù che conta se non quella dell’umanità intera? È significativo che Papa Francesco nel suo messaggio per la prossima giornata mondiale della pace abbia parlato di nonviolenza. Sono proprio le vittime della violenza che possono essere i protagonisti più credibili di processi nonviolenti di costruzione della pace quando sanno resistere alla tentazione della vendetta.

E Francesco, citando Benedetto XIII, continua dicendo che, nonostante lo scetticismo del mondo, la nonviolenza è realistica, perché tiene conto che nel mondo c’è troppa violenza, troppa ingiustizia, e dunque non si può superare questa situazione se non contrapponendo un di più di amore, un di più di bontà. E questo “di più” viene da Dio.

Sia lodato dunque il Signore che ci ha dato un figlio: sulle sue spalle è il segno della sovranità ed è chiamato Principe della Pace perché da vittima non si è fatto carnefice. Questa è la sua benedizione! E la nostra speranza!

Buona Natività per una vita a servizio della riconciliazione e della pace.

padre Christian Carlassare

Moroyok (Juba)

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Mi guardo intorno e vedo che la gente, pur avendo il sorriso sul volto, ha il cuore in ansia. Per le strade di Juba corre voce che ci sia una maledizione di Dicembre. L’evidenza sta nel fatto che negli ultimi tre anni questo mese è stato caratterizzato da scontri e violenze. In verità non è che sia una novità di questi anni: da tempi antichi l’inizio della stagione secca è sempre stato marcato da scontri tra diversi gruppi etnici a causa dello spostamento di bestiame alla ricerca di pascoli e fonti d’acqua. Oggi peró lo scenario si fa più preoccupante perché il paese è diviso da ben altre e più pericolose incomprensioni.

La gente aspetta il Natale con il fiato sospeso sperando che questa celebrazione sia di buon auspicio, ma anche con la consapevolezza che la pace sia un dono fragile e che il cuore dell’uomo non sia sempre capace a proteggerla. Ci sono sempre gli Erode del nostro tempo che preferiscono vedere il bambino morto pur di mantenere il controllo della situazione. Pur con tutta la loro buona volontà, le organizzazioni internazionali non sono portatrici di buone notizie: parlano infatti di segni preoccupanti che fanno temere un possibile genocidio come è già accaduto in Rwanda più di vent’anni fa.

Il 14 Dicembre scorso il presidente Salva Kiir ha annunciato l’apertura di un processo di dialogo nazionale con lo scopo di voltare pagina e trovare una soluzione alla crisi attraverso la riconciliazione delle diverse comunità etniche ferite da questo conflitto. Il progetto è alquanto ambizioso perché vuole che tutte le comunità locali possano esprimersi ed essere rappresentate in una conferenza nazionale a chiusura del processo. Si tratta peró di vedere se alle parole seguono poi anche i fatti. Sono molti gli organismi che cercano di far mediare la pace, ma occorre poi anche l’onestà politica delle parti di saper mollare alcune loro posizioni e dare respiro al paese. Il paese è sotto il torchio di una crisi economica inaccettabile, quando ancora una grande percentuale delle risorse sono stanziate per le spese militari invece che per lo sviluppo.

Papa Francesco ha annunciato la sua intenzione di visitare il Sud Sudan durante il 2017 proprio con lo scopo di patrocinare la pace. La mediazione della Chiesa è molto importante e sembra essere l’unica a parlarne con una certa autorità morale. Ed è significativo che le tre Chiese più importanti – Cattolica, Episcopale e Presbiteriana – presenti in Sud Sudan siano unite in un unico coro. Le tre autorità religiose del paese sono andate da papa Francesco per proporgli di visitare il Sud Sudan in una congiunta azione di pace alla quale dovrebbe unirsi anche l’arcivescovo di Canterbury e un moderatore presbiteriano. Non si sa se questa iniziativa sia in grado di portare un cambiamento. Ma la conversione è un miracolo sempre possibile.

Dal mio canto, io sto bene e mi sto inserendo nel nuovo servizio qui a Juba. Vivo nella comunità di Moroyok alla periferia di Juba con altri tre comboniani: due anziani e un professore di filosofia del seminario maggiore. Seguo il gruppo vocazionale collaborando con la diocesi di Juba e le altre congregazioni religiose e accompagno i giovani che desiderano farsi missionari. Ospitiamo ora un gruppo di undici giovani tra i 19 e i 24 anni di età e li sto accompagnando lungo un percorso di orientamento vocazionale e preparazione umana e intellettuale che dura nove mesi prima di cominciare la filosofia in seminario. Sono giovani che vengono da tutte le diocesi del Sud Sudan: appartengono a varie tribù e hanno imparato a camminare insieme condividendo gioie e fatiche quotidiane. Sembra una cosa da niente ed invece è importantissima.

Alcuni di loro hanno infatti perso familiari o amici durante gli ultimi tre anni di conflitto magari proprio per mano di chi appartiene alla tribù del compagno di stanza. Quale allora la tribù che conta se non quella dell’umanità intera? È significativo che Papa Francesco nel suo messaggio per la prossima giornata mondiale della pace abbia parlato di nonviolenza. Sono proprio le vittime della violenza che possono essere i protagonisti più credibili di processi nonviolenti di costruzione della pace quando sanno resistere alla tentazione della vendetta.

E Francesco, citando Benedetto XIII, continua dicendo che, nonostante lo scetticismo del mondo, la nonviolenza è realistica, perché tiene conto che nel mondo c’è troppa violenza, troppa ingiustizia, e dunque non si può superare questa situazione se non contrapponendo un di più di amore, un di più di bontà. E questo “di più” viene da Dio.

Sia lodato dunque il Signore che ci ha dato un figlio: sulle sue spalle è il segno della sovranità ed è chiamato Principe della Pace perché da vittima non si è fatto carnefice. Questa è la sua benedizione! E la nostra speranza!

 

Buona Natività per una vita a servizio della riconciliazione e della pace.

padre Christian Carlassare

Moroyok (Juba)

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Videomessaggio di Papa Francesco in occasione del concerto promosso dalla Gendarmeria Vaticana nell'Aula Paolo VI, eseguito da Claudio Baglioni con l’obiettivo di sostenere un ospedale pediatrico a Bangui, nella Repubblica Centrafricana, e le vittime del terremoto in Centro Italia. Oltre ai 500 mila euro già raccolti con i biglietti, è possibile donare con un sms al numero 45523. Pubblichiamo di seguito il testo del videomessaggio:

Buona sera, sono molto contento di questa iniziativa promossa dalla Gendarmeria e che ha coinvolto molte istituzioni e persone, ciascuno con le proprie personalità, con le proprie professionalità: gli artisti, le maestranze, i tecnici, gli operai. Tutti artigiani di misericordia perché, come ho detto in altre occasioni, le opere di misericordia che trovano l’ispiratore in Dio e la materia nella misericordia stessa, sono modellate da mani e dai cuori di uomini e di donne.

Al termine del giubileo straordinario, consegnando la lettera apostolica Misericordia et misera, ricordavo come la cultura della misericordia si forma nella preghiera assidua e come, per vincere la tentazione delle parole, della teoria sulla misericordia, è necessario trasformare la misericordia nella vita di tutti i giorni, vita che diventa partecipazione e condivisione.

Per esempio oggi, questo … pensiamo Bangui, pensiamo le terre terremotate, ma vediamo che i bambini di Bangui hanno fatto una raccolta per i bambini delle terre terremotate. Questo è, si chiama essere artigiani di Misericordia.

Questa sera dunque allarga l’orizzonte del giubileo della misericordia partecipando e condividendo situazioni concrete di povertà e di bisogno: Bangui e le terre terremotate del centro Italia.

Questa sera tutti voi state partecipando concretamente e generosamente alla costruzione di due progetti rivolti ai più deboli e fragili, i bambini, che saranno i segni visibili dell’anno della misericordia e che porteranno la firma di tanti di voi.

A volte qualcuno mi chiede: ma lei, padre, parla sempre dei poveri e della misericordia. Sì, dico, è vero, ma non è una malattia. E’ semplicemente il modo con cui Dio si è rivelato. Infatti il Natale ormai alle porte ci ricorda il modo con cui Dio è entrato nel mondo: nasce, da Maria Vergine, come tutti i bambini nasce, viene avvolto in fasce, preso in braccio, allattato. Non solo: lui, la sua mamma, Maria Vergine, e Giuseppe hanno dovuto fare i conti con il fatto che per loro non ci fosse posto nell’albergo.

E ancora: la buona notizia, l’annuncio della nascita non viene consegnato a re e a principi, ma a pastori, uomini poco o male considerati, peccatori incalliti potremmo dire. Questo è il nostro Dio; non il Totalmente Altro ma l’assolutamente prossimo. Per questo diventare artigiani della carità e costruttori di misericordia è come investire non in borsa, ma in paradiso, nella vita beata del cielo, nell’amore del Padre.

Grazie a tutti; grazie a nome dei bambini di Bangui e di quelli delle zone terremotare. Non possiamo fare cose grandi, realizzare grandi progetti, ma ciò che faremo avrà la firma della nostra passione, il Vangelo. Buon Natale a tutti.

(Da Radio Vaticana)

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